A Maggio un articolo del The Wall Street Journal sollevava un punto importante riguardo ai non pagamenti delle bollette negli USA causa COVID. Secondo il giornale si tratta di una questione finanziaria spinosa per i servizi pubblici: le imprese e le famiglie potrebbero smettere di pagare le bollette per affrontare le difficoltà finanziarie. Molte utility americane avevano smesso di interrompere l’elettricità a chi non pagava. Sebbene la pila di fatture non pagate sembra essere gestibile ora il giornale indica che il rischio è potenzialmente in aumento e che gli investitori non possono ignorare.
Il problema dell’accessibilità energetica riemerge in condizioni come queste, lo vediamo anche dal grafico sotto (da Axios e YouGov)
Così come le banche centrali attraverso i tassi regolano il denaro in circolazione, analogamente una sorta di banca centrale petrolifera era in piedi. Aveva lo scopo di ridurre la volatilità garantendo la giusta stabilità per gli investimenti e i consumatori. I garanti di questa stabilità erano tre attori principali: Arabia Saudita e Russia da un lato e USA (produttori shale) dall’altro. In realtà per i produttori shale forse sarebbe corretto parlare del ruolo “giocato” soprattutto dalla Federal Reserve. Come noto lo shale boom è avvenuto sostanzialmente anche grazie al debito e ai tassi bassi dopo la crisi del 2008 (ne ho parlato qui suStart Magazine). L’indebitamento ha coperto le piccole compagnie petrolifere il vero motore del boom, quando i flussi di cassa non erano sufficienti.
Ecco come ha funzionato il meccanismo
novembre 2016, Opec+ annuncia il taglio di 1,8 milioni di barili al giorno (non avveniva dal 2008). A dicembre la Federal Reserve segue alzando i tassi da 0,5 a 0,75%. A marzo 2017 passa da 0,75 a 1%;
maggio 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino al 2018. A giugno la Fed alza i tassi a quota 1.25%;
novembre 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino a giugno 2018 (poi se ne riparla). A dicembre La Fed alza i tassi da 1,25 a 1,5%
Siamo arrivati al 2018. Questo è l’anno della tradewar, il sincronismo Federal Reserve / Opec+ cambia. I precedenti anni sono serviti a “settare il meccanismo”.
La pipeline Keystone XL si farà. L’annuncio arriva dopo 11 anni dalla prima proposta. Una manna dal cielo per l’industria petrolifera canadese. Il greggio canadese pesante è sceso intorno ai 4 dollari al barile a fine marzo a causa del collasso globale causato dalla pandemia di coronavirus e dalla guerra dei prezzi tra sauditi e russi.
La pipeline costerà circa 8 miliardi di dollari, inizierà da Hardisty in Alberta (Canada) che è il punto di riferimento per il benchmark canadese Western Canadian Select (WCS) e arriverà in Nebraska (USA), dove si collegherà alla rete esistente per poi arrivare alla Costa del Golfo. È stata l’amministrazione Trump a riprendere la pipeline bloccata in precedenza ma il merito è anche dello stato dell’Alberta che contribuirà al finanziamento con un miliardo di dollari.
Ricordiamo che in Canada Il primo ministro Trudeau aveva dato la green light in Aprile 2019 alla Trans Mountain Pipeline. La regione dell’Alberta ricca di petrolio era stata fortemente penalizzata dallo sviluppo del mercato americano: questa linea permetterebbe l’esportazione oltreoceano. Ad Aprile l’Alberta aveva lanciato un chiarissimo messaggio politico votando il conservatore Jason Kenney.
Facendo un salto indietro nel 2018… abbiamo un’altra pipeline la Dakota Access Pipeline. La nuova linea che ha permesso ai produttori delle Shale di accedere a mercati su cui vendere il loro greggio a prezzi più vantaggiosi. D’altro lato l’apertura della linea ha ridotto le forniture di petrolio a buon prezzo trasportate via camion alla raffineria PES in Pennsylvania, che andò in chapter 11 per scongiurare la bancarotta e poi tornataci dopo l’incedente avvenuto in giugno 2019. La Dakota Access Pipeline permise di agganciarsi al network che raggiungeva il Golfo del Messico, per raffinare e vendere poi anche fuori dagli USA al migliore offerente.
Honda chiuderà temporaneamente una dozzina di fabbriche in US Canada e Messico, continuando a pagare i 27600 dipendenti. Anche GM, Ford e FCA avevano annunciato in precedenza lo stesso, circa 150000 dipendenti.
Negli USA il settore auto in precedenza “minacciato” dalla una crisi esistenziale legata alla sua prossima evoluzione verso l’auto elettrica o quella a guida autonoma. Ma anche il consumatore era in crisi.
Chi comprava l’auto, i consumatori, e in generale gli altri stakeholder come venditori e finanziatori avevano un approccio molto simile a quello con le case durante la crisi dei subprime: accumulando debito in alcuni casi in misura tale da superare spesso il valore dell’auto. Se i mutuatari sono inadempienti, i finanziatori generalmente rientrano in possesso delle auto e cercano di rivenderle, tuttavia, spesso, non è sufficiente a coprire il saldo non pagato del debitore.
È vero che negli Stati Uniti questo trend è andato avanti per decenni: prendendo in prestito per comprare auto, ma il debito automobilistico si è gonfiato dalla crisi subprime. I consumatori statunitensi alla fine di giugno detenevano un record di 1,3 trilioni di dollari di debito legato alle loro automobili secondo i dati della Federal Reserve di New York, in aumento da circa $ 740 miliardi di decennio prima. Due delle tre grandi case automobilistiche statunitensi hanno ricevuto salvataggi governativi e hanno ristrutturato il loro debito, l’industria in sostanza ha usato i bassi tassi per sopravvivere.
A fine 2019 la International Monetary Funds in un suo report outlook Global Manufacturing Downturn, Rising Trade Barriers, ha proposto un’analisi nella quale emerge quanto sia statisticamente rilevante il legame tra disoccupazione e la chiusura di fabbriche d’auto. Un successivo studio del Journal of the American Medical Association, rivelava una percentuale drammaticamente più alta di decessi per overdose da oppiacei (+85%) proprio nelle aree in cui uno stabilimento auto ha chiuso nei precedenti 5 anni.
Quando si parla di auto negli USA, è impossibile non sconfinare sul piano politico.
Nella slide allegata (foto in basso a sinistra), è possibile osservare come sono cambiati i “distretti” democratici (blu) e quelli repubblicani (rossi) negli ultimi 10 anni.
Sul tema polarizzazione economica e politica ne ha parlato anche il Wall Street JournaI con riferimento ad un’analisi del think thank Brooking, rivelando che nei distretti che hanno votato rappresentanti democratici alla camera, sono più numerosi i titoli di studio e i lavori high-skill. In questi distretti anche l’economia è in crescita e il reddito familiare medio è aumentato. Nei distretti repubblicani invece, si nota una quota crescente di posti di lavoro nel settore manifatturiero e lavori low skill come nell’agricoltura e il minerario, che offrono anche retribuzioni inferiori. Secondo Brooking inoltre dal 2008, la quota dei lavori high skill e digital dei distretti democratici è passata dal 64% al 71%, mentre la loro parte nelle attività manifatturiere ed estrattive si è ridotto dal 54% al 44% e dal 46% al 39%. Al contrario, nei distretti repubblicani – non riuscendo a guadagnare trazione tra i nuovi settori, si è tornati a quelli più “tradizionali”. Qui infatti la percentuale di professionisti high skill / digital è scesa dal 36% al 29% del totale in soli 10 anni. La percentuale nei settori agricoltura-minerario sono aumentate dal 46% al 56% e dal 54% al 61%, rispettivamente.
Ma per inquadrare meglio il legame auto e politica occorre guardare l’immagine a destra della slide allegata.
Si vedono quali stati sono legati all’economia dell’auto. Il Michigan, l’Ohio e l’Indiana beneficiano in modo significativo della produzione automobilistica, anche la Carolina del Sud e l’Alabama si distinguono per una forte presenza dell’industria auto.
Questi spunti sopra sono stati recuperati dall’analisi completa pubblicata su Econopoly –il Sole24Ore
Il vice
segretario all’energia degli Stati Uniti, il repubblicano Dan Brouillette, ha
affermato in un’intervista al Financial Times che il peso delle recenti scelte
dell’amministrazione Trump in Medioriente è avvenuta anche grazie alla forza
acquisita dopo lo shale boom.
Il riconoscimento della sovranità di
Israele sulle alture del Golan arriva grazie a questa sicurezza. Il funzionario
americano sottolinea la differenza con quanto accaduto nel 1973-74 quando
l’embargo petrolifero dell’Opec durante la guerra arabo-israeliana fece
schizzare in alto i prezzi del greggio. La produzione domestica americana
raggiunta dopo lo shale boom, li rende meno vulnerabili alle importazioni.
Il presidente Donald Trump ha firmato il
riconoscimento delle alture del Golan lunedì 25 marzo, durante una cerimonia
alla Casa Bianca a cui ha partecipato Benjamin Netanyahu, il primo ministro
israeliano. “La libertà che questo
permette a questo presidente e ai futuri presidenti. . . è semplicemente
sbalorditivo” ha affermato Dan Brouillette nella sua intervista.
Ultimamente il crescente legame tra Cina e
Israele aveva destato non poche preoccupazioni per lo Zio Sam. Il
riconoscimento del Golan allontana la Cina da Israele. L’Impero Celeste non
riconosce infatti la sovranità israeliana. Un attore, Israele, che cresce nel
Mediterraneo, mare che a sua volta assume rilevanza (soprattutto il versante
adriatico) per la Belt and Road (la via della Seta).
Adesso
passiamo al Gas: il segmento LNG americano (gas liquefatto) sta soffrendo per
la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. I prezzi in Asia sono
praticamente crollati negli ultimi giorni ai minimi pluriennali.
I produttori
di gas liquefatto americano come Cheniere hanno bisogno di accordi a lungo
termine con gli importatori cinesi. Questo serve soprattutto per rasserenare
gli investitori che i loro soldi siano ben investiti e il rischio è sotto
controllo.
Cheniere ha
firmato un contratto a lungo termine di 25 anni con la Cina nel 2018. Si tratta
del primo accordo per 1,2 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno.
Andranno alla CNPC China National Petroleum Corporation (controllata
interamente dallo stato cinese). Adesso le trattative con la Cina sono in una
fase di stallo: fino a quando entrambi i paesi non risolveranno la tradewar in
corso.
La Casa
Bianca sul tema ha fatto sentire la sua voce ultimamente: il principale
consigliere economico del presidente americano Donald Trump, ha infatti
affermato che i colloqui per porre fine a una guerra tariffaria, potrebbero
andare avanti per “mesi”. Segnali non proprio rassicuranti.
Cari lettori di neON e-non, qui un estratto dell’analisi
pubblicata su
StartMag.
<<Ho
trascorso una discreta quantità di tempo nell’industria dell’oil&gas. Ho
gestito una piccola azienda; si chiamava Sentry International. Abbiamo
fabbricato e venduto mud pumps, attrezzature per pozzi, e distribuivamo sucker rods. Quindi conosco bene l’industria>>
Un appuntamento che assume questa volta un ruolo ancora
più importante perché Pompeo non si rivolge solo ai leaders dell’oil&gas americano ma anche ai diplomatici
americani e di tutto il mondo: una geopolitica che adesso consolida
maggiormente il legame con il petrolio.
Oggi, gli Stati Uniti esportano petrolio ad un livello prima
inimmaginabile. Pompeo riconosce il ruolo dell’industria americana, delle
piccole compagnie che hanno assunto il rischio imprenditoriale per raggiungere
questo livello. Un settore quello delle piccole oil companies americane e dei
loro fornitori, che Pompeo conosce bene.
Tuttavia ricorda a tutti che il successo è arrivato anche
grazie al Congresso quando nel 2015 ha abolito il divieto delle esportazioni di
petrolio.
Inoltre aggiunge che lo scorso agosto, gli Stati Uniti
hanno superato la Russia come primo produttore mondiale, con una produzione
aumentata al ritmo più veloce della storia, il più grande aumento di un anno
nella produzione di petrolio che il mondo abbia mai visto. Circa un decennio
fa, gli USA importavano il 60% del petrolio.
Circa 45 anni Kissinger parlava ai ministri degli esteri
per gestire la scarsità di energia, oggi invece, afferma Pompeo, il problema è
opposto: capire come portare più petrolio e gas verso la costa e spedirlo in
giro per il mondo.
La capacità di esportare non riguarda solo l’energia ma i
valori in cui gli Stati Uniti credono, il messaggio di Pompe si fa più forte:
<<Il nostro modello conta ora,
francamente, più che mai in un’era di grande rivalità e competizione di potere
in cui alcune nazioni stanno usando la loro energia per fini malevoli e non per
promuovere la prosperità nel modo in cui facciamo qui in Occidente. Non hanno i
valori della libertà, delle rule of law che noi facciamo e usano la loro
energia per distruggere la nostra>>.
Con il suo petrolio gli Stati Uniti vogliono aumentare la
diversificazione energetica dei Paesi ritenuti amici. In merito al gasdotto
NordStrean II, paragona l’Europa a gli Stati Uniti riferendosi alla loro dipendenza
dal petrolio Venezuelano.
Lo scorso anno le esportazioni americane hanno raggiunto
luoghi diversi come India, Giappone, Cina, Repubblica di Corea, Italia,
Irlanda, Emirati Arabi Uniti.
La prima spedizione di gas americano LNG è arrivato sulle
coste portoghesi bagnate dall’atlantico.
Il Dipartimento di Stato dichiara Pompeo, lavora per espandere
queste relazioni: lo scorso aprile, ha formalizzato un impegno per rafforzare
la sicurezza energetica del Vietnam. A ottobre ha ospitato il suo primo dialogo
con l’Australia sulla sicurezza energetica. La partita nel Mare del Sud della
Cina è cruciale.
Sul tema Mare del Sud cinese il messaggio si fa ancora
più forte: <<La costruzione
illegale dell’isola in acque internazionali non è semplicemente una questione
di sicurezza. La Cina impedisce ai membri dell’ASEAN di accedere a oltre 2.500
miliardi di dollari in riserve di energia recuperabili>>.
Per contrastare, il governo degli Stati Uniti promuovono
la sicurezza energetica per quelle nazioni del sud-est asiatico. Favorendo:
<<transazioni trasparenti, non
trappole di debito>>
ci ricolleghiamo al precedente post. Qui una parte dell’ analisi completa pubblicata qui su Startmag.
Il prezzo della benzina può avere anche un impatto sulla vendita delle stesse auto. Una nota pubblicata dall’ EIA di qualche mese fa mostrava che in realtà nonostante l’aumento del prezzo, le vendite non erano state (ancora) colpite dal fenomeno. Anche se più o meno tutte le case automobilistiche americane si aspettano un 2019 abbastanza flat nel mercato domestico.
Nel seguente grafico notiamo che la vendita delle
macchine di piccola taglia sono in continua diminuzione mentre aumentano i CUV.
Il CUV acronimo di crossover utility
vehicle, è simile ad un SUV (stessa altezza) ma differisce per le forme
della carrozzeria, più simili ad una berlina e station wagon. Si tratta quindi di
un segmento intermedio tra la berlina e il SUV vero e proprio.
Occorre inoltre precisare che sebbene i CUV e le berline
siano costruite su piattaforme simili, i primi hanno spesso una spesa di
carburante maggiore rispetto alle loro equivalenti berline. Questo vale anche quando
il confronto tra CUV e berlina viene fatto considerando lo stesso motore e la
stessa trasmissione.
La nota della EIA conclude che: <<la variabilità dei costi annuali del
carburante non è stata sufficiente a modificare le tendenze di acquisto nello
stesso modo in cui i consumatori hanno scambiato SUV a basso consumo di
carburante per auto e CUV nel picco della recessione nel 2009>>.
Non si può escludere che l’aumento di prezzo della
benzina possa avere un impatto in futuro. Questo per due motivi: il primo legato
all’aumento della percentuale delle auto che hanno maggiori consumi (i CUV
appunto), quindi più sensibili agli aumenti dei prezzi della benzina. Il
secondo motivo riguarda invece il maggiore rischio che il comparto auto sta
osservando a seguito dei ritardi nei pagamenti nei prestiti per l’acquisto di
una nuova vettura.
Secondo questa
nota della Federal Reserve di New York, il trend dei prestiti erogati
è in aumento. Le auto si vendono, ma i prestiti sono associati sempre più a
famiglie con livelli di credit score
bassi, quindi rischi più alti.
Il
Financial Times recentemente riportava che il numero di debitori
indietro nei pagamenti nei prestiti auto è salito al massimo del 2018. Più di 7
milioni di americani sono in ritardo di 90 giorni con i pagamenti e ritenuti “seriamente
insolventi”. Oltre 1 milione in più rispetto al picco precedente del 2010.
Nel settore credito, l’erogazione prestiti per comprare
un’auto è sempre più importante. Ne parla anche il Wall
Street Journal: gli americani chiedono
sempre più prestiti per le auto e meno per case.
Concludendo: La
Federal Reserve
L’innalzamento dei tassi della Federal
Reserve ha un impatto ovviamente sul costo del debito e in particolare sui
nuovi prestiti. Questo si ricollega anche con quanto detto riguardo ai prestiti
auto. Tassi più alti implicano prestiti più costosi, rate più costose. Quindi
in uno scenario di tassi in rialzo anche un prezzo della benzina in salita non
è favorevole. A risentirne soprattutto le fasce più deboli, quelle in
difficoltà e con credit score basso. Quindi la gran parte dell’elettorato del
Presidente.
Altro importante aspetto da non
trascurare riguarda il debito delle società petrolifere statunitensi. Secondo
questa nota della EIA, nel 2018 le società petrolifere americane quotate hanno
emesso la più bassa quantità di nuovi finanziamenti dal 2013, recuperando dal
mercato14 miliardi di dollari di debito e 2 miliardi di dollari dai mercati
azionari.
Nella nota si legge: <<Diversi fattori probabilmente contribuito a
ridurre l’attività di finanziamento nel 2018 rispetto agli anni precedenti.
Prima il livello relativamente più elevato dei tassi di interesse nel 2018 ha
contribuito a un costo più elevato di emissione di debito>>. Il tasso dei fondi federali statunitensi è
stato in media dell’1,8% a 2018, il più alto dal 2008.
Se la Federal Reserve alza i tassi e le
compagnie petrolifere americane vanno in sofferenza, avranno meno soldi per
finanziare le loro operazioni. Tradotto: meno petrolio americano sul mercato,
quindi maggiore volatilità e prezzi più alti.
Il consumatore americano quindi
verrebbe colpito due volte, la prima con un aumento dei costi dei prestiti
auto, la seconda con un rincaro dei prezzi della benzina.
Molto probabilmente questi sono i
motivi per i quali il Presidente pone molta attenzione a cosa fa l’OPEC (prezzo
del barile) e la Federal Reserve (tassi di interesse).
qualche giorno fa un tweet del Presidente Trump ha dato uno scossone al prezzo del barile. Il testo contenuto nel brevissimo messaggio diceva in sostanza che i prezzi “stanno diventando troppo alti, che l’OPEC dovrebbe “rilassarsi e prendersela comoda” e che il mondo non può sopportare un aumento dei prezzi, è fragile”
Dopo il tweet il Brent è sceso del 3,1% a 65,02 dollarial barile, mentre West Texas Intermediate del 3,2% a 55,41 dollari. Sembra che i traders avrebbero ipotizzato che i principali produttori, Arabia Saudita in primis, avrebbero seguito il messaggio con un aumento della produzione. Hanno preferito vendere prima. Non si sa mai.
Ma perché il Presidente stressa tanto questo punto?
Per la benzina americana il prezzo del petrolio copre il 53% del totale e il 40% se parliamo di diesel (dati di gennaio secondo la EIA Energy Information Administration). Se diamo uno sguardo ai prezzi della benzina americana notiamo che dopo il picco di ottobre, inizia una fase in discesa (vedi grafico sotto) riducendosi di quasi il 15% negli ultimi 4 mesi. All’epoca non pochi analisti correlarono il focus del presidente a tenere bassi i prezzi della benzina alle imminenti elezioni di mid term. Si tratta di un aspetto pratico se consideriamo quello che i media hanno indicato come l’elettore tipo del presidente, battezzato come forgotten man. Per il forgotten man vedersi ridurre del 15% il prezzo della benzina è una manna dal cielo. Facciamo due conti: un americano che fa 15.000 miglia all’anno utilizzando una berlina da 35 miglia a gallone (un gallone sono 3.8 litri), consuma circa 429 galloni di benzina. All’anno il risparmio è di circa 250 dollari. Non è poco.
Mercato auto
Altro punto critico da considerare e da collegare al prezzo della benzina è il mercato delle auto. State per comprarvi un’auto grazie ad un prestito, il prezzo della benzina è alto, ogni giorno notizie sulla diffusione dell’auto elettrica e di Elon Musk: la comprate ugualmente o rimandate? State pagando le rate della vostra auto e avete qualche difficoltà nei pagamenti, il prezzo della benzina è schizzato. Consigliereste al vostro amico di fare lo stesso o di pensarci meglio? Il grafico sotto mostra il crollo delle vendite auto negli USA durante la crisi di dieci anni fa.
L’aspetto dei prestiti per l’acquisto auto è un fattore importante. Secondo questa nota della Federal Reserve di New York, il trend dei prestiti erogati è in aumento, buon segno, le auto si vendono, ma i prestiti sono associati sempre più a famiglie con livelli di credit score bassi (maggiori rischi).
Il Financial Times recentemente riportava che Il numero di debitoriindietro nei pagamenti nei prestiti auto è salito al massimo del 2018. Più di 7 milioni di americani sono in ritardo di 90 giorni con i pagamenti e ritenuti “seriamente insolventi”. Oltre 1 milione in più rispetto al picco precedente del 2010.
Nel settore credito, l’erogazione prestiti per comprare un’auto è sempre più importante. Ce ne parla anche il Wall Street Journal: gli americani chiedono sempre più prestiti per le auto e meno per case.
Nello scenario qui presentato, riusciamo a contestualizzare maggiormente il messaggio del Presidente. È chiaro che sta cercando di non far raffreddare la macchina dell’economia. In questa stessa ottica va analizzata la decisione della Federal Reserve di allentare la presa sul rialzo dei tassi.
Un colpo alla botte e uno al cerchio
Se da un lato il Presidente manda messaggi all’OPEC chesi sa, vede nell’Arabia Saudita il membro più proattivo, dall’altro la possibilità di vendita tecnologia nucleare ai sauditi sembra quasi un tentativo di bilanciamento.
Da quanto emerge da un recente articolo del Wall Street Journal, un’indagine dei Democratici del Congresso ha rivelato, alcuni funzionari della Casa Bianca stiano spingendo per un piano volto allo sviluppo di un programma di energia nucleare per l’Arabia Saudita per la generazione elettrica. Khalid al Falih, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, prevede di avere due reattori in linea nel prossimo decennio, fino a 16 in servizio nei prossimi 25 anni.
Negli anni ‘50 furono gli Stati Uniti ad avviare il programma nucleare iraniano. Fornirono allo Shah Reza Pahlavi il primo reattoredi ricerca del paese e l’uranio arricchito per alimentarlo. L’intenzione era sempre quella di sostenere un programma civile piuttosto che militare. Poi le cose sono andate diversamente.
Nel 2017, il regno saudita ha inviato una richiesta di informazioni sui reattori nucleari di uso civile. Potrebbe trattarsi di un primo passo verso una gara ufficiale.
Questo articolo di Reuters parla di in trattative con aziende filo governative attive nel nucleare provenienti da Russia, Cina, Francia e Corea del Sud. Anche l’americana Westinghouse è coinvolta: ultimamente non se la passa benissimo.
Gli americani ci pensano, e fanno benissimo.
Intanto il principe Mohamed bin Salman è volato a fine febbraio in Cina in visita ufficiale.
500 miliardi di dollari di fatturato, quasi 12000 stores, 270 milioni di clienti in 28 paesi. 2.3 milioni di dipendenti anche detti “associates”. Stiamo parlando di Walmart. Per dare un’idea, il PIL dell’Egitto nel 2017 è stato di poco sotto i 250 miliardi di dollari.
La storia
Walmart viene registrata nel Delaware nell’ottobre del 1969. I fondatori iniziarono nel 1945 quando Sam M. Walton aprì un negozio in franchising Ben Franklin in Arkansas. Nel 1946, suo fratello, James L. Walton, aprì un negozio simile nel Missouri. Fino al 1962, l’attività dei fondatori era interamente dedicata alle operazioni di piccoli shopper retail. In quell’anno, la prima Wal-Mart Discount City (un negozio di discount) fu aperta a Rogers, in Arkansas. Nel 1988 il primo supermercato e nel 1989 il primo mercato di quartiere. Nel 1991 il primo passo fuori dagli states: una joint venture in Messico. Oggi il giro d’affari interessa 28 paesi.
2019
In generale, il settore retail statunitese è stato sostenuto l’anno scorso dalla forte economia americana, alta occupazione e aumento dei salari. Anche se gli ultimi dati del governo pubblicati la scorsa settimana hanno mostrato le vendite di dicembre di negozi, ristoranti e online in calo rispetto a novembre: il più grande declino mensile da settembre 2009.
Walmart è il primo importante rivenditore statunitense a presentare i risultati del quarto trimestre. A gennaio, anche Target e Costco Wholesale (altri giganti del retail) hanno dichiarato forti vendite durante le vacanze, le più forti da anni. Ma altri, tra cui Macy’s e Kohl’s, hanno riportato una crescita più lenta. Amazon intanto ha registrato un profitto trimestrale record: le entrate sono aumentate del 20% anche se è in realtà il più piccolo “salto” trimestrale registrato dal 2015.
Walmart ha superato le aspettative degli analisti grazie alle forti vendite di generi alimentari, ordini online e acquisti per le vacanze compresi i giocattoli.
Più della metà delle entrate statunitensi di Walmart proviene da alimenti e altri prodotti di base il cui rivenditore si trova entro 10miglia nel 90% ha riportato la compagnia agli analisti e le vendite di e-commerce sono aumentate del 43% a l’ultimo trimestre e il 40% per l’intero anno fiscale, un settore importante per il futuro della società.
I numeri
Le Net Sales crescono a 495 miliardi di dollari e oltre il 70% sono targate USA.
Ma dobbiamo stare attenti all’ Operating Income che si abbassa negli ultimi 5 anni. Cosa vuol dire? Significa la società fa più fatica a generare revenues. I costi operativi aumentano. Secondo il Wall Street Journal a seguito di una percentuale più elevata delle sue vendite provenienti da ordini di e-commerce a margine inferiore, aumento dei costi di trasporto e investimenti online. Tradotto: Walmart sta investendo e lotta per il lungo periodo.