Petrolio. Russia e Turchia in Siria

Il mancato accordo del prezzo di marzo tra Russia e Sauditi ha avuto ripercussioni sull’industria petrolifera americana. Apparentemente i Russi non avrebbero avuto motivi per far saltare quel meccanismo stabilizzante del prezzo che era in corso tra sauditi americani e russi. Sul fronte geopolitico il loro impegno in Siria ha avuto successo.

Da fine 2015 hanno guadagnato basi navali e l’accesso allo spazio aereo siriano. Hanno supportato Assad che dal 2016 al 2018 ha guadagnato terreno e restato al potere. La Russia quindi ha guadagnato da un lato l’accesso al Mediterraneo orientale (leggasi partita gas) e dall’altro lo spazio aereo siriano. A fine febbraio 2020 poco prima del meeting Opec+ la Russia viene accusata da Ankara di essere coinvolta in un air strike siriano contro le truppe turche. A queste accuse i russi hanno risposto lamentando che in realtà è stata Ankara ad aver schierato senza aver “citofonato” la loro posizione. Tensione che sale, non si raggiungeva tale livello da quando un jet da combattimento russo vicino al Confine siriano nel 2015 fu abbattuto dai turchi…

Ad inizio marzo 2020 Erdogan era a Mosca per incontrare Putin. Tre giorni prima che i Russi incontrassero i sauditi per parlare del prezzo del petrolio. Sauditi e turchi non vanno molto d’accordo nonostante siano entrambi sunniti ma la Russia dialoga con entrambi.

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Siria e Medioriente e la questione sfollati. Prima o poi ripartirà…

Testo recuperato integralmente da La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti, che si rende al Parlamento a mente dell’art. 38 della legge 124/2007.

Il Paese, in buona parte riconquistato militarmente dal regime di Assad, ha conosciuto picchi di instabilità e insicurezza: nella provincia di Idlib, dove l’opposizione armata, perlopiù riferibile alla galassia qaidista, ha mantenuto la propria roccaforte e dove l’assedio delle forze di Damasco ha concorso ad aggravare le condizioni umanitarie di centinaia di migliaia di profughi e sfollati; nell’area della Capitale, dove – nel vivo della contrapposizione tra Israele e Iran – in novembre, in risposta al lancio di razzi verso il Golan, è intervenuto il raid di Tel Aviv contro postazioni siriane e iraniane; nelle zone ad est dell’Eufrate, ai confini con la Turchia, dove Ankara ha consolidato la propria influenza sferrando, in ottobre, l’offensiva “Sorgente di Pace”, dichiaratamente volta a blindare la fascia frontaliera e a contrastare la presenza delle formazioni curdo-siriane.

Il dato di maggior spessore geostrategico che emerge ad oggi dalle ceneri del conflitto siriano è il consolidamento del ruolo della Russia, che, forte della capacità di interloquire con tutti i player regionali a vario titolo coinvolti nella crisi, ha promosso con Turchia ed Iran e in sintonia con Damasco, nell’ambito del cd. Processo di Astana, l’avvio dei lavori del Comitato Costituzionale siriano, chiamato a favorire – a oltre cento mesi dall’inizio della crisi – il dialogo tra regime e opposizioni.

Il percorso di stabilizzazione della Siria resta peraltro fortemente connesso non solo al perseguimento di concreti avanzamenti sul piano politico intra-siriano, ma anche all’adozione di soluzioni concertate a livello internazionale per il superamento della situazione di emergenza umanitaria e il rientro degli sfollati

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