Globalizzazione, lavoro e paesi emergenti. Fermi tutti! Ci eravamo sbagliati

Cari lettori di ne-ON e-non,

qui un pezzo dell’analisi pubblicata su Econopoly qui.

In passato l’export caratterizzato da alta intensità di manodopera, è stato essenzialmente la principale spinta per la crescita dei paesi emergenti. Tuttavia le opportunità si vanno riducendo sempre più man mano che le tecnologie di automazione erodono il vantaggio competitivo basato sui bassi salari.

Il lavoro a bassa specializzazione (low skilled labor) sta diventando meno importante come fattore di produzione. Contrariamente alla percezione comune, solo circa il 18% del commercio globale è ad oggi determinato dal differenziale del costo del lavoro.

Nell’ultimo decennio, la quota di scambi determinata dal differenziale dal costo del lavoro è diminuita in molte filiere.

Il grafico sotto è molto chiaro: vediamo la percentuale della produzione globale nel 2005 in grigio e nel 2017 in azzurro. Per i prodotti –labor intensive– si passa dal 55 al 43 percento. Una perdita di 12 punti percentuali: un punto percentuale perso ogni anno e cioè una riduzione del 20% in poco più di dieci anni.

Altro grafico interessante da osservare (sotto), ci mostra una riduzione della trade intensity a partire dal 2007 per molte delle industrie considerate. Ma in particolare notiamo soprattutto per l’ultima riga “textile and apparel” che rappresenta il segmento tra i più labor intensive. La trade intensity è il rapporto tra quanto si esporta rispetto a quanto viene prodotto. Le industrie che ricadono nella categoria “labor intensive” sono quelle che impiegano più dei 2/3 dei loro costi in forza lavoro, di cui la maggior parte si tratta di lavoratori low skilled.

Si tratta di prodotti come abbigliamento, giocattoli, scarpe che nella maggior parte dei casi, avendo dei pesi ridotti sono facilmente commerciabili. Sebbene questo segmento rappresenti nell’immaginario comune il sinonimo di globalizzazione, questi prodotti rappresentano solo il 3% (5 trilioni di dollari) del valore della filiera globale (global value chain stimata pari a 160 trilioni di dollari) che impiegano circa il 3% della forza lavoro (circa 100 milioni di persone). Nei paesi emergenti focalizzati su questo tipo di prodotto finale, il 28% della produzione viene esportato rappresentandone il 62% degli scambi totali.

Molte multinazionali stanno considerando di investire in nuova capacità produttiva in prossimità dei consumatori finali. Questo per rafforzare il coordinamento della loro filiera, puntando alla riduzione dei tempi di spedizione. L’automazione sta giocando un ruolo in primo piano per l’equilibrio del capitale e lavoro.

Un recente articolo del Financial Times riporta alcuni esempi come quello di Lincoln Electric, un produttore di saldatrici con sede in Ohio ed operazioni in Cina il quale ha deciso di espandersi in casa grazie all’automazione. Anche la Adidas ha avviato un redesign delle sue scarpe per renderne la produzione meno laboriosa. Ha inoltre aperto delle cosidette “Speedfactories” ad alto tasso tecnologico con stampa 3D, bracci robotici, e maglieria computerizzata negli Stati Uniti e in Germania. Prima la produzione di calzature era in gran parte offshored a produttori con bassi salari come Cina, Indonesia e Vietnam.



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Un occhio al mattone targato USA. E non solo

Cari lettori di neON e-non,

settanta anni di costante apprezzamento dei prezzi delle case, uniti ad una crescita ridotti dei salari reali, hanno creato negli Stati Uniti situazioni di disequilibrio. Nel grafico sotto basta confrontare la pendenza delle curva di crescita dei prezzi delle case e quelli dei redditi per capire di cosa stiamo parlando.

Nel 1950, il prezzo medio della casa era 2,2 volte il reddito medio annuo. Circa 70 anni dopo (crisi incorporata), 3,7 volte il reddito medio. In gran parte, questo differenziale di costo è stato assorbito da un maggiore debito privato. Tra il 1949 e il 2018, il debito ipotecario in percentuale del PIL è cresciuto dal 15% all’80%.

Di questo aspetto del debito ce ne parla anche l’economista M. Mazzucato nel suo libro: “Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’ economia globale”. L’economista ci dice infatti che, dopo la Seconda guerra mondiale per mantenere gli standard di vita avuti fino agli anni ottanta, i lavoratori assunsero livelli maggiori di indebitamento. C’è anche da dire che questo nel quadro economico complessivo, ha rappresentato anche uno stimolo alla domanda quindi alle vendite delle imprese.

Il debito delle famiglie è aumentato considerevolmente tra il 1995 al 2005, del 42% negli Stati Uniti e 54% nel Regno Unito. Condividiamo dal libro la seguente:

<<Negli StatiUniti i mutui erano la principale fonte di indebitamento delle famiglie, in parte riflettendo la propensione delle famiglie a estrarre denaro (extract equity) dal crescente valore delle loro case>>.

L’aumento costante dei prezzi delle case creava una sorta di “effetto ricchezza” ipotesi per la quale si ritiene che, se aumentano i prezzi delle case, la gente sarebbe psicologicamente più propensa a spendere! Un’ipotesi avvalorata anche dall’ufficio del bilancio del Congresso americano. Un’ ipotesi che qualcun altro chiama bolla.

Negli Stati Uniti infatti l’aumento dei prezzi delle case sta spingendo sempre più i nuovi acquirenti a chiedere aiuto ai loro genitori per i pagamenti.

Sebbene il ritmo della crescita rallentato, i prezzi comunque continuano ad aumentare anno dopo anno. Anche se i tassi ipotecari più alti stanno redendo il mercato più stringente.

Una situazione difficile per gli acquirenti di prima casa che in molti casi hanno difficoltà a recuperare il contante necessario per gli acconti, tra indebitamento degli studi e altri fattori. La scarsa crescita dei salari e la crescita stessa dei prezzi delle case. Il tasso di proprietà della famiglia tra quelli di età sotto ai 35 anni ha ceduto 8 punti percentuali dal 2004 al 35% nel 2017 secondo Freddie Mac.

Per quanto riguarda l’Italia, paese di risparmiatori, il discorso indebitamento privato rappresenta un rischio minore che negli USA. Qui tuttavia dobbiamo tenere in considerazione dei Mega trend in atto che potrebbero ridurre il valore del patrimonio immobiliare.

Se leggiamo l’ultimo rapporto ISTAT, abbiamodue cose da considerare: calo delle nascite e anche riduzione numero medio dei componenti a famiglia

Questi due trend si traducono in una minore richiesta del numero di alloggi e anche delle dimensioni degli alloggi.

Notiamo il trend di richiesta delle nuove case negli ultimi sette anni. Dopo il minimo raggiunto nel 2016 abbiamo una lieve ripresa. Ma siamo ancora lontani dei livelli raggiunti in precedenza. Possiamo capire che a lungo termine lo scenario non è dei migliori, incrociando i trend demografici e sociali di lungo termine con quelli finanziari (tassi) di breve medio periodo. Sebbene quelli finanziari potrebbero essere ciclici quelli socioeconomici potrebbero non esserlo.

Per approfondire sul tema debito americano e settore immobiliare, l’analisi completa è disponibile qui.

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Miracolo economico tedesco. Alcune considerazioni

Cari lettori di neON e-non,

qui vi parliamo della locomotiva tedesca. Con il surplus commerciale più grande al mondo e la più bassa disoccupazione dell’eurozona, la Germania rappresenta un modello per l’Europa. Dalla crisi del 2008 la disoccupazione è diminuita costantemente, scendendo sotto il 5% nel 2018. La Germania ha raggiunto così il secondo posto in Europa in termini di tasso occupazione.

Tuttavia dobbiamo fare alcune considerazioni.

La Germania è anche il posto dove si osserva un problema di bassi salari come riportato in questo articolo del Financial Times. Anche la povertà ha raggiunto il massimo dal momento della riunificazione come leggiamo qui.

Diamo qualche numero. Guardiamo le sezioni Jobs e Society nella seguente figura (dal sito dell’ OECD). Cosa notiamo?

Per agevolare il lettore diamo alcune istruzioni per lettura dei grafici. Nella parte destra della figura, nella colonna Ranking, in colore rosso, notate il posizionamento della Germania in confronto agli altri paesi OECD. Nella colonna Trend invece, riuscite a capire con un colpo d’occhio come sta andando praticamente negli ultimi 20 anni (dati dal 1996 al 2017).

Vediamo che i salari medi in effetti sono cresciuti. Bene. Notiamo anche che il tasso di occupazione è aumentato. Ottimo. E notiamo infine che le ore lavorate invece si sono ridotte. Molto bene. Quindi se il tasso di occupazione è aumentato e le ore lavorate si sono ridotte, oltre ad un fenomeno di produttività potremmo considerare che magari lavorano un po’ tutti, un po’ meno

Fermiamoci sulle ore lavorate, chiediamoci come è andata la Germania rispetto agli altri in termini di ore lavorate.

Sempre sul sito OECD abbiamo recuperato questi trend (figura sotto) molto immediati. Quello che notiamo è che, tutti in tutti i paesi vediamo un trend di diminuzione delle ore lavorate (i dati partono dal 1982). Ma è la Germania ad avere il valore più basso a 1356.

Un recente articolo (qui disponibile), sostiene che il miracolo economico tedesco è legato alla riduzione delle ore lavorate causata da un allargamento del bacino di lavoratori. E cioè una maggiore partecipazione al lavoro di donne e anziani e del part time.

Abbiamo recuperato il seguente grafico per quanto riguarda la partecipazione al lavoro nella fascia d’età tra 55-64 anni. Notiamo ancora una volta il trend comune più o meno a tutti i paesi considerati. Eppure si nota anche che la Germania ha avuto una fortissima partecipazione della fascia di età tra 55 e 64 anni. Seconda solo al Giappone. Guardate la pendenza della curva colore azzurro della Germania (quella nera è la media OECD). Si nota che è tedesca la crescita più rapida.

Recuperiamo altri dati. Questa volta riferiti allasezione Society. Guardiamo la sezione Trend, la quarta riga a partire dall’alto e cioè: Poverty rate. A quanto pare il trend in aumento c’è. Osserviamo inoltre che il trend è simile a quello della curva: Permanent immigrantion flows. Non possiamo affermare se e quanta correlazione ci sia tra i due fenomeni, ma non possiamo non notare una similarità. Ma per ora trascuriamo questo punto che non è oggetto della nostra breve analisi.

Per concludere affrontiamo anche il punto del lavoro part time e in effetti notiamo come la Germania abbia avuto una forte accelerazione per i contratti di lavoro part time negli ultimi anni.

Abbiamo visto che parlare del successo tedesco basandoci sul basso tasso di disoccupazione non spiega tutta la storia. Di come ad esempio sia distribuita la ricchezza, i dati visti sembrano anche indicare un fenomeno in crescita di “lavoratori poveri” e di un miracolo economico che ha ancora importanti aspetti da considerare.