Benzina in America: il potenziale impatto sul mercato auto

Caro lettore di neON e-non,

ci ricolleghiamo al precedente post. Qui una parte dell’ analisi completa pubblicata qui su Startmag.

Il prezzo della benzina può avere anche un impatto sulla vendita delle stesse auto. Una nota pubblicata dall’ EIA di qualche mese fa mostrava che in realtà nonostante l’aumento del prezzo, le vendite non erano state (ancora) colpite dal fenomeno. Anche se più o meno tutte le case automobilistiche americane si aspettano un 2019 abbastanza flat nel mercato domestico.

Nel seguente grafico notiamo che la vendita delle macchine di piccola taglia sono in continua diminuzione mentre aumentano i CUV. Il CUV acronimo di crossover utility vehicle, è simile ad un SUV (stessa altezza) ma differisce per le forme della carrozzeria, più simili ad una berlina e station wagon. Si tratta quindi di un segmento intermedio tra la berlina e il SUV vero e proprio.

Occorre inoltre precisare che sebbene i CUV e le berline siano costruite su piattaforme simili, i primi hanno spesso una spesa di carburante maggiore rispetto alle loro equivalenti berline. Questo vale anche quando il confronto tra CUV e berlina viene fatto considerando lo stesso motore e la stessa trasmissione.

La nota della EIA conclude che: <<la variabilità dei costi annuali del carburante non è stata sufficiente a modificare le tendenze di acquisto nello stesso modo in cui i consumatori hanno scambiato SUV a basso consumo di carburante per auto e CUV nel picco della recessione nel 2009>>.

Non si può escludere che l’aumento di prezzo della benzina possa avere un impatto in futuro. Questo per due motivi: il primo legato all’aumento della percentuale delle auto che hanno maggiori consumi (i CUV appunto), quindi più sensibili agli aumenti dei prezzi della benzina. Il secondo motivo riguarda invece il maggiore rischio che il comparto auto sta osservando a seguito dei ritardi nei pagamenti nei prestiti per l’acquisto di una nuova vettura.

Secondo questa nota della Federal Reserve di New York, il trend dei prestiti erogati è in aumento. Le auto si vendono, ma i prestiti sono associati sempre più a famiglie con livelli di credit score bassi, quindi rischi più alti.

Il Financial Times recentemente riportava che il numero di debitori indietro nei pagamenti nei prestiti auto è salito al massimo del 2018. Più di 7 milioni di americani sono in ritardo di 90 giorni con i pagamenti e ritenuti “seriamente insolventi”. Oltre 1 milione in più rispetto al picco precedente del 2010.

Nel settore credito, l’erogazione prestiti per comprare un’auto è sempre più importante. Ne parla anche il Wall Street Journal:  gli americani chiedono sempre più prestiti per le auto e meno per case.

Concludendo: La Federal Reserve

L’innalzamento dei tassi della Federal Reserve ha un impatto ovviamente sul costo del debito e in particolare sui nuovi prestiti. Questo si ricollega anche con quanto detto riguardo ai prestiti auto. Tassi più alti implicano prestiti più costosi, rate più costose. Quindi in uno scenario di tassi in rialzo anche un prezzo della benzina in salita non è favorevole. A risentirne soprattutto le fasce più deboli, quelle in difficoltà e con credit score basso. Quindi la gran parte dell’elettorato del Presidente.

Altro importante aspetto da non trascurare riguarda il debito delle società petrolifere statunitensi. Secondo questa nota della EIA, nel 2018 le società petrolifere americane quotate hanno emesso la più bassa quantità di nuovi finanziamenti dal 2013, recuperando dal mercato14 miliardi di dollari di debito e 2 miliardi di dollari dai mercati azionari.

Nella nota si legge: <<Diversi fattori probabilmente contribuito a ridurre l’attività di finanziamento nel 2018 rispetto agli anni precedenti. Prima il livello relativamente più elevato dei tassi di interesse nel 2018 ha contribuito a un costo più elevato di emissione di debito>>.  Il tasso dei fondi federali statunitensi è stato in media dell’1,8% a 2018, il più alto dal 2008.

Se la Federal Reserve alza i tassi e le compagnie petrolifere americane vanno in sofferenza, avranno meno soldi per finanziare le loro operazioni. Tradotto: meno petrolio americano sul mercato, quindi maggiore volatilità e prezzi più alti.

Il consumatore americano quindi verrebbe colpito due volte, la prima con un aumento dei costi dei prestiti auto, la seconda con un rincaro dei prezzi della benzina.

Molto probabilmente questi sono i motivi per i quali il Presidente pone molta attenzione a cosa fa l’OPEC (prezzo del barile) e la Federal Reserve (tassi di interesse).



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OPEC e nucleare: relax and take it easy!

Cari lettori di neON e-non,

qualche giorno fa un tweet del Presidente Trump ha dato uno scossone al prezzo del barile. Il testo contenuto nel brevissimo messaggio diceva in sostanza che i prezzi “stanno diventando troppo alti,  che l’OPEC dovrebbe “rilassarsi e prendersela comoda” e che il mondo non può sopportare un aumento dei prezzi, è fragile”


Dopo il tweet il Brent è sceso del 3,1% a 65,02 dollarial barile, mentre West Texas Intermediate del 3,2% a 55,41 dollari. Sembra che i traders avrebbero ipotizzato che i principali produttori, Arabia Saudita in primis, avrebbero seguito il messaggio con un aumento della produzione. Hanno preferito vendere prima. Non si sa mai.

Non è la prima volta che il presidente si rivolge all’OPEC via tweet ne ho parlato qui qualche mese fa.

Ma perché il Presidente stressa tanto questo punto?

Per la benzina americana il prezzo del petrolio copre il 53% del totale e il 40% se parliamo di diesel (dati di gennaio secondo la EIA Energy Information Administration). Se diamo uno sguardo ai prezzi della benzina americana notiamo che dopo il picco di ottobre, inizia una fase in discesa (vedi grafico sotto) riducendosi di quasi il 15% negli ultimi 4 mesi. All’epoca non pochi analisti correlarono il focus del presidente a tenere bassi i prezzi della benzina alle imminenti elezioni di mid term. Si tratta di un aspetto pratico se consideriamo quello che i media hanno indicato come l’elettore tipo del presidente, battezzato come forgotten man. Per il forgotten man vedersi ridurre del 15% il prezzo della benzina è una manna dal cielo. Facciamo due conti: un americano che fa 15.000 miglia all’anno utilizzando una berlina da 35 miglia a gallone (un gallone sono 3.8 litri), consuma circa 429 galloni di benzina. All’anno il risparmio è di circa 250 dollari. Non è poco.

Mercato auto

Altro punto critico da considerare e da collegare al prezzo della benzina è il mercato delle auto. State per comprarvi un’auto grazie ad un prestito, il prezzo della benzina è alto, ogni giorno notizie sulla diffusione dell’auto elettrica e di Elon Musk: la comprate ugualmente o rimandate? State pagando le rate della vostra auto e avete qualche difficoltà nei pagamenti, il prezzo della benzina è schizzato. Consigliereste al vostro amico di fare lo stesso o di pensarci meglio? Il grafico sotto mostra il crollo delle vendite auto negli USA durante la crisi di dieci anni fa.

L’aspetto dei prestiti per l’acquisto auto è un fattore importante. Secondo questa nota della Federal Reserve di New York, il trend dei prestiti erogati è in aumento, buon segno, le auto si vendono, ma i prestiti sono associati sempre più a famiglie con livelli di credit score bassi (maggiori rischi).

Il Financial Times recentemente riportava che Il numero di debitoriindietro nei pagamenti nei prestiti auto è salito al massimo del 2018. Più di 7 milioni di americani sono in ritardo di 90 giorni con i pagamenti e ritenuti “seriamente insolventi”. Oltre 1 milione in più rispetto al picco precedente del 2010.

Nel settore credito, l’erogazione prestiti per comprare un’auto è sempre più importante. Ce ne parla anche il Wall Street Journal:  gli americani chiedono sempre più prestiti per le auto e meno per case.

Nello scenario qui presentato, riusciamo a contestualizzare maggiormente il messaggio del Presidente. È chiaro che sta cercando di non far raffreddare la macchina dell’economia. In questa stessa ottica va analizzata la decisione della Federal Reserve di allentare la presa sul rialzo dei tassi.

Un colpo alla botte e uno al cerchio

Se da un lato il Presidente manda messaggi all’OPEC chesi sa, vede nell’Arabia Saudita il membro più proattivo, dall’altro la possibilità di vendita tecnologia nucleare ai sauditi sembra quasi un tentativo di bilanciamento.

Da quanto emerge da un recente articolo del Wall Street Journal, un’indagine dei Democratici del Congresso ha rivelato, alcuni funzionari della Casa Bianca stiano spingendo per un piano volto allo sviluppo di un programma di energia nucleare per l’Arabia Saudita per la generazione elettrica. Khalid al Falih, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, prevede di avere due reattori in linea nel prossimo decennio, fino a 16 in servizio nei prossimi 25 anni.

Negli anni ‘50 furono gli Stati Uniti ad avviare il programma nucleare iraniano. Fornirono allo Shah Reza Pahlavi il primo reattoredi ricerca del paese e l’uranio arricchito per alimentarlo. L’intenzione era sempre quella di sostenere un programma civile piuttosto che militare. Poi le cose sono andate diversamente.

Nel 2017, il regno saudita ha inviato una richiesta di informazioni sui reattori nucleari di uso civile. Potrebbe trattarsi di un primo passo verso una gara ufficiale.

Questo articolo di Reuters parla di in trattative con aziende filo governative attive nel nucleare provenienti da Russia, Cina, Francia e Corea del Sud. Anche l’americana Westinghouse è coinvolta: ultimamente non se la passa benissimo.

Gli americani ci pensano, e fanno benissimo.

Intanto il principe Mohamed bin Salman è volato a fine febbraio in Cina in visita ufficiale.

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Petrolio, Gas e blockchain. Le ultime news

Cari lettori di neON e-non,

partiamo con un aggiornamento dal Venezuela. Il governo targato Guaidó sta cercando di assumere il controllo delle entrate petrolifere attraverso un consiglio di amministrazione provvisorio per la società petrolifera statale PDVSA e la raffineria statunitense Citgo (la cui maggioranza delle quote appartiene a PDVSA). Maduro, ha affermato che non permetterà a Citgo di essere “rubata”. Intanto gli Stati Uniti e altri 50 paesi hanno già riconosciuto il signor Guaidó come presidente legittimo del Venezuela. Per ora Maduro mantiene il controllo dell’esercito e delle principali istituzioni statali.

Le difficoltà del Paese aumentano anche a causa delle sanzioni USA di fine gennaio che hanno avuto un forte impatto sulle esportazioni di petrolio.

Da alcune immagini satellitari dei serbatoi dei terminali petroliferi, si è osservato un aumento dei livelli. È un segnale delle difficoltà per la compagnia di stato PDVSA a trovare un rapido sostituto agli Stati Uniti e le sue raffinerie del Golfo.

Il tempo stringe

La crescita degli dei livelli non potrà avvenire all’infinito. Le misure e analisi delle foto satellitari di circa il 70% dei sei terminal petroliferi del paese, fa emergere proprio l’effetto delle sanzioni. La stima della produzione venezuelana post-sanzioni è di quasi il 50% in meno, se confrontate con la settimana precedente alle sanzioni e di circa il 40% in meno se confrontate con il dato di novembre (mese con dati ufficiali finali). La chiusura del mercato americano ha tuttavia aperto nuove rotte verso l’India.

Considerando l’attuale capacità di stoccaggio e la produzione attuale, secondo alcuni esperti, tra circa un mese si potrebbe raggiungere la condizione di pieno stoccaggio. Questo vorrebbe significare l’arresto dell’intera produzione.

Anche se siamo ottimisti per la ricerca di una soluzione, questo scenario potrebbe letteralmente far schizzare il prezzo del barile.

Blockchain

Si chiama Vakt, la piattaforma petrolifera blockchain nata verso fine 2018. Supportata dalle compagnie petrolifere BP e Royal Dutch Shell, Chevron e Total daitrader Mercuria e Gunvor e dalle banche ING, ABN Amro e Société Générale. Come amministratore delegato abbiamo Etienne Amic, ex amministratore delegato di Mercuria e JPMorgan.

Una piattaforma, nata per modernizzare il commercio di materie prime usando la tecnologia blockchain. Vakt creato a novembre ha come scopo un modo per accelerare le negoziazioni e ridurre i costi eliminando il processo di trading “cartaceo”.

GAS

La Germania ha annunciato la costruzione di almeno due terminali di gas naturale liquefatto (GNL). Si apre la strada alle esportazioni americane verso uno dei più grandi mercati europei.

Ne parlavo qui qualche mese fa di come Il Presidente Trump “spingesse” da un lato Cancelliera Merkel a non supportare il progetto del gasdotto Nord Stream 2, dall’altro di comprare -GAS targato USA-. Anche se, come ribadivamo ai tempi, Il gas liquefatto (LNG) americano era tuttavia economicamente meno vantaggioso: quello russo costerebbe circa il 20% in meno.

All’epoca questi “segnali” daparte degli Stati Uniti furono interpretati anche come una mossa per riequilibrareun trade umbalance presente. Sono note le dichiarazioni del Presidente Trump che ha criticato più di una volta il disavanzo commerciale tedesco in Europa.

Intervistato dal Financial Times, Dan Brouillette, il vice segretario all’energia degli Stati Uniti, si è detto “molto eccitato” della mossa tedesca: “potenzialmente una grande opportunità per il GNL americano”.

Medioriente

L’Arabia Saudita sta considerando di sviluppare attività di Exploration & Production all’estero. È la prima volta. Il ministro per l’energia e presidente della compagnia petrolifera statale Saudi Aramco, Khalid al Falih, ha dichiarato al Financial Times che l’espansione sarebbe una parte fondamentale del futuro dell’azienda: “andando avanti, il mondo sarà il campo di gioco dell’Arabia Saudita”, ha affermato Falih.

Restate sintonizzati su neON

Energia: elettroni e molecole. Ultime news

Cari lettori di neON e-non,

ecco le ultime dal fronte. Cominciamo dagli elettroni…

La Tesla ha concluso un accordo da 218 milioni di dollari per rilevare la Maxwell Technologies. Società con sede in California che sviluppa batterie elettriche e che vanta tra i suoi clienti Lamborghini e General Motors.

L’acquisizione della Maxwell rientra nella strategia di potenziamento del segmento battery, sul quale la Tesla sta puntando molto. L’obiettivo è cercare un vantaggio competitivo sulle prestazioni e spiazzare gli altri produttori di auto elettriche. Ma non solo prestazioni, l’abbattimento dei costi è una sorgente di vantaggio competitivo.

Maxwell ha un processo brevettato per la fabbricazione di elettrodi utilizzati nelle batterie al litio. Produce elettrodi senza l’uso di solventi (tecnologia a elettrodi a batteria secca). È proprio questo processo a quanto pare, a dare slancio alle prestazioni e abbattere i costi.

Il costante miglioramento della produzione delle batterie è diventato un fattore chiave per Tesla per competerete con gli altri newcomers nel business delle auto elettriche. Musk aveva di recente affermato di essere super competitivo sui costi per quanto riguarda la produzione di batterie. Durante l’ultima trimestrale della compagnia, agli investitori ha  presentato i forti sforzi volti all’abbattimento del costo, puntando sulla logistica e standardizzazione.

Restiamo sul fronte elettroni ma andiamo più a monte. Parliamo di materie prime. Cobalto.

Il metallo ha raggiunto il valore più basso degli ultimi in due anni dopo un’impennata della fornitura da parte della Repubblica Democratica del Congo. Un po’ di respiro per le case automobilistiche che stanno puntando al mercato elettrico.

Come riportato dal Financial Times, il prezzo del metallo chiave della batteria elettrica è sceso di oltre il 40% da metà novembre grafico qui sotto.

Dopo i timori sulla sicurezza delle forniture del metallo le grandi case automobilistiche sono sollevati. Anche se ricordiamolo, quasi due terzi dei quali provengono dal Congo, uno dei paesi più poveri del mondo. La produzione è cresciuta del 44% lo scorso anno a circa 106 mila tonnellate, secondo la Federazione delle imprese congolesi.

Passiamo adesso alle molecole. Di olio

Gli Stati Uniti sono diventati il ​​più grande esportatore di petrolio nel Regno Unito per la prima volta dopo il picco del 1957. Fu l’allora presidente Eisenhower ad autorizzare 300.000 barili di esportazioni necessarie dopo la chiusura del Canale di Suez. A quanto pare in cambio in parte dell’impegno di Regno Unito e Francia al ritiro delle truppe secondo un recente articolo del Financial Times.

Quasi un barile su quattro del petrolio raffinato in Gran Bretagna a gennaio veniva dagli Stati Uniti. Questo dimostra il ruolo sempre maggiore che il petrolio americano ha ora nel mix energetico della Gran Bretagna.

ExxonMobil e Valero sono state le due società impegnate in queste esportazioni, proprietarie di due delle sei raffinerie di petrolio ancora operative nel Regno Unito. Lo stabilimento di Exxon a Fawley, la più grande raffineria di petrolio del Regno Unito, ha ricevuto a gennaio più di 4,3 milioni di barili a quanto pare provenienti dall’olio prodotto dallo shale texano.

Nel 2018 la stessa Exxon aveva dichiarato una possibile spesa di 500 milioni di sterline per l’impianto da 270.000 barili al giorno al fine di estenderne la vita utile.

Chiudiamo con il gas

ExxonMobil e Qatar Petroleum hanno dato il via libera a un progetto da 10 miliardi di dollari per esportare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Si apre una nuova rotta per risorse sbloccate dalla dallo shale, pronte a raggiungere sempre più i mercati mondiali.

Il progetto Golden Pass LNG in Texas, costruito originariamente come impianto di importazione di gas, è destinato a entrare in servizio nel 2024, esporterà 16 milioni di tonnellate di LNG all’anno.

È detenuta al 70 percento da Qatar Petroleum e al 30 percento da Exxon, estendendo una partnership di lunga data tra le due società.

Energy dominance americana? Qualcuno storce il naso. Ma i fatti ad oggi sembrano dire di così

Petropolitica, tradizione e innovazione: spunti d’Arabia

Cari lettori di neON, e-non,

riportiamo questa notizia pubblicata ieri sul Financial Times.

Parliamo dell’ambizioso piano industriale dell’Arabia Saudita da 427 miliardi di dollari. Si tratta di un piano decennale. Il regno saudita cerca di riprendersi dopo il caso Khashoggi. Cerca di dimostrare che le cose vanno avanti. Nonostante tutto. Sempre sotto la guida del principe Mohammed bin Salman.

Ieri, in una cerimonia di lancio, funzionari governativi hanno annunciato 66 accordi dal valore di circa 50 miliardi di dollari. Tra i tanti accordi quella con il gruppo francese aerospaziale e di difesa Thales, e un impianto petrolchimico con Pan-Asia, azienda chimica cinese. Altri dettagli non sono ancora disponibili dai media internazionali.

Una diversificazione dal settore petrolifero che copre circa l’87% delle entrate statali e circa il 40% del PIL.

Con una popolazione di poco inferiore ai 30 milioni e la presenza di circa 6 milioni di espatriati che contribuiscono fortemente all’economia, il Regno fatica a ridurre una disoccupazione che nella fascia tra i 15-24 anni raggiunge il 30%, salendo al 58% per le donne (dati 2016).

Da qui muove la necessità al cambiamento e la spinta innovatrice è guidata dal principe ereditario Mohammed Bin Salman che punta alla liberalizzazione dei settori dell’educazione, del turismo e della salute. La sua Vision al 2030, tuttavia, si scontra con la realtà delle cose e le riforme, quanto più dolorose sono, tanto più necessitano di un forte mandato. Ma l’apparato statale del Regno è ancora giovane e poco robusto, in termini di legittimazione, per portare avanti un processo di riforma così importante: le prime elezioni comunali (a suffragio maschile) si sono tenute “solo” nel 2005. E non stiamo considerando l’incidente Khashoggi.

In Arabia Saudita, ancora di più che in altri paesi politica, economia, prezzo del barile e geopolitica, sono inevitabilmente legati.

Nel 2016 lo stato arabo ha avuto un deficit di circa 90 miliardi di dollari finanziato con emissione di bond e grazie alle riserve monetarie. Le riforme del regime fiscale sono parte della soluzione ma questo resta per ora un punto delicato. Come la storia insegna, il passaggio da suddito a cittadino non è affatto indolore. Tutti conosciamo il principio del “No Taxation withoutRepresentation“. Proprio ad inizio 2018 il Regno (e gli Emirati) introducono per la prima volta l’IVA del 5%. In sole dieci ore l’hashtag  Salary not enough to cover our needs (il salario non permette di coprire le nostre necessità) è diventato un trend sui social media. Un segnale da non sottovalutare. Per chi vuole approndire trova un’analisi di qualche mese fa ma ancora valida qui.

Concludiamo con alcuni spunti di riflessione su questi aspetti.

Facciamo riferimento ad un interessante articolo comparso sul Washinghton Post nel 2017 dal titolo: Where are coups most likelyto occur in 2017? Anticipare quando un colpo di stato avviene è difficile ma questo articolo ci parla di un tool che considerando alcuni elementi riesce a definire in un certo senso il livello di rischio. Tra i fattori ad esempio il modello tiene conto da quanto tempo il leader attuale è al potere, se è stato/a scelto democraticamente e il tipo di governo in atto. Poi si considera anche il PIL, la crescita economica, la popolazione, la mortalità infantile. Anche dati che riguardano la diffusione delle tecnologie di comunicazione come: laccesso a Internet, la proprietà del cellulare e via dicendo.

Comunque non c’è da preoccuparsi. I modelli di previsione di cui ci parla il Washington Post si basano molto su dati con riferimento ad un periodo durante il quale si registravano di 5-10 tentativi di golpe all’anno. Mentre dal 2001 le cose sembrano essere un po’ migliorate, siamo tra i 2-4 all’anno. Almeno fino al 2017...

Per chi non lo ancora visitato. A Milano al museo del Novecento, tra le tante bellissime opere d’arte, trovate anche questo di Pellizza da Volpedo.

Cosa succede in Venezuela? Salto a dieci mesi fa…

Cari lettori di neON, e-non,

non potevamo non cominciare con l’oro nero. Il fronte caldo di questi giorni è il Venezuela. 

Tra i padri fondatori dell’OPEC troviamo un venezuelano, Juan Pablo Pérez Alfonso. Nato a Caracas, morto a Washington. Aveva definito il petrolio come “sterco del diavolo“. Quello che sta accadendo in questi giorni ci ricorda questo. Sembra un paradosso che il Venezuela con le più grandi riserve di petrolio (proved) si trovi in tali condizioni socio-economiche.

La produzione di olio era ridotta a 1,5 milioni di barili al giorno a dicembre,dal picco di quasi 3,5 milioni di barili al giorno raggiunti nel 1998 prima Chávez è salito al potere.

 

Ecco cosa avevamo scritto quasi un anno fa. Allora il petrolio viaggiava alto a 70 dollari. Riprendiamo da questo post disponibile qui.

A quanto pare il Venezuela è il primo stato ad avere una propria criptomoneta sovrana: il Petro, sostenuta dall’olio e che è andata ufficialmente in vendita (Initial Coin Offering – ICO) giovedì 23 Marzo. L’agenzia di stampa cinese Xinhua riporta che il Petro ha raccolto circa 5 miliardi di dollari durante la fase di pre-vendita.

 

Casualmente il giorno dopo la ICO del Petro, il Financial Times (FT) ha informato di un possibile embargo statunitense sul Venezuela, sulle importazioni ed esportazioni di greggio e derivati. Contrariamente a quello che si pensa, a fare più paura è il secondo pezzo dell’embargo: quello che riguarda le esportazioni verso il Venezuela. Sì perché sembrerebbe che le esportazioni statunitensi di petrolio e derivati siano quasi al massimo storico. Le raffinerie americane del golfo sono gli “ultimi” fornitori di “diluente” che restano. Con il termine “diluente” si indica la nafta o il greggio leggero necessario a quello pesante venezuelano per essere trasportato e poter quindi raggiungere il mercato.

 

Gli altri possibili fornitori stranieri di diluente hanno abbandonato il mercato venezuelano a causa dei mancati pagamenti: il Venezuela resta pesantemente legato alla supplychain americana.

 

In sostanza le raffinerie americane scambiano navi di nafta pesante per “DCO” venezuelano: greggio pesante con circa il 25% di diluente aggiunto per diluirlo. Il diluente viene estratto durante il processo di raffinazione e rispedito in Venezuela per produrre più DCO.

 

Secondo il FT le raffinerie americane del Golfo del Messico, “settate” sul DCO venezuelano possono di certo gestire altri crudi, ma con margini e profitti minori. Il punto critico è rappresentato dal fattore tempo perché da un lato l’industria della raffinazione vorrebbe 3-4 mesi per prepararsi ai nuovi crudi, mentre c’è chi (tra i falchi di Trump) pensa che 3-4 mesi siano troppi e servano solo a recuperare altro diluente allungando la vita al regime. I “falchi” pensano infatti che se domani mattina il Presidente Trump decretasse l’embargo verso il Venezuela, per Maduro resterebbe un mese o al massimo due con il cash disponibile: in questo scenario probabilmente le raffinerie indiane e cinesi e altri attori non avrebbero tanta voglia di investire in un sistema quasi giunto al collasso dei pagamenti. Sarebbe un colpo durissimo.

 

 

Concludiamo con questo dipinto. Siamo ancora lì, tra Stati Uniti LatinAmerica. Siamo negli anni 30. Diego Rivera, artista messicano che realizzò questo murales al Rockefeller Center di New York. Il tempio del capitalismo di allora. Un piccolo problema, nel dipinto iniziale c’era la faccia di Lenin. Una faccia che non andava tanto giù a chi aveva commissionato il lavoro... Il murales fu distrutto e poi realizzato in Messico di nuovo si trova oggi a Palacio de Bellas Artes di Città del Messico.

Guardatevi anche questo video (in inglese) di come hanno immaginato la storia.