Oil and currency

When they fail to cope with low price periods, some producer countries respond with the devaluation of their currency.

This is possible in cases such as Russia where the ruble follows a floating exchange rate system: the currency devalues ​​and in a certain sense the population pays due to the inflation induced for the greater cost of products imported from abroad.

This monetary mechanism is not possible in most producing countries where the currency exchange rate is pegged to the dollar. There is no other way than to draw on the monetary reserves of the Central Bank. This protects citizens / subjects from price crisis periods, saving them painful tax policies otherwise necessary.

It is a sort of social pact between sovereign and subjects.

Russia-Turchia: nuovo scenario di scontro?

Le tensioni Russia Turchia apparentemente si spostano ora in un nuovo scenario teatro di scontri: Libia.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal alcuni funzionari libici avrebbero identificato nei paramilitari russi del gruppo Wagner, una società collegata al Cremlino, per il quasi continuo bombardamento di Tripoli. Affermano inoltre che a maggio il governo russo sempre attraverso il gruppo Wagner, abbia espanso il suo supporto militare per le operazioni di Haftar. Mosca nega. In una dichiarazione al Wall Street Journal, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato: “Non abbiamo alcuna informazione sul gruppo che citate o sulle sue attività in Libia, nonché in altri paesi”.

La Turchia ha quindi appesantito il suo sostegno al governo di Tripoli. Le truppe governative che utilizzano unità di difesa aerea fornite dalla Turchia oltre ai droni e al supporto dell’intelligence dell’esercito turco hanno respinto l’avanzata di Haftar riprendendo il controllo di una base aerea fondamentale secondo il governo libico.

La Turchia ha l’obiettivo di proteggere i propri interessi commerciali in Libia e di ostacolare le potenze rivali nel Mediterraneo orientale. Si tratta dei giacimenti di gas del Mediterraneo orientale. Sotto la mappa proposta a inizio 2020 per la cooperazione Libico-Turca di una zona economica esclusiva tra i due Paesi.

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https://www.startmag.it/energia/petrolio-i-giochi-geopolitici-di-russia-arabia-usa-iran-e-turchia/Leggi di più qui su StartMag

Petrolio. Russia e Turchia in Siria

Il mancato accordo del prezzo di marzo tra Russia e Sauditi ha avuto ripercussioni sull’industria petrolifera americana. Apparentemente i Russi non avrebbero avuto motivi per far saltare quel meccanismo stabilizzante del prezzo che era in corso tra sauditi americani e russi. Sul fronte geopolitico il loro impegno in Siria ha avuto successo.

Da fine 2015 hanno guadagnato basi navali e l’accesso allo spazio aereo siriano. Hanno supportato Assad che dal 2016 al 2018 ha guadagnato terreno e restato al potere. La Russia quindi ha guadagnato da un lato l’accesso al Mediterraneo orientale (leggasi partita gas) e dall’altro lo spazio aereo siriano. A fine febbraio 2020 poco prima del meeting Opec+ la Russia viene accusata da Ankara di essere coinvolta in un air strike siriano contro le truppe turche. A queste accuse i russi hanno risposto lamentando che in realtà è stata Ankara ad aver schierato senza aver “citofonato” la loro posizione. Tensione che sale, non si raggiungeva tale livello da quando un jet da combattimento russo vicino al Confine siriano nel 2015 fu abbattuto dai turchi…

Ad inizio marzo 2020 Erdogan era a Mosca per incontrare Putin. Tre giorni prima che i Russi incontrassero i sauditi per parlare del prezzo del petrolio. Sauditi e turchi non vanno molto d’accordo nonostante siano entrambi sunniti ma la Russia dialoga con entrambi.

Leggio qui l’analisi completa su StartMag

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Opec+ come ha funzionato

Così come le banche centrali attraverso i tassi regolano il denaro in circolazione, analogamente una sorta di banca centrale petrolifera era in piedi. Aveva lo scopo di ridurre la volatilità garantendo la giusta stabilità per gli investimenti e i consumatori. I garanti di questa stabilità erano tre attori principali: Arabia Saudita e Russia da un lato e USA (produttori shale) dall’altro. In realtà per i produttori shale forse sarebbe corretto parlare del ruolo “giocato” soprattutto dalla Federal Reserve. Come noto lo shale boom è avvenuto sostanzialmente anche grazie al debito e ai tassi bassi dopo la crisi del 2008 (ne ho parlato qui su Start Magazine). L’indebitamento ha coperto le piccole compagnie petrolifere il vero motore del boom, quando i flussi di cassa non erano sufficienti.

Ecco come ha funzionato il meccanismo

  • novembre 2016, Opec+ annuncia il taglio di 1,8 milioni di barili al giorno (non avveniva dal 2008). A dicembre la Federal Reserve segue alzando i tassi da 0,5 a 0,75%. A marzo 2017 passa da 0,75 a 1%;
  • maggio 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino al 2018. A giugno la Fed alza i tassi a quota 1.25%;
  • novembre 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino a giugno 2018 (poi se ne riparla). A dicembre La Fed alza i tassi da 1,25 a 1,5%

Siamo arrivati al 2018. Questo è l’anno della tradewar, il sincronismo Federal Reserve / Opec+ cambia. I precedenti anni sono serviti a “settare il meccanismo”.

L’analisi completa è disponibile qui da StartMag

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Tubopolitics

La pipeline Keystone XL si farà. L’annuncio arriva dopo 11 anni dalla prima proposta. Una manna dal cielo per l’industria petrolifera canadese. Il greggio canadese pesante è sceso intorno ai 4 dollari al barile a fine marzo a causa del collasso globale causato dalla pandemia di coronavirus e dalla guerra dei prezzi tra sauditi e russi.

La pipeline costerà circa 8 miliardi di dollari, inizierà da Hardisty in Alberta (Canada) che è il punto di riferimento per il benchmark canadese Western Canadian Select (WCS) e arriverà in Nebraska (USA), dove si collegherà alla rete esistente per poi arrivare alla Costa del Golfo. È stata l’amministrazione Trump a riprendere la pipeline bloccata in precedenza ma il merito è anche dello stato dell’Alberta che contribuirà al finanziamento con un miliardo di dollari.

Ricordiamo che in Canada Il primo ministro Trudeau aveva dato la green light in Aprile 2019 alla Trans Mountain Pipeline. La regione dell’Alberta ricca di petrolio era stata fortemente penalizzata dallo sviluppo del mercato americano: questa linea permetterebbe l’esportazione oltreoceano. Ad Aprile l’Alberta aveva lanciato un chiarissimo messaggio politico votando il conservatore Jason Kenney.

Facendo un salto indietro nel 2018… abbiamo un’altra pipeline la Dakota Access Pipeline. La nuova linea che ha permesso ai produttori delle Shale di accedere a mercati su cui vendere il loro greggio a prezzi più vantaggiosi. D’altro lato l’apertura della linea ha ridotto le forniture di petrolio a buon prezzo trasportate via camion alla raffineria PES in Pennsylvania, che andò in chapter 11 per scongiurare la bancarotta e poi tornataci dopo l’incedente avvenuto in giugno 2019. La Dakota Access Pipeline permise di agganciarsi al network che raggiungeva il Golfo del Messico, per raffinare e vendere poi anche fuori dagli USA al migliore offerente.

Microsoft e quella storia dell’energia …

Qualche giorno fa Microsoft aveva dichiarato che sarebbe diventato “carbon negative” entro il 2030 compensando entro il 2050 tutte le emissioni di carbonio che ha prodotto dal 1975 (anno della sua fondazione).

Aveva anche dichiarato che entro il 2025 il 100% della sua energia verrebbe da fonti rinnovabili, compresa tutta l’elettricità consumata dai suoi data center, edifici e campus.

A distanza di pochi giorni tuttavia come riportato dal Wall Street Journal,  si apprende che in realtà per alimentare il suo campus aziendale a Fargo in Nord Dakota Microsoft ha dovuto affidarsi all’energia generata di diesel generator

Sebbene per poche ore, Il gigante del software ha dovuto avviare questi generatori per illuminare e riscaldare i circa 1.600 dipendenti. Nell’area intorno a Fargo infatti circa 100 grandi aziende in coordinamento con la cooperativa elettrica locale, spesso accade quando ci trova davanti a picchi di domanda o criticità. Le compagnie ricevono uno sconto significativo sulle sue tariffe elettriche in cambio dell’utilizzo della potenza di backup di cui dispongono (i generatori diesel nel caso di Microsoft) alcune volte all’anno.

È vero: cinque ore di generazione via diesel per 1600 persone è “poca roba” se confrontato con gli ambiziosi obiettivi climatici di Microsoft. Ma il punto è chiaro: le aziende devono affrontare una, a dir poco monumentale sfida, per rispettare le loro promesse sul clima. Sopratutto se fanno affidamento ad altre aziende che forniscono loro di energia…

Intanto il Chief Environmental Officer di Microsoft, ha dichiarato di essere sicuro che la società possa raggiungere i suoi obiettivi.

Microsoft è presente nella città di Fargo dal 2001 e si è molto ampliata negli anni. Il suo campus a sud del centro riceve energia dalla Cooper County Electric Cooperative, che a sua volta è alimentata dalla Minnkota Power Cooperative.

Minnkota genera due terzi della sua elettricità da due grandi impianti a carbone. Minnkota inoltre starebbe prendendo in considerazione un investimento di $ 1 miliardo per catturare le emissioni di carbonio nella sua più grande centrale a carbone e iniettarle sottoterra, un’idea resa più fattibile a seguito di un nuovo credito d’imposta federale.

Somaliland: una storia da seguire

da Startmag:

Il Somaliland ha una rappresentanza diplomatica in dozzine di paesi in tutto il mondo, incluso il Regno Unito. L’impegno internazionale tra Gran Bretagna e Somaliland è frequente. Come infatti riportato dal Financial Times il dipartimento di sviluppo internazionale del Regno Unito ha speso 25 milioni di sterline tra 2012 e 2018 in un fondo di sviluppo nazionale per migliorare la governance, la responsabilità e la fornitura di servizi pubblici. Tuttavia anche il Regno Unito, come il resto del mondo, non riconosce il Somaliland ufficialmente. Se quest’ultimo non sarà riconosciuto dalla Somalia non potrà ottenere l’indipendenza. Infatti se consideriamo i paesi che hanno raggiunto l’indipendenza, come il Sud Sudan, l’Eritrea e Timor Est, questi hanno sempre ottenuto in precedenza la green light dallo stato a cui appartenevano.

Che il Corno d’Africa sia uno snodo strategico lo si capisce immediatamente quando si guardando lo stretto di Bab el Mandeb, una delle rotte marittime più trafficate, la quarta rotta al mondo per lapproviggionamento energetico. In questa regione l’Etiopia cresce forte, il PIL è aumentato di dieci volte negli ultimi 15 anni a oltre $ 80 miliardi.

Ma l’Etiopia è landlocked (senza sbocco sul mare), dipende da un unico porto in Gibuti. Troppo poco per un paese in espansione, serve ridurre questa dipendenza e perciò Addis Abeba ha deciso di partecipare ai lavori di espansione del porto di Berbera (Somaliland) insieme a DP World e allo stesso governo del Somaliland ovviamente.

Le scorte di petrolio del regno unito saranno dimezzate in caso di hard brexit

Il Regno Unito ha deciso che le scorte petrolifere di emergenza saranno più che dimezzate in caso di uscita senza accordo dall’UE, riducendo la riserva di riserve strategiche disponibili in caso di grave interruzione dell’offerta globale.

I livelli previsti dall’UE non verranno più richiesti dal governo inglese in caso di hard Brexit, mantenendo così riserve molto più basse stipulate dall’Agenzia internazionale dell’energia IEA. Questo quanto affermato dal dipartimento dell’energia del Regno Unito.

Il Dipartimento per le strategie aziendali, energetiche e industriali ha dichiarato al Financial Times che le norme dell’UE impongono a ciascuno stato membro di mantenere come riserva 61 giorni di consumo, che per il Regno Unito equivale a 11 milioni di tonnellate o circa 85 milioni di barili. Secondo le regole dell’IEA, che si basano sulle importazioni nette, il governo ha affermato che il livello delle scorte in riserva scenderà a 4,5 milioni di tonnellate o 35 milioni di barili.

La IEA è stata costituita dopo le crisi petrolifere del 1973/74 con obiettivo principale la sicurezza energetica.

Il programma (iniziale) contenuto nel trattato governativo dell’IEA aveva come obiettivo verso i paesi membri di:

  • mantenere riserve di petrolio di emergenza equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni nette di petrolio;
  • fornire programmi di misure di contenimento della domanda per ridurre il consumo nazionale di petrolio;
  • partecipare all’assegnazione delle quantità di petrolio tra i paesi IEA in caso di grave interruzione della fornitura.

Una scelta critica considerando le crescenti tensioni nello stretto di Hormutz. Inoltre il tema sicurezza energetica, questa volta in termini di stabilità ha colpito anche la rete: il blackout elettrico della scorsa settimana che ha colpito quasi 1 milione di case in Inghilterra e il sistema di trasporto.

La geopolitica sta assumendo un ruolo sempre più forte per l’industria oil and gas

Cari lettori di neON e-non, qui alcuni spunti dell’analisi completa su StartMag.

Il vice segretario all’energia degli Stati Uniti, il repubblicano Dan Brouillette, ha affermato in un’intervista al Financial Times che il peso delle recenti scelte dell’amministrazione Trump in Medioriente è avvenuta anche grazie alla forza acquisita dopo lo shale boom.

Il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture del Golan arriva grazie a questa sicurezza. Il funzionario americano sottolinea la differenza con quanto accaduto nel 1973-74 quando l’embargo petrolifero dell’Opec durante la guerra arabo-israeliana fece schizzare in alto i prezzi del greggio. La produzione domestica americana raggiunta dopo lo shale boom, li rende meno vulnerabili alle importazioni.

Il presidente Donald Trump ha firmato il riconoscimento delle alture del Golan lunedì 25 marzo, durante una cerimonia alla Casa Bianca a cui ha partecipato Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano. “La libertà che questo permette a questo presidente e ai futuri presidenti. . . è semplicemente sbalorditivo” ha affermato Dan Brouillette nella sua intervista.

Ultimamente il crescente legame tra Cina e Israele aveva destato non poche preoccupazioni per lo Zio Sam. Il riconoscimento del Golan allontana la Cina da Israele. L’Impero Celeste non riconosce infatti la sovranità israeliana. Un attore, Israele, che cresce nel Mediterraneo, mare che a sua volta assume rilevanza (soprattutto il versante adriatico) per la Belt and Road (la via della Seta).

Adesso passiamo al Gas: il segmento LNG americano (gas liquefatto) sta soffrendo per la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. I prezzi in Asia sono praticamente crollati negli ultimi giorni ai minimi pluriennali.

I produttori di gas liquefatto americano come Cheniere hanno bisogno di accordi a lungo termine con gli importatori cinesi. Questo serve soprattutto per rasserenare gli investitori che i loro soldi siano ben investiti e il rischio è sotto controllo.

Cheniere ha firmato un contratto a lungo termine di 25 anni con la Cina nel 2018. Si tratta del primo accordo per 1,2 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno. Andranno alla CNPC China National Petroleum Corporation (controllata interamente dallo stato cinese). Adesso le trattative con la Cina sono in una fase di stallo: fino a quando entrambi i paesi non risolveranno la tradewar in corso.

La Casa Bianca sul tema ha fatto sentire la sua voce ultimamente: il principale consigliere economico del presidente americano Donald Trump, ha infatti affermato che i colloqui per porre fine a una guerra tariffaria, potrebbero andare avanti per “mesi”. Segnali non proprio rassicuranti.

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Cosa ha detto il Segretario di Stato Mike Pompeo alla CERAWeek

Cari lettori di neON e-non, qui un estratto dell’analisi pubblicata su StartMag.

<<Ho trascorso una discreta quantità di tempo nell’industria dell’oil&gas. Ho gestito una piccola azienda; si chiamava Sentry International. Abbiamo fabbricato e venduto mud pumps, attrezzature per pozzi, e distribuivamo sucker rods. Quindi conosco bene l’industria>>

Così il Segretario di Stato, Mike Pompeo alla CERAweek, uno degli appuntamenti più importanti nel mondo petrolifero, si rivolge a Daniel Yergin, tra le voci più autorevoli dell’Oil Industry, autore del best seller: The Prize, The Epic Quest for Oil, Money, and Power.

Un appuntamento che assume questa volta un ruolo ancora più importante perché Pompeo non si rivolge solo ai leaders dell’oil&gas americano ma anche ai diplomatici americani e di tutto il mondo: una geopolitica che adesso consolida maggiormente il legame con il petrolio.

Oggi, gli Stati Uniti esportano petrolio ad un livello prima inimmaginabile. Pompeo riconosce il ruolo dell’industria americana, delle piccole compagnie che hanno assunto il rischio imprenditoriale per raggiungere questo livello. Un settore quello delle piccole oil companies americane e dei loro fornitori, che Pompeo conosce bene.

Tuttavia ricorda a tutti che il successo è arrivato anche grazie al Congresso quando nel 2015 ha abolito il divieto delle esportazioni di petrolio.

Inoltre aggiunge che lo scorso agosto, gli Stati Uniti hanno superato la Russia come primo produttore mondiale, con una produzione aumentata al ritmo più veloce della storia, il più grande aumento di un anno nella produzione di petrolio che il mondo abbia mai visto. Circa un decennio fa, gli USA importavano il 60% del petrolio.

Circa 45 anni Kissinger parlava ai ministri degli esteri per gestire la scarsità di energia, oggi invece, afferma Pompeo, il problema è opposto: capire come portare più petrolio e gas verso la costa e spedirlo in giro per il mondo.

La capacità di esportare non riguarda solo l’energia ma i valori in cui gli Stati Uniti credono, il messaggio di Pompe si fa più forte: <<Il nostro modello conta ora, francamente, più che mai in un’era di grande rivalità e competizione di potere in cui alcune nazioni stanno usando la loro energia per fini malevoli e non per promuovere la prosperità nel modo in cui facciamo qui in Occidente. Non hanno i valori della libertà, delle rule of law che noi facciamo e usano la loro energia per distruggere la nostra>>.

Con il suo petrolio gli Stati Uniti vogliono aumentare la diversificazione energetica dei Paesi ritenuti amici. In merito al gasdotto NordStrean II, paragona l’Europa a gli Stati Uniti riferendosi alla loro dipendenza dal petrolio Venezuelano.

Lo scorso anno le esportazioni americane hanno raggiunto luoghi diversi come India, Giappone, Cina, Repubblica di Corea, Italia, Irlanda, Emirati Arabi Uniti.

La prima spedizione di gas americano LNG è arrivato sulle coste portoghesi bagnate dall’atlantico.

Il Dipartimento di Stato dichiara Pompeo, lavora per espandere queste relazioni: lo scorso aprile, ha formalizzato un impegno per rafforzare la sicurezza energetica del Vietnam. A ottobre ha ospitato il suo primo dialogo con l’Australia sulla sicurezza energetica. La partita nel Mare del Sud della Cina è cruciale.

Sul tema Mare del Sud cinese il messaggio si fa ancora più forte: <<La costruzione illegale dell’isola in acque internazionali non è semplicemente una questione di sicurezza. La Cina impedisce ai membri dell’ASEAN di accedere a oltre 2.500 miliardi di dollari in riserve di energia recuperabili>>.

Per contrastare, il governo degli Stati Uniti promuovono la sicurezza energetica per quelle nazioni del sud-est asiatico. Favorendo: <<transazioni trasparenti, non trappole di debito>>



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