Petropolitica, tradizione e innovazione: spunti d’Arabia

Cari lettori di neON, e-non,

riportiamo questa notizia pubblicata ieri sul Financial Times.

Parliamo dell’ambizioso piano industriale dell’Arabia Saudita da 427 miliardi di dollari. Si tratta di un piano decennale. Il regno saudita cerca di riprendersi dopo il caso Khashoggi. Cerca di dimostrare che le cose vanno avanti. Nonostante tutto. Sempre sotto la guida del principe Mohammed bin Salman.

Ieri, in una cerimonia di lancio, funzionari governativi hanno annunciato 66 accordi dal valore di circa 50 miliardi di dollari. Tra i tanti accordi quella con il gruppo francese aerospaziale e di difesa Thales, e un impianto petrolchimico con Pan-Asia, azienda chimica cinese. Altri dettagli non sono ancora disponibili dai media internazionali.

Una diversificazione dal settore petrolifero che copre circa l’87% delle entrate statali e circa il 40% del PIL.

Con una popolazione di poco inferiore ai 30 milioni e la presenza di circa 6 milioni di espatriati che contribuiscono fortemente all’economia, il Regno fatica a ridurre una disoccupazione che nella fascia tra i 15-24 anni raggiunge il 30%, salendo al 58% per le donne (dati 2016).

Da qui muove la necessità al cambiamento e la spinta innovatrice è guidata dal principe ereditario Mohammed Bin Salman che punta alla liberalizzazione dei settori dell’educazione, del turismo e della salute. La sua Vision al 2030, tuttavia, si scontra con la realtà delle cose e le riforme, quanto più dolorose sono, tanto più necessitano di un forte mandato. Ma l’apparato statale del Regno è ancora giovane e poco robusto, in termini di legittimazione, per portare avanti un processo di riforma così importante: le prime elezioni comunali (a suffragio maschile) si sono tenute “solo” nel 2005. E non stiamo considerando l’incidente Khashoggi.

In Arabia Saudita, ancora di più che in altri paesi politica, economia, prezzo del barile e geopolitica, sono inevitabilmente legati.

Nel 2016 lo stato arabo ha avuto un deficit di circa 90 miliardi di dollari finanziato con emissione di bond e grazie alle riserve monetarie. Le riforme del regime fiscale sono parte della soluzione ma questo resta per ora un punto delicato. Come la storia insegna, il passaggio da suddito a cittadino non è affatto indolore. Tutti conosciamo il principio del “No Taxation withoutRepresentation“. Proprio ad inizio 2018 il Regno (e gli Emirati) introducono per la prima volta l’IVA del 5%. In sole dieci ore l’hashtag  Salary not enough to cover our needs (il salario non permette di coprire le nostre necessità) è diventato un trend sui social media. Un segnale da non sottovalutare. Per chi vuole approndire trova un’analisi di qualche mese fa ma ancora valida qui.

Concludiamo con alcuni spunti di riflessione su questi aspetti.

Facciamo riferimento ad un interessante articolo comparso sul Washinghton Post nel 2017 dal titolo: Where are coups most likelyto occur in 2017? Anticipare quando un colpo di stato avviene è difficile ma questo articolo ci parla di un tool che considerando alcuni elementi riesce a definire in un certo senso il livello di rischio. Tra i fattori ad esempio il modello tiene conto da quanto tempo il leader attuale è al potere, se è stato/a scelto democraticamente e il tipo di governo in atto. Poi si considera anche il PIL, la crescita economica, la popolazione, la mortalità infantile. Anche dati che riguardano la diffusione delle tecnologie di comunicazione come: laccesso a Internet, la proprietà del cellulare e via dicendo.

Comunque non c’è da preoccuparsi. I modelli di previsione di cui ci parla il Washington Post si basano molto su dati con riferimento ad un periodo durante il quale si registravano di 5-10 tentativi di golpe all’anno. Mentre dal 2001 le cose sembrano essere un po’ migliorate, siamo tra i 2-4 all’anno. Almeno fino al 2017...

Per chi non lo ancora visitato. A Milano al museo del Novecento, tra le tante bellissime opere d’arte, trovate anche questo di Pellizza da Volpedo.