I tre cicli di “commoditizzazione”

Grazie ai progressi in ambito tecnologico ed energetico, i costi di trasporto e di comunicazione si sono abbassati. Ad esempio quelli del trasporto aereo si sono ridotti da 3.87 dollari per ton/km nel 1955 ad 1 nel 1970, per poi raggiungere gli 0.30 dollari per ton/km del 2004. In cinquanta anni i tempi medi di percorrenza delle merci su scala globale si sono ridotti del 400%: da 40 giorni nel 1950 a circa 10 nel 1998. Il livello medio delle tariffe per i paesi OECD passa dal picco del 20% del 1978, al 18% del 1986, al 10% del 1994.

Lo sviluppo della securitization come strumento finanziario, accoppiato ad altri strumenti come i derivati e altri sistemi di trasferimenti del rischio finanziario, è parte di una trasformazione globale del mercato finanziario, ossia una sorta di commoditizzazione finanziaria.

Negli ultimi decenni il costo del lavoro, del capitale e delle materie prime hanno visto un trend in discesa. Parlare di commoditizzazione del lavoro è assurdo ma qui su Econopoly è possibile leggere “una provocazione” al riguardo.

In futuro potrebbe (almeno nel breve-medio periodo) non essere così. Tra reshoring e transizione energetica l’inflazione potrebbe aumentare di nuovo. Con tassi di interesse minimi, un allentamento quantitativo aperto e crescita del debito, forse l’inflazione potrebbe essere una via da seguire per gli Stati Uniti e altre economie occidentali indebitate.

L’analisi completa è presente qui su Econopoly

Andiamo a mietere il grano

In Russia a fine Marzo una tonnellata di petrolio Urals è arrivata a costare meno che una tonnellata di grano. Prima della pandemia su scala mondiale quasi il 50% del consumo di petrolio era consumato per il trasporto su gomma e aviazione. Con quasi 3 miliardi di persone in lockdown ad oggi è chiaro cosa accade: la gente resta a casa, si muove meno e quindi meno petrolio. Ma restando a casa cucina di più. I prezzi di queste materie prime aumentano. Nel caso del grano ad esempio il problema non è la disponibilità, il punto è la difficoltà a spostare il grano tra i paesi oltre i confini. C’è poi anche da gestire i picchi di domanda creati da questa nuova condizione e dagli acquisti impulsivi. Il grano c’è ma portarlo nei posti giusti si sta dimostrando un problema.

L’Egitto, il più grande importatore di grano al mondo, sta aumentando le riserve alimentari. Anche la Turchia ha fatto un grosso acquisto a fine Marzo. Questo fenomeno fa riemergere quanto accaduto nel 2010 con le primavere Arabe quando la siccità e il forte calo del rublo spinsero la Russia (il più grande esportatore di grano) a bloccare le esportazioni.