I tre cicli di “commoditizzazione”

Grazie ai progressi in ambito tecnologico ed energetico, i costi di trasporto e di comunicazione si sono abbassati. Ad esempio quelli del trasporto aereo si sono ridotti da 3.87 dollari per ton/km nel 1955 ad 1 nel 1970, per poi raggiungere gli 0.30 dollari per ton/km del 2004. In cinquanta anni i tempi medi di percorrenza delle merci su scala globale si sono ridotti del 400%: da 40 giorni nel 1950 a circa 10 nel 1998. Il livello medio delle tariffe per i paesi OECD passa dal picco del 20% del 1978, al 18% del 1986, al 10% del 1994.

Lo sviluppo della securitization come strumento finanziario, accoppiato ad altri strumenti come i derivati e altri sistemi di trasferimenti del rischio finanziario, è parte di una trasformazione globale del mercato finanziario, ossia una sorta di commoditizzazione finanziaria.

Negli ultimi decenni il costo del lavoro, del capitale e delle materie prime hanno visto un trend in discesa. Parlare di commoditizzazione del lavoro è assurdo ma qui su Econopoly è possibile leggere “una provocazione” al riguardo.

In futuro potrebbe (almeno nel breve-medio periodo) non essere così. Tra reshoring e transizione energetica l’inflazione potrebbe aumentare di nuovo. Con tassi di interesse minimi, un allentamento quantitativo aperto e crescita del debito, forse l’inflazione potrebbe essere una via da seguire per gli Stati Uniti e altre economie occidentali indebitate.

L’analisi completa è presente qui su Econopoly

Germania e Aziende – chi conterà di più ?

Le ultime elezioni in Germania hanno mostrato chiaramente chi sono gli stakeholder emergenti. In un Paese dove anche Tesla ha difficoltà ad aprire uno stabilimento e dove si scende in piazza anche contro le pale eoliche, la gestione e la partecipazione di questi portatori di interesse diventa critica. Sarà lo stesso dopo il coronavirus?

La direzione politica in Germania pone al centro il tema ambientale: nuove sfide emergono per il legame politica e lavoro. Alcune osservazioni sulla Corporate Governance Tedesca forniscono una chiave di lettura interessante delle dinamiche in corso.

A differenza di quella di stampo anglosassone, la Corporate Governace Tedesca è fortemente orientata verso gli stakeholder, più che agli shareholder. Primo elemento di differenziazione. Nel sistema tedesco le corporations sono organizzate intorno ad una struttura a doppio consiglio. Esiste un consiglio di amministrazione che dirige le operazioni quotidiane ed un Supervisory Board incaricato delle principali decisioni e di policy.

Un’ulteriore particolarità tedesca riguarda la composizione del consiglio di sorveglianza. Praticamente quasi sin dagli albori il diritto societario ha conferito uno status speciale agli interessi della forza lavoro, prevedendo la metà dei seggi del proprio Supervisory Board ai propri lavoratori.

La “condivisione di power” potrebbe però “spaventare” gli azionisti e secondo alcuni sarebbe il motivo per cui le società tedesche siano diventate fortemente dipendenti dalle banche per l’accesso al capitale.

Spunti tratti dal post pubblicato su Econopoly – ilSole24Ore: Aziende, chi comanda in Germania: tra politica, sindacati e stakeholder

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In bilico tra fast/just transition

Un articolo del Financial Times di oggi riporta una stima per l’industria automobilistica tedesca, che impiega direttamente 830.000 persone e sostiene altri 2 milioni nell’indotto. Dovranno essere investiti circa 40 miliardi di euro nelle tecnologie per batteria nei prossimi tre anni.

I giganti dell’auto tedesca, da Daimler e Audi ai fornitori tra cui Continental e Bosch, hanno annunciato che circa 50.000 posti di lavoro andranno persi o sono a rischio solo nel 2019, purtroppo le loro attività tradizionali diventano meno redditizie.

Il costo della perdita di posti di lavoro in Germania, spesso stimato a € 100.000 per posizione, costringe le aziende a prendere in considerazione programmi di reskilling o attendere la pensione del dipendente. Nel prossimo decennio, quasi un quarto di milione di posti di lavoro automobilistici andranno persi nel paese, secondo il direttore del Center for Automotive Research dell’Università di Duisburg-Essen.

Lavoro, IPO e ILO … alcuni spunti

Cari lettori di neON e-non,

Uber è scivolato scendendo del 7,6% al di sotto del prezzo di offerta. Secondo il Wall Street Journal un triste debutto per la startup americana: le azioni hanno chiuso il primo giorno di negoziazione a $ 41,57, un raro calo iniziale per un titolo di alto profilo. Ciò fornisce a Uber una valutazione di circa $ 76 miliardi. Solo otto delle 53 società quotate negli Stati Uniti che valevano almeno $ 10 miliardi quando sono diventate pubbliche sono calate il primo giorno secondo Dealogic, i cui dati risalgono al 1991.

Dalla IPO alla ILO.

Il 2019 è un anno importante per la ILO International Labour Organization: compie 100 anni.

Sul tema lavoro riproponiamo questi spunti provocatori dal blog Econopoly – IlSole24Ore quasi un anno fa. L’analisi completa è qui disponibile.

Labor is not a commodity. Un po’ di storia…Nel 1944 la (ILO), agenzia ONU che promuove la giustizia sociale e i diritti umani sul lavoro, introdusse questa massima trai i principi fondamentali, anche se in realtà essa fu coniata dall’economista irlandese John Kells Ingrams (fine ottocento). Parte delle idee e spunti di Ingrams possono riconoscersi anche nell’articolo 23 (sul lavoro) della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Ma immaginiamo che il lavoro sia una commodity e trattiamolo così (per un po’). Applichiamo il metodo delle 5 Forze di Porter usato da manager e strateghi aziendali quando hanno nel mirino un’industria/mercato.

1- Power of Supplier. I fornitori del “prodotto lavoro” ossia i lavoratori. Se consideriamo il trade union density (numero di lavoratori iscritti a sindacati sul totale lavoranti) disponibile dal sito ILO (2), dal 2001 al 2013 abbiamo una riduzione a livello medio globale, dal 32% al 23%. Anche il numero di scioperi registrati (ILO) è calato: nel 2004, ne abbiamo 13 000 contro i 4 000 del 2016. Una generale riduzione di peso.

2- Power of Customer. Chi “compra il lavoro”? Consideriamo appunto le aziende.

Business Insider di recente ha riportato che il valore dei primi 10 mercati azionari è passato da 23 a 51 trilioni di dollari negli ultimi 13 anni (vedi tabella). Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che facendo così non abbiamo informazioni delle aziende non quotate ma solo a scopo di “orientamento” assumiamo che vada bene.

3- Threat of New Entrants. Conoscete la teoria delle “Flying Geese” (anatre volanti)? Ci dice che il processo di industrializzazione in un paese inizia con prodotti a basso valore aggiunto, poi l’arrivo delle fabbriche sviluppa l’economia e i salari. Ad un certo punto o ci si sposta pù in alto nella catena del valore, oppure si delocalizza in posti in cui i salari (e/o altri fattori) sono ancora bassi. Praticamente la crescita dei salari cinesi sta spingendo a delocalizzare. Dal sito della ILO abbiamo prelevato i dati annuali dei salari, fattore chiave per l’industria manifatturiera, inseriti nei seguenti due grafici: notiamo la forte crescita nell’area Asia/Pacifico.

Comprendiamo che le barriere di ingresso al mercato lavoro si sono abbassate: la competizione non avviene più su scala nazionale…

La World Bank indica che il numero di persone sotto la soglia di povertà nell’Asia dell’Est e del Pacifico è passato da 966 milioni nel 1990 a 71 milioni nel 2013. Capiamo il perché.

4- Threat of Substitute. Automazione. Bloomberg indica che per i lavori che richiedono un livello di istruzione sotto a quello di scuola superiore e con un salario sotto ai 30.000 dollari annui, l’80 % potrebbe essere automatizzato. Si libereranno altri posti con maggiore valore aggiunto come suggerisce sempre Econopoly in un altro post: sarà necessario un programma adeguato di formazione, questo è certo.

5- Intensive rivalry. La competizione è intensa e su scala globale. Soprattutto per manifatturiero e industria a basso valore aggiunto. Cioè, dove compete la piccola e media impresa.

Alcuni spunti.

Ci rendiamo conto di quanto sia rischioso avere una classe politica e sindacale impreparata alle dinamiche in atto (globalizzazione, rivoluzioni tecnologiche)? Anche perché le velocità di cambiamento sono ormai esponenziali. Un’azienda (dipende dal settore), anche un colosso, in 7-10 anni può non esistere più, vedi Nokia e Motorola. Sindacati troppo local corrono il rischio di essere marginalizzati nel dialogo delle parti. La stessa ILO stressa il fatto dell’importanza dei contratti nazionali, utile a bilanciare l’industria. Proviamo ad immaginare ad un contratto multinazionale quanto peso possa avere.

Globalizzazione, lavoro e paesi emergenti. Fermi tutti! Ci eravamo sbagliati

Cari lettori di ne-ON e-non,

qui un pezzo dell’analisi pubblicata su Econopoly qui.

In passato l’export caratterizzato da alta intensità di manodopera, è stato essenzialmente la principale spinta per la crescita dei paesi emergenti. Tuttavia le opportunità si vanno riducendo sempre più man mano che le tecnologie di automazione erodono il vantaggio competitivo basato sui bassi salari.

Il lavoro a bassa specializzazione (low skilled labor) sta diventando meno importante come fattore di produzione. Contrariamente alla percezione comune, solo circa il 18% del commercio globale è ad oggi determinato dal differenziale del costo del lavoro.

Nell’ultimo decennio, la quota di scambi determinata dal differenziale dal costo del lavoro è diminuita in molte filiere.

Il grafico sotto è molto chiaro: vediamo la percentuale della produzione globale nel 2005 in grigio e nel 2017 in azzurro. Per i prodotti –labor intensive– si passa dal 55 al 43 percento. Una perdita di 12 punti percentuali: un punto percentuale perso ogni anno e cioè una riduzione del 20% in poco più di dieci anni.

Altro grafico interessante da osservare (sotto), ci mostra una riduzione della trade intensity a partire dal 2007 per molte delle industrie considerate. Ma in particolare notiamo soprattutto per l’ultima riga “textile and apparel” che rappresenta il segmento tra i più labor intensive. La trade intensity è il rapporto tra quanto si esporta rispetto a quanto viene prodotto. Le industrie che ricadono nella categoria “labor intensive” sono quelle che impiegano più dei 2/3 dei loro costi in forza lavoro, di cui la maggior parte si tratta di lavoratori low skilled.

Si tratta di prodotti come abbigliamento, giocattoli, scarpe che nella maggior parte dei casi, avendo dei pesi ridotti sono facilmente commerciabili. Sebbene questo segmento rappresenti nell’immaginario comune il sinonimo di globalizzazione, questi prodotti rappresentano solo il 3% (5 trilioni di dollari) del valore della filiera globale (global value chain stimata pari a 160 trilioni di dollari) che impiegano circa il 3% della forza lavoro (circa 100 milioni di persone). Nei paesi emergenti focalizzati su questo tipo di prodotto finale, il 28% della produzione viene esportato rappresentandone il 62% degli scambi totali.

Molte multinazionali stanno considerando di investire in nuova capacità produttiva in prossimità dei consumatori finali. Questo per rafforzare il coordinamento della loro filiera, puntando alla riduzione dei tempi di spedizione. L’automazione sta giocando un ruolo in primo piano per l’equilibrio del capitale e lavoro.

Un recente articolo del Financial Times riporta alcuni esempi come quello di Lincoln Electric, un produttore di saldatrici con sede in Ohio ed operazioni in Cina il quale ha deciso di espandersi in casa grazie all’automazione. Anche la Adidas ha avviato un redesign delle sue scarpe per renderne la produzione meno laboriosa. Ha inoltre aperto delle cosidette “Speedfactories” ad alto tasso tecnologico con stampa 3D, bracci robotici, e maglieria computerizzata negli Stati Uniti e in Germania. Prima la produzione di calzature era in gran parte offshored a produttori con bassi salari come Cina, Indonesia e Vietnam.



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Miracolo economico tedesco. Alcune considerazioni

Cari lettori di neON e-non,

qui vi parliamo della locomotiva tedesca. Con il surplus commerciale più grande al mondo e la più bassa disoccupazione dell’eurozona, la Germania rappresenta un modello per l’Europa. Dalla crisi del 2008 la disoccupazione è diminuita costantemente, scendendo sotto il 5% nel 2018. La Germania ha raggiunto così il secondo posto in Europa in termini di tasso occupazione.

Tuttavia dobbiamo fare alcune considerazioni.

La Germania è anche il posto dove si osserva un problema di bassi salari come riportato in questo articolo del Financial Times. Anche la povertà ha raggiunto il massimo dal momento della riunificazione come leggiamo qui.

Diamo qualche numero. Guardiamo le sezioni Jobs e Society nella seguente figura (dal sito dell’ OECD). Cosa notiamo?

Per agevolare il lettore diamo alcune istruzioni per lettura dei grafici. Nella parte destra della figura, nella colonna Ranking, in colore rosso, notate il posizionamento della Germania in confronto agli altri paesi OECD. Nella colonna Trend invece, riuscite a capire con un colpo d’occhio come sta andando praticamente negli ultimi 20 anni (dati dal 1996 al 2017).

Vediamo che i salari medi in effetti sono cresciuti. Bene. Notiamo anche che il tasso di occupazione è aumentato. Ottimo. E notiamo infine che le ore lavorate invece si sono ridotte. Molto bene. Quindi se il tasso di occupazione è aumentato e le ore lavorate si sono ridotte, oltre ad un fenomeno di produttività potremmo considerare che magari lavorano un po’ tutti, un po’ meno

Fermiamoci sulle ore lavorate, chiediamoci come è andata la Germania rispetto agli altri in termini di ore lavorate.

Sempre sul sito OECD abbiamo recuperato questi trend (figura sotto) molto immediati. Quello che notiamo è che, tutti in tutti i paesi vediamo un trend di diminuzione delle ore lavorate (i dati partono dal 1982). Ma è la Germania ad avere il valore più basso a 1356.

Un recente articolo (qui disponibile), sostiene che il miracolo economico tedesco è legato alla riduzione delle ore lavorate causata da un allargamento del bacino di lavoratori. E cioè una maggiore partecipazione al lavoro di donne e anziani e del part time.

Abbiamo recuperato il seguente grafico per quanto riguarda la partecipazione al lavoro nella fascia d’età tra 55-64 anni. Notiamo ancora una volta il trend comune più o meno a tutti i paesi considerati. Eppure si nota anche che la Germania ha avuto una fortissima partecipazione della fascia di età tra 55 e 64 anni. Seconda solo al Giappone. Guardate la pendenza della curva colore azzurro della Germania (quella nera è la media OECD). Si nota che è tedesca la crescita più rapida.

Recuperiamo altri dati. Questa volta riferiti allasezione Society. Guardiamo la sezione Trend, la quarta riga a partire dall’alto e cioè: Poverty rate. A quanto pare il trend in aumento c’è. Osserviamo inoltre che il trend è simile a quello della curva: Permanent immigrantion flows. Non possiamo affermare se e quanta correlazione ci sia tra i due fenomeni, ma non possiamo non notare una similarità. Ma per ora trascuriamo questo punto che non è oggetto della nostra breve analisi.

Per concludere affrontiamo anche il punto del lavoro part time e in effetti notiamo come la Germania abbia avuto una forte accelerazione per i contratti di lavoro part time negli ultimi anni.

Abbiamo visto che parlare del successo tedesco basandoci sul basso tasso di disoccupazione non spiega tutta la storia. Di come ad esempio sia distribuita la ricchezza, i dati visti sembrano anche indicare un fenomeno in crescita di “lavoratori poveri” e di un miracolo economico che ha ancora importanti aspetti da considerare.