Cobalto: auto elettrica = auto green?

Cari lettori di neON e-non, qui un pezzo dell’analisi pubblicata sul blog Econopoly – ilSole24Ore.

Dal 2016 seguito di una ricerca di Amnesty International. Diverse aziende leader, tra cui Apple, BMW, Daimler, Renault, e il produttore di batterie Samsung SDI, hanno pubblicato dati sulla loro supply chain.

Lo scorso gennaio Reuters ha annunciato un progetto pilota lanciato da un consorzio formato da Ford, IBM, LG Chem, la cinese Huayou Cobalt, per usare la tecnologia blockchain e monitorare le forniture di cobalto dalla Repubblica Democratica del Congo.

Anche la Tesla nel suo Impact Report pubblicato di recente, alle pagine 32-34, fa riferimento al problema Congo, ma rassicura gli investitori che il suo processo è più sostenibile perché c’è poco cobalto nelle batterie per il tipo di tecnologia usata e comunque ne usa meno di tutti i competitors. La Tesla in generale sta puntando molto al vantaggio competitivo basato sulla batteria,  qualche mese fa ha concluso un accordo da 218 milioni di dollari per rilevare la Maxwell Technologies, società con sede in California che sviluppa batterie elettriche e che vanta tra i suoi clienti Lamborghini e General Motors.

Se fossimo stati nel 1890 alla guida di una bicicletta o di un’auto, probabilmente la materia prima con cui gli pneumatici erano prodotti sarebbero potuti provenire dal Congo. Il primo pneumatico moderno fu brevettato nel 1888 da John Boyd Dunlop e contribuì alla forte crescita della domanda globale di gomma.

In Congo la gomma cresceva nella giungla e da quanto leggiamo in questo articolo di Maya R. Jasanoff, docente di storia ad Harvard, per estrarla era necessario andare nella foresta pluviale, con i piedi che sprofondavano nel fango e nell’acqua stagnante, sperando di non calpestare un serpente o incorrere in un leopardo. Quindi scegliere una pianta di gomma nel groviglio vegetale, poi scuoterne il gambo fino a un punto abbastanza morbido da poterlo affettare per liberarne la linfa. Si doveva aspettare che il liquido gocciolasse nella pentola, poi aspettare che si addensasse per poi trasformarsi in lattice (qui un video per chi è curioso).

A distanza di più di un secolo, ancora una volta la storia dell’auto incrocia quella del Congo, ne ha parlato ultimamente Ed Croocks Energy Editor del Financial Times. Questa volta non sono le ruote, ma le batterie delle auto elettriche il problema.

Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International, ha detto di recente al Nordic Electric Vehicle (EV) Summit ad Oslo, che il cambiamento climatico non dovrebbe essere affrontato a spese dei diritti umani: <<senza cambiamenti radicali, le batterie che alimentano i veicoli verdi continueranno a essere macchiate dai diritti umani e abusi >>, ha (come riportato da Reuters).

Più della metà del cobalto del mondo proviene dal sud della Repubblica Democratica del Congo, in gran parte da miniere artigianali che producono il 20% della produzione del paese.

Minatori artigiani di sette anni sono stati osservati in nove siti visitati, tra cui miniere scavate a mano con strumenti a dir poco rudimentali, alcuni pagati con meno di $ 1 al giorno, come indicato in questo articolo del Weforum.

Nel 1890, l’anno in cui Joseph Conrad viaggiò in Congo, lo stato esportò circa 130 tonnellate di gomma. Sei anni dopo arrivò ad esportarne dieci volte tanto divenendo così il più grande produttore di gomma di tutta l’Africa. Nel suo Cuore di tenebra, Conrad raccontava del commercio dell’avorio, il suo lavoro fu fondamentale nel portare alla luce le atrocità subite dai lavoratori indigeni del Congo. Ben presto i profitti delle vendite della gomma dell’epoca superarono quelle dell’avorio alla borsa di Anversa.

Da allora le cose non sembrano tanto cambiate. Bisogna fare di più. Molto di più.

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Pesce insanguinato, combattuto a colpi di Blockchain e satelliti

Cari lettori di neON e-non, qui un pezzo dell’analisi pubblicata sul blog Econopoly IlSole24Ore.

Ogni giorno acquistiamo prodotti che hanno un impatto sul nostro pianeta. Catene di approvvigionamento opache, ambienti devastanti che compromettono il benessere di persone, animali e comunità. Raramente disponiamo delle informazioni necessarie per fare scelte positive su cosa acquistare.

A quanto pare è Il pesce il settore alimentare ad essere più vulnerabile alle contraffazioni su larga scala. In una delle ultime note del 2018 l’agenzia Europol mostra i dettagli dell’operazione Tarantelo. Un’operazione coordinata dalla Guardia Civil sul pesce venduto illegalmente in Spagna. Pesce che veniva importato attraverso i porti francesi, dopo essere stato catturato nelle acque italiane e maltesi.

Leggiamo nella nota che le frodi più diffuse riguardano la sostituzione o errata etichettatura. Ad esempio merci etichettate come legali quando in realtà non lo sono oppure pesce di allevamento venduto come pescato.

Circa il 20% dei test fatti sulla vendita al dettaglio e ristorazione riguardo ai frutti di mare sono erroneamente etichettati. Un pericolo per la salute pubblica. Nel giugno 2018 fu smantellata un’organizzazione internazionale che gestiva più di 2.000 tonnellate di tonno all’anno. Si trattava di pesce non congelato adeguatamente, trattato con coloranti e venduto come fresco.

Oltre al commercio di merce “non in regola”, le organizzazioni criminali riescono soprattutto a riciclare denaro. Insomma ci guadagnano due volte lungo la filiera, a monte e a valle.

Supply Chain – La Filiera

Il crimine è coinvolto in tutta la filiera su scala internazionale. Dalla pesca a strascico fino al controllo in alcuni casi, dei mercati e dei punti finali di vendita. Magari anche il vostro ristorante di fiducia.

Su scala globale sta emergendo una nuova pratica terrificante: uomini trattenuti su barche, contro la loro volontà, per lavorare circa 20 ore al giorno. Qualcuno purtroppo non torna a terra.

Nel 2015 il Regno Unito ha approvato (il primo) Modern Slavery Act. Richiede alle aziende che fanno affari nel Regno Unito con oltre 36 milioni di sterline in fatturato, di riportare pubblicamente i loro sforzi volti a garantire che le loro filiere siano libere da abusi e, in generale, da casi di lavoro forzato. Anche il governo australiano si sta muovendo in tal senso.

La tecnologia può aiutare molto, anche con le immagini satellitari: ne ho parlato qui su Econopoly. Ma soprattutto sul discorso filiera abbiamo la blockchain che potrebbe fare la differenza: ad esempio la startup Provenance (in italiano vuol dire Provenienza) con sede a Londra, è nata pochi anni fa proprio per occuparsi della filiera di produzione del tonno in Indonesia. È una piattaforma digitale che consente ai marchi di compiere passi verso una maggiore trasparenza. Secondo quanto riportato sul loro sito, il loro software permetterebbe alle aziende di raccogliere e presentare informazioni e storie sui prodotti e le loro catene di approvvigionamento. Ovviamente tutto supportato da dati. Collegando le informazioni ai prodotti in negozio, al pacco e al mercato online potrete scoprirne l’origine.

Concludendo

Migliorare il livello di informazione può consentire una scelta più consapevole.

Fornire cibo e mezzi di sussistenza ad una popolazione di ben oltre 9 miliardi non è semplice. La produzione di pesce nel 2016 ha raggiunto il massimo storico di 171 milioni di tonnellate, di cui l’88% utilizzato per il consumo umano. Un record nel consumo pro capite di 20,3 kg nel 2016.

Una grande sfida, senza alcun dubbio. Ma questo non vuol dire che non possiamo farlo in maniera più equa e responsabile.

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

<