Energia: elettroni e molecole. Ultime news

Cari lettori di neON e-non,

ecco le ultime dal fronte. Cominciamo dagli elettroni…

La Tesla ha concluso un accordo da 218 milioni di dollari per rilevare la Maxwell Technologies. Società con sede in California che sviluppa batterie elettriche e che vanta tra i suoi clienti Lamborghini e General Motors.

L’acquisizione della Maxwell rientra nella strategia di potenziamento del segmento battery, sul quale la Tesla sta puntando molto. L’obiettivo è cercare un vantaggio competitivo sulle prestazioni e spiazzare gli altri produttori di auto elettriche. Ma non solo prestazioni, l’abbattimento dei costi è una sorgente di vantaggio competitivo.

Maxwell ha un processo brevettato per la fabbricazione di elettrodi utilizzati nelle batterie al litio. Produce elettrodi senza l’uso di solventi (tecnologia a elettrodi a batteria secca). È proprio questo processo a quanto pare, a dare slancio alle prestazioni e abbattere i costi.

Il costante miglioramento della produzione delle batterie è diventato un fattore chiave per Tesla per competerete con gli altri newcomers nel business delle auto elettriche. Musk aveva di recente affermato di essere super competitivo sui costi per quanto riguarda la produzione di batterie. Durante l’ultima trimestrale della compagnia, agli investitori ha  presentato i forti sforzi volti all’abbattimento del costo, puntando sulla logistica e standardizzazione.

Restiamo sul fronte elettroni ma andiamo più a monte. Parliamo di materie prime. Cobalto.

Il metallo ha raggiunto il valore più basso degli ultimi in due anni dopo un’impennata della fornitura da parte della Repubblica Democratica del Congo. Un po’ di respiro per le case automobilistiche che stanno puntando al mercato elettrico.

Come riportato dal Financial Times, il prezzo del metallo chiave della batteria elettrica è sceso di oltre il 40% da metà novembre grafico qui sotto.

Dopo i timori sulla sicurezza delle forniture del metallo le grandi case automobilistiche sono sollevati. Anche se ricordiamolo, quasi due terzi dei quali provengono dal Congo, uno dei paesi più poveri del mondo. La produzione è cresciuta del 44% lo scorso anno a circa 106 mila tonnellate, secondo la Federazione delle imprese congolesi.

Passiamo adesso alle molecole. Di olio

Gli Stati Uniti sono diventati il ​​più grande esportatore di petrolio nel Regno Unito per la prima volta dopo il picco del 1957. Fu l’allora presidente Eisenhower ad autorizzare 300.000 barili di esportazioni necessarie dopo la chiusura del Canale di Suez. A quanto pare in cambio in parte dell’impegno di Regno Unito e Francia al ritiro delle truppe secondo un recente articolo del Financial Times.

Quasi un barile su quattro del petrolio raffinato in Gran Bretagna a gennaio veniva dagli Stati Uniti. Questo dimostra il ruolo sempre maggiore che il petrolio americano ha ora nel mix energetico della Gran Bretagna.

ExxonMobil e Valero sono state le due società impegnate in queste esportazioni, proprietarie di due delle sei raffinerie di petrolio ancora operative nel Regno Unito. Lo stabilimento di Exxon a Fawley, la più grande raffineria di petrolio del Regno Unito, ha ricevuto a gennaio più di 4,3 milioni di barili a quanto pare provenienti dall’olio prodotto dallo shale texano.

Nel 2018 la stessa Exxon aveva dichiarato una possibile spesa di 500 milioni di sterline per l’impianto da 270.000 barili al giorno al fine di estenderne la vita utile.

Chiudiamo con il gas

ExxonMobil e Qatar Petroleum hanno dato il via libera a un progetto da 10 miliardi di dollari per esportare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Si apre una nuova rotta per risorse sbloccate dalla dallo shale, pronte a raggiungere sempre più i mercati mondiali.

Il progetto Golden Pass LNG in Texas, costruito originariamente come impianto di importazione di gas, è destinato a entrare in servizio nel 2024, esporterà 16 milioni di tonnellate di LNG all’anno.

È detenuta al 70 percento da Qatar Petroleum e al 30 percento da Exxon, estendendo una partnership di lunga data tra le due società.

Energy dominance americana? Qualcuno storce il naso. Ma i fatti ad oggi sembrano dire di così

Petropolitica, tradizione e innovazione: spunti d’Arabia

Cari lettori di neON, e-non,

riportiamo questa notizia pubblicata ieri sul Financial Times.

Parliamo dell’ambizioso piano industriale dell’Arabia Saudita da 427 miliardi di dollari. Si tratta di un piano decennale. Il regno saudita cerca di riprendersi dopo il caso Khashoggi. Cerca di dimostrare che le cose vanno avanti. Nonostante tutto. Sempre sotto la guida del principe Mohammed bin Salman.

Ieri, in una cerimonia di lancio, funzionari governativi hanno annunciato 66 accordi dal valore di circa 50 miliardi di dollari. Tra i tanti accordi quella con il gruppo francese aerospaziale e di difesa Thales, e un impianto petrolchimico con Pan-Asia, azienda chimica cinese. Altri dettagli non sono ancora disponibili dai media internazionali.

Una diversificazione dal settore petrolifero che copre circa l’87% delle entrate statali e circa il 40% del PIL.

Con una popolazione di poco inferiore ai 30 milioni e la presenza di circa 6 milioni di espatriati che contribuiscono fortemente all’economia, il Regno fatica a ridurre una disoccupazione che nella fascia tra i 15-24 anni raggiunge il 30%, salendo al 58% per le donne (dati 2016).

Da qui muove la necessità al cambiamento e la spinta innovatrice è guidata dal principe ereditario Mohammed Bin Salman che punta alla liberalizzazione dei settori dell’educazione, del turismo e della salute. La sua Vision al 2030, tuttavia, si scontra con la realtà delle cose e le riforme, quanto più dolorose sono, tanto più necessitano di un forte mandato. Ma l’apparato statale del Regno è ancora giovane e poco robusto, in termini di legittimazione, per portare avanti un processo di riforma così importante: le prime elezioni comunali (a suffragio maschile) si sono tenute “solo” nel 2005. E non stiamo considerando l’incidente Khashoggi.

In Arabia Saudita, ancora di più che in altri paesi politica, economia, prezzo del barile e geopolitica, sono inevitabilmente legati.

Nel 2016 lo stato arabo ha avuto un deficit di circa 90 miliardi di dollari finanziato con emissione di bond e grazie alle riserve monetarie. Le riforme del regime fiscale sono parte della soluzione ma questo resta per ora un punto delicato. Come la storia insegna, il passaggio da suddito a cittadino non è affatto indolore. Tutti conosciamo il principio del “No Taxation withoutRepresentation“. Proprio ad inizio 2018 il Regno (e gli Emirati) introducono per la prima volta l’IVA del 5%. In sole dieci ore l’hashtag  Salary not enough to cover our needs (il salario non permette di coprire le nostre necessità) è diventato un trend sui social media. Un segnale da non sottovalutare. Per chi vuole approndire trova un’analisi di qualche mese fa ma ancora valida qui.

Concludiamo con alcuni spunti di riflessione su questi aspetti.

Facciamo riferimento ad un interessante articolo comparso sul Washinghton Post nel 2017 dal titolo: Where are coups most likelyto occur in 2017? Anticipare quando un colpo di stato avviene è difficile ma questo articolo ci parla di un tool che considerando alcuni elementi riesce a definire in un certo senso il livello di rischio. Tra i fattori ad esempio il modello tiene conto da quanto tempo il leader attuale è al potere, se è stato/a scelto democraticamente e il tipo di governo in atto. Poi si considera anche il PIL, la crescita economica, la popolazione, la mortalità infantile. Anche dati che riguardano la diffusione delle tecnologie di comunicazione come: laccesso a Internet, la proprietà del cellulare e via dicendo.

Comunque non c’è da preoccuparsi. I modelli di previsione di cui ci parla il Washington Post si basano molto su dati con riferimento ad un periodo durante il quale si registravano di 5-10 tentativi di golpe all’anno. Mentre dal 2001 le cose sembrano essere un po’ migliorate, siamo tra i 2-4 all’anno. Almeno fino al 2017...

Per chi non lo ancora visitato. A Milano al museo del Novecento, tra le tante bellissime opere d’arte, trovate anche questo di Pellizza da Volpedo.