Il valore di tutto. Spunti dal libro di M. Mazzucato

Era il 1925 quando Churchill, diceva: “preferirei vedere la finanza meno fiera e l’industria più contenta”. A quei tempi la finanza era in termini di peso circa il 6.4% dell’economia.

Dopo la seconda guerra mondiale resta più o meno uguale la situazione per circa 30 anni. Poi le cose iniziano a cambiare, gli utili delle società finanziarie raddoppiano portandosi da un 10-15% ad un 20-30%. Dopo la seconda guerra mondiale, la gente inizia a vivere più a lungo, l’aspettativa di vita gradualmente aumenta. Anche l’occupazione. Emerge la necessità di investire i proventi degli accantonamenti per la pensione.  Investimenti che siano ragionevolmente liquidi e a lungo termine, in grado di fronteggiare gli effetti indesiderati dell’inflazione. Il sistema venne poi deregolamentato negli anni settanta, i fondi pensione crebbero molto dando vita a immensi patrimoni. Nacque una nuova figura il Money Manager.

L’economista ci dice che nel 1951 negli USA, i fondi pensione passarono da un “peso” di 3.1 miliardi di dollari a circa 17 trilioni di dollari nel 2015. Allo stesso tempo nel 1963 gli investitori privati detenevano circa il 50% dei titoli azionari e i gruppi assicurativi, fondi pensione e di investimento erano circa il 10%. Dopo circa sessant’ anni, la proprietà individuale delle azioni si è ridotta del 60%. Inoltre solo negli Stati Uniti, il 25% dei fondi controllano il 60% di tutte le azioni detenute da istituzioni finanziare. Il turnover annuale delle azioni americane era del 15% nel 1951; nel 2008 era del 280%, sceso al 250% nel 2011. Se consideriamo anche il tempo medio di possesso degli investimenti azionari, leggiamo che è passato da 4 anni nel 1945 a circa otto mesi nel 2008. Tutto è più veloce, più fluido e dinamico. La visione shortermista ha la meglio. Nel grafico sotto (tratto dal libro) vediamo che questo si traduce anche nella gestione delle imprese. Gli amministratori delegati “durano” meno, si sono portati in media negli ultimi 30 anni da circa dieci anni a poco più di sei. Vediamo anche (scala di destra) il tempo medio di permanenza di un’azienda nell’indice S&P che passa da circa 25 anni a 15. Non è detto che il cambiamento e la velocità siano fattori negativi, assolutamente. Ma la giusta via è nel mezzo.

Altro punto caldo riguarda gli investimenti. Nel libro leggiamo che tra il 2003 e il 2012, 449 aziende della lista S&P spesero 2400 miliardi di dollari nel riacquisto di azioni proprie (buyback), pari a circa il 54% degli utili. A questi da aggiungere i dividendi per circa il 37%, “solo” il 9% veniva reinvestito. Nel grafico qui sotto tratto dal libro, vediamo la percentuale dei flussi di cassa pagati agli azionisti considerando una media di 5 anni e facendo riferimento a società non finanziarie.

Per concludere il quadro leggiamo anche che esiste una certa “reticenza” ad investire legata al differenziale tra i ritorni attesi dai nuovi progetti e i costi del capitale. Nel libro infatti viene citato uno studio della banca d’affari JP Morgan e considerando un costo medio del capitale (WACC) di circa l’8%. Il ritorno atteso per nuovi progetti per le società incluse nell’indice S&P è pari al 18%. Se esiste quindi un differenziale superiore al 10% avviene l’investimento altrimenti no.

In questo ultimo grafico (tratto dal libro) vediamo gli investimenti delle imprese in percentuale del PIL negli Stati Uniti.

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Un occhio al mattone targato USA. E non solo

Cari lettori di neON e-non,

settanta anni di costante apprezzamento dei prezzi delle case, uniti ad una crescita ridotti dei salari reali, hanno creato negli Stati Uniti situazioni di disequilibrio. Nel grafico sotto basta confrontare la pendenza delle curva di crescita dei prezzi delle case e quelli dei redditi per capire di cosa stiamo parlando.

Nel 1950, il prezzo medio della casa era 2,2 volte il reddito medio annuo. Circa 70 anni dopo (crisi incorporata), 3,7 volte il reddito medio. In gran parte, questo differenziale di costo è stato assorbito da un maggiore debito privato. Tra il 1949 e il 2018, il debito ipotecario in percentuale del PIL è cresciuto dal 15% all’80%.

Di questo aspetto del debito ce ne parla anche l’economista M. Mazzucato nel suo libro: “Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’ economia globale”. L’economista ci dice infatti che, dopo la Seconda guerra mondiale per mantenere gli standard di vita avuti fino agli anni ottanta, i lavoratori assunsero livelli maggiori di indebitamento. C’è anche da dire che questo nel quadro economico complessivo, ha rappresentato anche uno stimolo alla domanda quindi alle vendite delle imprese.

Il debito delle famiglie è aumentato considerevolmente tra il 1995 al 2005, del 42% negli Stati Uniti e 54% nel Regno Unito. Condividiamo dal libro la seguente:

<<Negli StatiUniti i mutui erano la principale fonte di indebitamento delle famiglie, in parte riflettendo la propensione delle famiglie a estrarre denaro (extract equity) dal crescente valore delle loro case>>.

L’aumento costante dei prezzi delle case creava una sorta di “effetto ricchezza” ipotesi per la quale si ritiene che, se aumentano i prezzi delle case, la gente sarebbe psicologicamente più propensa a spendere! Un’ipotesi avvalorata anche dall’ufficio del bilancio del Congresso americano. Un’ ipotesi che qualcun altro chiama bolla.

Negli Stati Uniti infatti l’aumento dei prezzi delle case sta spingendo sempre più i nuovi acquirenti a chiedere aiuto ai loro genitori per i pagamenti.

Sebbene il ritmo della crescita rallentato, i prezzi comunque continuano ad aumentare anno dopo anno. Anche se i tassi ipotecari più alti stanno redendo il mercato più stringente.

Una situazione difficile per gli acquirenti di prima casa che in molti casi hanno difficoltà a recuperare il contante necessario per gli acconti, tra indebitamento degli studi e altri fattori. La scarsa crescita dei salari e la crescita stessa dei prezzi delle case. Il tasso di proprietà della famiglia tra quelli di età sotto ai 35 anni ha ceduto 8 punti percentuali dal 2004 al 35% nel 2017 secondo Freddie Mac.

Per quanto riguarda l’Italia, paese di risparmiatori, il discorso indebitamento privato rappresenta un rischio minore che negli USA. Qui tuttavia dobbiamo tenere in considerazione dei Mega trend in atto che potrebbero ridurre il valore del patrimonio immobiliare.

Se leggiamo l’ultimo rapporto ISTAT, abbiamodue cose da considerare: calo delle nascite e anche riduzione numero medio dei componenti a famiglia

Questi due trend si traducono in una minore richiesta del numero di alloggi e anche delle dimensioni degli alloggi.

Notiamo il trend di richiesta delle nuove case negli ultimi sette anni. Dopo il minimo raggiunto nel 2016 abbiamo una lieve ripresa. Ma siamo ancora lontani dei livelli raggiunti in precedenza. Possiamo capire che a lungo termine lo scenario non è dei migliori, incrociando i trend demografici e sociali di lungo termine con quelli finanziari (tassi) di breve medio periodo. Sebbene quelli finanziari potrebbero essere ciclici quelli socioeconomici potrebbero non esserlo.

Per approfondire sul tema debito americano e settore immobiliare, l’analisi completa è disponibile qui.

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Uno sguardo alla nota della Fed New York sul debito delle famiglie USA

Caro lettore di neON e-non,

Ecco quanto emerge dalla nota trimestrale pubblicata dalla Federal Reserve di New York di novembre (con riferimento al terzo trimestre).

Il debito aggregato delle famiglie americane è aumentato per il 17° trimestre consecutivo. Ha superato di $ 837 miliardi il precedente picco di $ 12,68 trilioni del terzo trimestre del 2008. Degno di nota l’incremento dei prestiti auto, attestatosi a $ 158 miliardi: il più alto osservato dal 2004. Un trend, quello dei prestiti auto, che va avanti da circa nove anni.

Se guardiamo invece i tassi di mancato pagamento, vediamo che nel terzo trimestre del 2018 sono un po’ peggiorati. Infatti al 30 settembre, il 4,7% del debito in essere era in qualche modo in fase di mancato pagamento. Il più grande in 7 anni.

Espandendo il dato, notiamo che dei $ 638 miliardi di debito in fase di mancato pagamento, $ 415 miliardi sono debiti con almeno 90 giorni di ritardo. La nota della Fed New York ci dice infatti che tale aumento è legato sostanzialmente ai prestiti per gli studenti. Nell’ultimo trimestre del 2018, l’11,5% del debito complessivo degli studenti aveva un ritardo di pagamenti di almeno 90 ​​giorni che risultavano insoluti o in stato di default. Un aumento sostanziale rispetto al trimestre precedente.

Grafico 1

Nel secondo grafico invece vengono riportati i mutui generati a seconda della classe di credito. Ricordiamo che sotto i 680 si è ritenuti cattivo pagatore (sotto 620 è subprime per intenderci). Il punteggio medio di credito dei nuovi richiedenti prestito è rimasto sostanzialmente invariato. Questa è una buona notizia.

Grafico 2

Cosa diversa se guardiamo il reparto auto (grafico n3): un trend di aumento degli individui con subprime. I punteggi hanno ricevuto una quota sostanziale di prestiti auto di nuova origine.

Grafico 3

Soffermiamoci sul dato dei prestiti auto. In questo quarto grafico invece vediamo che abbiamo un 25 percentile (curva rossa) sotto i 650 punti, ossia un quarto dei nuovi prestiti attivati, ha un credit score basso. È un trend importante perché ci fa capire l’alto rischio a cui è esposto il settore auto. Se confrontiamo infatti il settore auto con quello casa (il grafico è disponibile qui), troviamo dei percentili molto più ridotti nell’area “cattivi pagatori”. Cioè un numero molto più basso rispetto al comparto auto.

Grafico 4

Sebbene i prestiti per auto siano in aumento e associati ad un credit score basso, altro dato da guardare riguarda i ritardi nei pagamenti (più di 90 giorni). Sono gli studenti, curva rossa (nel grafico 5) quelli messi peggio, sebbene anche per il settore auto (curva verde) si registra un trend in aumento da qualche anno. Infine ritornando agli studenti (curva rossa) ho investigato sul picco tra 2012 al 2013 che vediamo. Sarebbe dovuto, secondo questa nota della Federal Reserve di Saint Louis, ad una crescita dei costi di iscrizione alle università.

Grafico 5

A breve torniamo sull’argomento per capire l’impatto sul settore immobiliare.

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