Invecchiare… costa…

Il Financial Times titola: <<Europa- bomba demografica ad orologeria>>. Il titolo è tutto un programma; c’è la seria preoccupazione per l’impatto dell’invecchiamento della popolazione sulle finanze pubbliche e sulla crescita economica. L’articolo cita Philipp Engler, economista dell’FMI, il quale prevede che il PIL pro capite nelle economie avanzate si ridurrà a causa di questo fenomeno… non poco per le economie dell’UE…

La ricercatrice Martina Lizarazo Lòpez del think tank Bertelsmann Stiftung con sede a Bruxelles, ha calcolato che entro il 2050, il cambiamento demografico avrebbe smorzato il reddito pro capite medio in Francia, Spagna, Italia e Germania di € 4,759- € 6.548 (base prezzo 2010). La Commissione europea prevede che la spesa sanitaria per gli anziani e le pensioni, che rappresenta già il 25% del PIL nell’UE, aumenterà di 2,3 % entro il 2040.

Entro il 2035, circa una persona su quattro avrà 65 anni o più in Europa, rispetto a una su 13 nel 1950.

Nell’Europa meridionale, tassi di fertilità eccezionalmente bassi rendono particolarmente difficili le tendenze demografiche. Portogallo, Grecia, Italia e Spagna sono tra le prime 10 economie mondiali con il minor numero di nascite.

L’Europa meridionale nel suo insieme ha un tasso di fertilità dell’1,37%, ben al di sotto del 2% necessario per sostituire la popolazione.

Del tema ce ne eravamo occupati anche qui su neON qualche tempo fa: nel 2018 circa 160.000 italiani si sono trasferiti all’estero, il numero più alto dal 1981 e in crescita del  3% se comparato con il precedente anno

In bilico tra fast/just transition

Un articolo del Financial Times di oggi riporta una stima per l’industria automobilistica tedesca, che impiega direttamente 830.000 persone e sostiene altri 2 milioni nell’indotto. Dovranno essere investiti circa 40 miliardi di euro nelle tecnologie per batteria nei prossimi tre anni.

I giganti dell’auto tedesca, da Daimler e Audi ai fornitori tra cui Continental e Bosch, hanno annunciato che circa 50.000 posti di lavoro andranno persi o sono a rischio solo nel 2019, purtroppo le loro attività tradizionali diventano meno redditizie.

Il costo della perdita di posti di lavoro in Germania, spesso stimato a € 100.000 per posizione, costringe le aziende a prendere in considerazione programmi di reskilling o attendere la pensione del dipendente. Nel prossimo decennio, quasi un quarto di milione di posti di lavoro automobilistici andranno persi nel paese, secondo il direttore del Center for Automotive Research dell’Università di Duisburg-Essen.

Andate e moltiplicatevi. Per due

Cari lettori di neON e-non,

Record di emigrazioni per l’Italia. Secondo un recente articolo del Financial Times gli italiani emigrano sempre più mentre le nascite hanno raggiunto nel 2018 il livello più basso degli ultimi cento anni.

La scarsa crescita demografica aggiunge altra carne al fuoco ai problemi di crescita e debito. La popolazione si è ridotta di 90.000 abitanti nel 2018, il quarto anno consecutivo di declino, raggiungendo (stimati) 60,4 milioni. Le nascite sono scese a 449.000, circa 128.000 in meno rispetto al 2008.

Nel 2018 circa 160.000 italiani si sono trasferiti all’estero, il numero più alto dal 1981 e in crescita del  3% se comparato con il precedente anno.

Quasi il 23 % della popolazione ha più di 65 anni. Il livello più alto mai registrato. Il secondo più alto del mondo dopo il Giappone.

Sono numeri che si commentano da soli.

 

Mediterraneo

Adesso attraversiamo il Mediterraneo. Ci troviamo in un altro Paese, anche loro hanno un problema con le nascite.

Gli egiziani preferiscono le famiglie numerose, ma questo ormai sta diventando economicamente impossibile non solo per le stesse famiglie ma per lo stesso paese. Per controllare il numero delle nascite in qualche modo, il governo ha lanciato il programma “Two Are Enough” (“due sono abbastanza”). Ogni 15 secondi c’è una nascita in Egitto, 2,5 milioni di bambini ogni anno.

La forte natalità in Egitto pone dei problemi di carattere sociale, basti pensare agli impatti sulle scuole e istruzione, sulla sanità, sull’ accesso all’acqua e al cibo. A dicembre la popolazione egiziana ha raggiunto 98 milioni come dichiarato dall’assistente del ministro della solidarietà sociale al Financial Times.

Secondo quanto riportato dal giornale inglese, il governo egiziano considera il forte aumento della popolazione, tra le più grandi minacce che affliggono il paese insieme al terrorismo.

Il programma di pianificazione familiare prevede campagne pubblicitarie, televisive, supporto di visite a domicilio di assistenti sociali. Ma anche una forte cooperazione con cliniche sul territorio per la distribuzione di contraccettivi. Il governo avrebbe deciso di fermare i sussidi alle famiglie povere oltre il secondo figlio.

Sussidi

Restiamo sul tema sussidi e torniamo in Europa. Questa volta ad Est: alcuni paesi hanno offerto incentivi per aumentare il tasso di natalità.

In Polonia, vengono riconosciuti 500 zloty (1 zloty è pari a circa 0.23 euro) che corrispondono a circa un terzo del salario minimo netto, per ogni secondo figlio e successivi.

Anche altri paesi dell’Europa dell’est hanno offerto incentivi per aumentare il tasso di natalità.

Ungheria, Slovenia, Croazia, Slovacchia e Serbia, hanno alcuni dei più bassi tassi di fertilità del mondo. Oltre a questo anche loro sono colpiti da fuga di cervelli che vanno ad ovest alla ricerca di salari più alti più. Dagli ultimi dati ONU quasi tutti i paesi con la contrazione più rapida di popolazione sono in Europa orientale. Ad esempio l’Ungheria è proiettata a ridursi in termini di popolazione del 15% entro il 2050, da 9,7 milioni del 2017 a circa 8,3 milioni.

Ha fatto discutere l’ultima riforma approvata dal parlamento a lo scorso dicembre 2018. La legge detta anche la “legge sugli schiavi” che permette ai datori di lavoro di richiedere fino a 400 ore di straordinario, praticamente un giorno lavorativo supplementare per settimana.

Sul tema delle ore lavorate e della produttività ne avevamo parlato su neON qui.

Si parlava di Germania. La riduzione delle ore lavorate era un trend in corso in tutto il mondo come dicevamo. Qui il problema era l’opposto, l’abbassamento delle ore lavorate era legato ad un allargamento della fascia di lavoratori. In Ungheria è il contrario, le ore lavorate aumentano perché la gente diminuisce.

La Germania, ha anche avuto un gran supporto dall’immigrazione. Ma questa è un’altra storia.

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Latte in Sardegna Un problema di (over) capacity?

Dal rapporto annuale ISTAT vediamo che la Lombardia ed Emilia-Romagna sono ai primi posti per la produzione nazionale del latte di vacca coprendo circa il 60%. Mentre la Toscana e la Sardegna rappresentano circa l’80 % del latte da pecora. la Sardegna da sola, pesa per il 67% della produzione italiana.

La Sardegna nell’ultimo decennio, ha avuto una fortissima crescita nel settore lattiero-caseario, divenendone il leader. Il numero dei produttori sardi è cresciuto da 593 nel 2006 a circa 16 mila nel 2016. Nel grafico sotto notiamo in giallo il numero di produttori nel 2006, in blu il numero di produttori nel 2016.

Ad oggi la Sardegna si colloca tra le regioni con il maggior numero di allevamenti: circa 16 mila strutture nel 2016, il 40 % del totale nazionale. A seguire Lombardia ed Emilia-Romagna nell’ordine del 10% ciascuno.

Il Pecorino Romano rappresenta il principale prodotto finale che si ricava dal latte sardo. Come riportato qui, tra il 2017/2018, la produzione di latte di pecora ha registrato una forte crescita tra il 10-15%. Lo stesso è accaduto per il Pecorino Romano, aumentato del 24%. Il problema è dovuto essenzialmente alla contrazione delle esportazioni del pecorino crollate del -33%, soprattutto quelle nord americane, dove il calo ha raggiunto -44%.

Diamo un occhio ai prezzi.

Dall’ultimo rapporto annuale Assolatte, le vendite complessive di pecorini (romano/sardo/toscano) hanno realizzato un +2,7% in volume nel 2017. Per il Pecorino Romano DOP la crescita è stata a due cifre, superiore al 12%. Ma si è assistito ad un calo i prezzi medi di vendita (-7,4%), scesi a 14,57 euro/kg per il peso fisso e a 12,26 euro/kg per il peso variabile.

Come riportato da Assolatte (pag. 19) il calo del prezzo ha spinto a produrre di più quindi creando un’ulteriore spinta al ribasso del prezzo dei prodotti finiti.

Già a metà luglio 2018 si legge:

<<la compressione del prezzo del latte ha risvegliato alcuni contrasti con il mondo degli allevatori, sopiti negli ultimi anni dall’alta remunerazione ricevuta. Le tensioni, molto più forti in Sardegna – essendo il prezzo della materia prima legato a doppio filo con l’andamento del Pecorino Romano – si sono, poi, stemperate a seguito di contributi erogati dall’Europa e ad un pacchetto di misure a carattere finanziario predisposte dalla Regione per aiutare il settore>>

A quanto pare dalla nota Assolatte si legge anche che Il Consorzio del Pecorino Romano abbia cercato di trovare una soluzione a questo scenario prezzo, proponendo un piano per modulare l’offerta. Il piano avrebbe avuto lo scopo di allineare l’offerta produttiva all’effettiva domanda di mercato. Nella nota si legge anche con riferimento al piano: << tuttavia, necessita ancora di un po’ di tempo per una completa operatività, ma siamo fiduciosi e auspichiamo che nel prossimo anno la programmazione possa portare i frutti attesi>>

Concludendo

A quanto pare esisterebbe un problema di sovraccapacità legata anche ad una congiuntura sfavorevole: ridotto export verso il Nord America.

La similitudine che ci viene in mente riguarda il cartello dell’OPEC e la Russia. In particolare a quanto accaduto col il crollo del prezzo del barile nel 2014. Ma questa è un’altra storia.

Miracolo economico tedesco. Alcune considerazioni

Cari lettori di neON e-non,

qui vi parliamo della locomotiva tedesca. Con il surplus commerciale più grande al mondo e la più bassa disoccupazione dell’eurozona, la Germania rappresenta un modello per l’Europa. Dalla crisi del 2008 la disoccupazione è diminuita costantemente, scendendo sotto il 5% nel 2018. La Germania ha raggiunto così il secondo posto in Europa in termini di tasso occupazione.

Tuttavia dobbiamo fare alcune considerazioni.

La Germania è anche il posto dove si osserva un problema di bassi salari come riportato in questo articolo del Financial Times. Anche la povertà ha raggiunto il massimo dal momento della riunificazione come leggiamo qui.

Diamo qualche numero. Guardiamo le sezioni Jobs e Society nella seguente figura (dal sito dell’ OECD). Cosa notiamo?

Per agevolare il lettore diamo alcune istruzioni per lettura dei grafici. Nella parte destra della figura, nella colonna Ranking, in colore rosso, notate il posizionamento della Germania in confronto agli altri paesi OECD. Nella colonna Trend invece, riuscite a capire con un colpo d’occhio come sta andando praticamente negli ultimi 20 anni (dati dal 1996 al 2017).

Vediamo che i salari medi in effetti sono cresciuti. Bene. Notiamo anche che il tasso di occupazione è aumentato. Ottimo. E notiamo infine che le ore lavorate invece si sono ridotte. Molto bene. Quindi se il tasso di occupazione è aumentato e le ore lavorate si sono ridotte, oltre ad un fenomeno di produttività potremmo considerare che magari lavorano un po’ tutti, un po’ meno

Fermiamoci sulle ore lavorate, chiediamoci come è andata la Germania rispetto agli altri in termini di ore lavorate.

Sempre sul sito OECD abbiamo recuperato questi trend (figura sotto) molto immediati. Quello che notiamo è che, tutti in tutti i paesi vediamo un trend di diminuzione delle ore lavorate (i dati partono dal 1982). Ma è la Germania ad avere il valore più basso a 1356.

Un recente articolo (qui disponibile), sostiene che il miracolo economico tedesco è legato alla riduzione delle ore lavorate causata da un allargamento del bacino di lavoratori. E cioè una maggiore partecipazione al lavoro di donne e anziani e del part time.

Abbiamo recuperato il seguente grafico per quanto riguarda la partecipazione al lavoro nella fascia d’età tra 55-64 anni. Notiamo ancora una volta il trend comune più o meno a tutti i paesi considerati. Eppure si nota anche che la Germania ha avuto una fortissima partecipazione della fascia di età tra 55 e 64 anni. Seconda solo al Giappone. Guardate la pendenza della curva colore azzurro della Germania (quella nera è la media OECD). Si nota che è tedesca la crescita più rapida.

Recuperiamo altri dati. Questa volta riferiti allasezione Society. Guardiamo la sezione Trend, la quarta riga a partire dall’alto e cioè: Poverty rate. A quanto pare il trend in aumento c’è. Osserviamo inoltre che il trend è simile a quello della curva: Permanent immigrantion flows. Non possiamo affermare se e quanta correlazione ci sia tra i due fenomeni, ma non possiamo non notare una similarità. Ma per ora trascuriamo questo punto che non è oggetto della nostra breve analisi.

Per concludere affrontiamo anche il punto del lavoro part time e in effetti notiamo come la Germania abbia avuto una forte accelerazione per i contratti di lavoro part time negli ultimi anni.

Abbiamo visto che parlare del successo tedesco basandoci sul basso tasso di disoccupazione non spiega tutta la storia. Di come ad esempio sia distribuita la ricchezza, i dati visti sembrano anche indicare un fenomeno in crescita di “lavoratori poveri” e di un miracolo economico che ha ancora importanti aspetti da considerare.