Geopolitica del grano?

In Russia il Coronavirus continua a far danni, il presidente Putin ha rimandato il referendum che potenzialmente poteva tenerlo alla guida del Paese altri 16 anni. Il prezzo del grano è aumentato notevolmente. La Russia ha deciso nei precedenti mesi di limitare le esportazioni dopo che a fine marzo il prezzo di una tonnellata di grano ha superato quello del petrolio degli Urali. La geopolitica del grano è un altro capitolo da considerare in questa partita.

Nel caso del grano ad esempio il problema non è la disponibilità, il punto è la difficoltà a spostare il grano tra i paesi oltre i confini. C’è poi anche da gestire i picchi di domanda creati da questa nuova condizione e dagli acquisti impulsivi emersi nelle prime fasi della pandemia. Secondo il Wall Street Journal per l’anno 2019-2020 (finisce ad agosto) è previsto un buon raccolto  di 764,5 milioni di tonnellate. Il grano c’è ma portarlo nei posti giusti era il problema… L’Egitto, il più grande importatore di grano al mondo, ha aumentato le riserve alimentari. Anche la Turchia ha fatto un grosso acquisto a fine Marzo

Nel 2010 con le primavere Arabe quando la siccità e il forte calo del rublo spinsero la Russia a bloccare le esportazioni.

In questa immagine sotto vediamo nel 2018 dove erano destinati i flussi di grano made in Russia.

Food Security – l’altra faccia della pandemia

Nei paesi equatoriali sono già iniziate le piogge. Ci sono buone speranze per una buona stagione. Ovviamente sarà possibile se i semi arriveranno in tempo.

In una nota del 24 Aprile la FAO ci dice che la pandemia ha innescato restrizioni nei movimenti in tutto il mondo. Nel Sudan del Sud ad esempio ha dovuto trovare nuovi canali per ottenere i semi necessari agli agricoltori in tempo per la prossima stagione di semina. Senza questi semi, le famiglie di agricoltori potrebbero affrontare una crisi alimentare all’interno della crisi sanitaria globale.

Anche l’indebolimento delle valute dei mercati emergenti aumentando il costo delle importazioni per i paesi che dipendono dagli acquisti di prodotti alimentari all’estero crea una pressione in questi paesi più vulnerabili. Inoltre le svalutazioni delle valute dei mercati emergenti inducono ad un aumento del costo del debito per prestiti in dollari, erodendo così la capacità dei paesi di finanziare le importazioni. Gli ultimi numeri della FAO, rivedendo uno studio del 2019 indicano che le vite di 265 milioni di persone nei paesi a basso e medio reddito saranno gravemente minacciati a meno che non vengano intraprese azioni rapide per affrontare la pandemia.

Un recente articolo del Financial Times riporta che durante l’ultimo incontro virtuale tra i ministri dell’agricoltura del G20 delle principali economie sviluppate e in via di sviluppo hanno constatato che secondo gli esperti, la fame e il malcontento potrebbero guidare una nuova ondata di migrazione di massa verso i paesi più ricchi.

Il vicedirettore generale della FAO ha dichiarato: “Due mesi fa nessuno parlava davvero di cibo sicurezza, ma ora è ciò di cui tutti parlano”. E Il capo economista del World Food Program, ha affermato che se le persone non potessero avere accesso al cibo, lo farebbe potrebbe innescare un movimento di massa di rifugiati del tipo che si è verificato in Europa nel 2005 Il 2016.

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Andiamo a mietere il grano

In Russia a fine Marzo una tonnellata di petrolio Urals è arrivata a costare meno che una tonnellata di grano. Prima della pandemia su scala mondiale quasi il 50% del consumo di petrolio era consumato per il trasporto su gomma e aviazione. Con quasi 3 miliardi di persone in lockdown ad oggi è chiaro cosa accade: la gente resta a casa, si muove meno e quindi meno petrolio. Ma restando a casa cucina di più. I prezzi di queste materie prime aumentano. Nel caso del grano ad esempio il problema non è la disponibilità, il punto è la difficoltà a spostare il grano tra i paesi oltre i confini. C’è poi anche da gestire i picchi di domanda creati da questa nuova condizione e dagli acquisti impulsivi. Il grano c’è ma portarlo nei posti giusti si sta dimostrando un problema.

L’Egitto, il più grande importatore di grano al mondo, sta aumentando le riserve alimentari. Anche la Turchia ha fatto un grosso acquisto a fine Marzo. Questo fenomeno fa riemergere quanto accaduto nel 2010 con le primavere Arabe quando la siccità e il forte calo del rublo spinsero la Russia (il più grande esportatore di grano) a bloccare le esportazioni.

Coronavirus – Come cambierà la sharing economy ?

Sul Financial Times Yuval Noah Harari in un suo lungo articoli ci parla di: the world after coronavirus

Articolo da leggere tutto. Qui abbiamo tradotto solo le prime righe. Ci poniamo una domanda alla fine…

[…] L’umanità sta affrontando una crisi globale. Forse la più grande crisi della nostra generazione. Le decisioni prese da persone e governi nelle prossime settimane probabilmente modellerà il mondo per gli anni a venire. Non daranno forma solo alla nostra assistenza sanitaria ma anche la nostra economia, politica e cultura. Dobbiamo agire rapidamente e con decisione. Dovremmo anche tenere conto delle conseguenze a lungo termine della nostra Azioni. Quando si sceglie tra le alternative, dovremmo chiederci non solo come superare la minaccia immediata, ma anche in che tipo di mondo abiteremo una volta che la tempesta passa. Sì, la tempesta passerà, l’umanità sopravviverà, la maggior parte di noi sarà ancora vivo, ma abiteremo in un mondo diverso.

Come cambierà la sharing economy ?

Si ringrazia AM per gli spunti

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USA – auto. Coronavirus colpisce un settore già in sofferenza…

Continuiamo a parlare di auto e USA

Honda chiuderà temporaneamente una dozzina di fabbriche in US Canada e Messico, continuando a pagare i 27600 dipendenti. Anche GM, Ford e FCA avevano annunciato in precedenza lo stesso, circa 150000 dipendenti.

Negli USA il settore auto in precedenza “minacciato” dalla una crisi esistenziale legata alla sua prossima evoluzione verso l’auto elettrica o quella a guida autonoma. Ma anche il consumatore era in crisi.

Chi comprava l’auto, i consumatori, e in generale gli altri stakeholder come venditori e finanziatori avevano un approccio molto simile a quello con le case durante la crisi dei subprime: accumulando debito in alcuni casi in misura tale da superare spesso il valore dell’auto. Se i mutuatari sono inadempienti, i finanziatori generalmente rientrano in possesso delle auto e cercano di rivenderle, tuttavia, spesso, non è sufficiente a coprire il saldo non pagato del debitore.

È vero che negli Stati Uniti questo trend è andato avanti per decenni: prendendo in prestito per comprare auto, ma il debito automobilistico si è gonfiato dalla crisi subprime. I consumatori statunitensi alla fine di giugno detenevano un record di 1,3 trilioni di dollari di debito legato alle loro automobili secondo i dati della Federal Reserve di New York, in aumento da circa $ 740 miliardi di decennio prima. Due delle tre grandi case automobilistiche statunitensi hanno ricevuto salvataggi governativi e hanno ristrutturato il loro debito, l’industria in sostanza ha usato i bassi tassi per sopravvivere.

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Una questione di capacità: posti letto, infermieri e medici

Le seguenti informazioni sono recuperate dal Rapporto OASI 2019 Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano a cura di CERGAS – Bocconi.

Il Paese che in assoluto registra il più basso livello di dotazione infrastrutturale è l’India, dove in media è disponibile meno di un posto letto per servizi ospedalieri ogni 1.000 abitanti (0,5). Tra i rimanenti paesi BRIC, il Brasile si avvicina al livello minimo dei Paesi OECD, con una media di 2,3 PL ogni 1.000 abitanti (ultimo dato relativo al 2012) e la Cina raggiunge i 4,3 PL ogni 1.000 abitanti. Osservando la ripartizione dei posti letto ospedalieri tra acuti e long-term care, si nota un’ampia disomogeneità, con livelli di PL per lungo degenza (esclusa la riabilitazione) che variano da 1,96 PL ogni 1.000 abitanti in Repubblica Ceca e 1,22 in Ungheria fino a valori prossimi allo zero in Polonia e Danimarca. In Italia in media si registrano 0,14 PL per cure di lungo degenza (esclusa la riabilitazione) ogni 1.000 abitanti, in lieve ma costante calo a partire dal 2010.

Anche il personale infermieristico svolge un ruolo primario nell’assicurare l’assistenza sanitaria. L’indicatore «nurse density» include il numero (per 1.000 abitanti) di infermieri certificati o registrati che praticano la professione nell’ambito dei servizi sanitari pubblici. Nell’ultimo anno a disposizione, la Norvegia conta la più alta densità di infermieri per popolazione residente, 17,5 ogni 1.000 abitanti; seguono Svizzera (17,0) e Finlandia (14,3). La Grecia, la Polonia e la Spagna registrano il numero più basso di infermieri (rispettivamente 3,3, 5,2 e 5,5 ogni 1.000 abitanti) tra i Paesi europei. L’Italia si colloca appena sopra, con un numero di infermieri pari a 5,6 per 1.000 abitanti

Infine condividiamo l’età dei medici…