L’estrazione e la raffinazione dei metalli rari (quelli fortemente utilizzati nella quarta rivoluzione industriale) richiedono processi molto inquinanti ed il loro riciclaggio è deludente. Sono necessarie 8,5 tonnellate di roccia per produrre un chilo di vanadio, sedici tonnellate per un chilo di cerio, cinquanta tonnellate per il gallio e duecento tonnellate per il lutezio. Un costo ambientale e umano immenso. Inoltre si pone un problema di carattere geopolitico.
Nel libro di Pitron emerge che la Cina è il primo produttore di 28 risorse minerarie con una percentuale superiore al 50%. Deng Xiaoping avrebbe affermato: “Il Medio Oriente ha il petrolio. La Cina le terre rare”.
La leadership cinese, però, ha un prezzo ambientale enorme: primo paese al mondo per emissioni di gas serra, il 10% delle terre coltivabili contaminate da metalli pesanti, l’80% dei pozzi sotterranei non adatti al consumo. Il mondo digitale sfrutta grandi quantità annue di metalli: 320 tonnellate di oro, 7500 di argento, il 22 % di mercurio. La produzione di computer e telefoni cellulari assorbe il 19% del palladio, il 23% di quella del cobalto.
Dal 2016 seguito di una ricerca di Amnesty International.
Diverse aziende leader, tra cui Apple, BMW, Daimler, Renault, e il produttore
di batterie Samsung SDI, hanno pubblicato dati sulla loro supply chain.
Lo scorso gennaio Reuters ha
annunciato un progetto pilota lanciato da un consorzio formato da Ford, IBM, LG
Chem, la cinese Huayou Cobalt, per usare la tecnologia blockchain e monitorare le forniture di cobalto dalla Repubblica
Democratica del Congo.
Anche la Tesla nel
suo Impact Report pubblicato di recente, alle pagine 32-34, fa riferimento
al problema Congo, ma rassicura gli investitori che il suo processo è più
sostenibile perché c’è poco cobalto nelle batterie per il tipo di tecnologia
usata e comunque ne usa meno di tutti i competitors. La Tesla in generale sta
puntando molto al vantaggio competitivo basato sulla batteria, qualche mese fa ha
concluso un accordo da 218 milioni di dollari per
rilevare la Maxwell Technologies, società con sede in California che sviluppa
batterie elettriche e che vanta tra i suoi clienti Lamborghini e General
Motors.
Se fossimo stati nel 1890 alla guida di una bicicletta o di
un’auto, probabilmente la materia prima con cui gli pneumatici erano prodotti
sarebbero potuti provenire dal Congo. Il primo pneumatico moderno fu brevettato
nel 1888 da John Boyd
Dunlop e contribuì alla forte crescita della domanda globale di
gomma.
In Congo la
gomma cresceva nella giungla e da quanto leggiamo in questo articolo di Maya
R. Jasanoff, docente di storia ad Harvard, per
estrarla era necessario andare nella foresta pluviale, con i piedi che
sprofondavano nel fango e nell’acqua stagnante, sperando di non calpestare un
serpente o incorrere in un leopardo. Quindi scegliere una pianta di gomma nel
groviglio vegetale, poi scuoterne il gambo fino a un punto abbastanza morbido
da poterlo affettare per liberarne la linfa. Si doveva aspettare che il liquido
gocciolasse nella pentola, poi aspettare che si addensasse per poi trasformarsi
in lattice (qui un video
per chi è curioso).
A distanza di più di un secolo, ancora una volta la
storia dell’auto incrocia quella del Congo, ne ha parlato ultimamente Ed
Croocks Energy Editor del Financial Times. Questa volta
non sono le ruote, ma le batterie delle auto elettriche il problema.
Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International, ha detto di recente al Nordic Electric Vehicle (EV) Summit ad Oslo, che il cambiamento
climatico non dovrebbe essere affrontato a spese dei diritti umani: <<senza cambiamenti radicali, le batterie che
alimentano i veicoli verdi continueranno a essere macchiate dai diritti umani e
abusi >>, ha (come riportato da Reuters).
Più della metà del cobalto del mondo proviene dal sud
della Repubblica Democratica del Congo, in gran parte da miniere artigianali
che producono il 20% della produzione del paese.
Minatori artigiani di sette anni sono stati osservati in
nove siti visitati, tra cui miniere scavate a mano con strumenti a dir poco rudimentali,
alcuni pagati con meno di $ 1 al giorno, come indicato in questo articolo del Weforum.
Nel 1890, l’anno in cui Joseph Conrad viaggiò in Congo,
lo stato esportò circa 130 tonnellate di gomma. Sei anni dopo arrivò ad
esportarne dieci volte tanto divenendo così il più grande produttore di gomma di
tutta l’Africa. Nel suo Cuore di tenebra,
Conrad raccontava del commercio dell’avorio, il suo lavoro fu fondamentale nel
portare alla luce le atrocità subite dai lavoratori indigeni del Congo. Ben
presto i profitti delle vendite della gomma dell’epoca superarono quelle dell’avorio
alla borsa di Anversa.
Da allora le cose non sembrano tanto cambiate. Bisogna fare
di più. Molto di più.
ecco le ultime dal fronte. Cominciamo
dagli elettroni…
La Tesla ha concluso un
accordo da 218 milioni di dollari per rilevare la Maxwell Technologies. Società con sede in California che sviluppa
batterie elettriche e che vanta tra i suoi clienti Lamborghini e General
Motors.
L’acquisizione della Maxwell rientra
nella strategia di potenziamento del segmento battery, sul quale la Tesla sta puntando molto. L’obiettivo è cercare
un vantaggio competitivo sulle prestazioni e spiazzare gli altri produttori di
auto elettriche. Ma non solo prestazioni, l’abbattimento dei costi è una
sorgente di vantaggio competitivo.
Maxwell ha un processo brevettato per la fabbricazione di
elettrodi utilizzati nelle batterie al litio. Produce elettrodi senza l’uso di
solventi (tecnologia a elettrodi a batteria secca). È proprio questo processo a
quanto pare, a dare slancio alle prestazioni e abbattere i costi.
Il costante miglioramento
della produzione delle batterie è diventato un fattore chiave per Tesla per competerete
con gli altri newcomers nel business
delle auto elettriche. Musk aveva di recente affermato di essere super
competitivo sui costi per quanto riguarda la produzione di batterie. Durante
l’ultima trimestrale della compagnia, agli investitori ha presentato i forti sforzi volti all’abbattimento del costo, puntando
sulla logistica e standardizzazione.
Restiamo sul fronte elettroni
ma andiamo più a monte. Parliamo di materie prime. Cobalto.
Il metallo ha raggiunto il
valore più basso degli ultimi in due anni dopo un’impennata della fornitura da
parte della Repubblica Democratica del Congo. Un po’ di respiro per le case
automobilistiche che stanno puntando al mercato elettrico.
Come riportato dal Financial Times, il prezzo del metallo chiave della batteria elettrica è sceso di oltre il 40% da metà novembre grafico qui sotto.
Dopo i timori sulla sicurezza
delle forniture del metallo le grandi case automobilistiche sono sollevati. Anche
se ricordiamolo, quasi due terzi dei quali provengono dal Congo, uno dei paesi
più poveri del mondo. La produzione è cresciuta del 44% lo scorso anno a circa
106 mila tonnellate, secondo la Federazione delle imprese congolesi.
Passiamo adesso alle molecole. Di olio
Gli Stati Uniti sono diventati il più grande esportatore di petrolio nel Regno Unito per la prima volta dopo il picco del 1957. Fu l’allora presidente Eisenhower ad autorizzare 300.000 barili di esportazioni necessarie dopo la chiusura del Canale di Suez. A quanto pare in cambio in parte dell’impegno di Regno Unito e Francia al ritiro delle truppe secondo un recente articolo del Financial Times.
Quasi un barile su quattro del petrolio raffinato in Gran Bretagna a gennaio veniva dagli Stati Uniti. Questo dimostra il ruolo sempre maggiore che il petrolio americano ha ora nel mix energetico della Gran Bretagna.
ExxonMobil e Valero sono state le due società impegnate in queste esportazioni, proprietarie di due delle sei raffinerie di petrolio ancora operative nel Regno Unito. Lo stabilimento di Exxon a Fawley, la più grande raffineria di petrolio del Regno Unito, ha ricevuto a gennaio più di 4,3 milioni di barili a quanto pare provenienti dall’olio prodotto dallo shale texano.
Nel 2018 la stessa Exxon aveva dichiarato una possibile spesa di 500 milioni di sterline per l’impianto da 270.000 barili al giorno al fine di estenderne la vita utile.
Chiudiamo con il gas
ExxonMobil e Qatar Petroleum hanno dato il via libera a un progetto da 10 miliardi di dollari per esportare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Si apre una nuova rotta per risorse sbloccate dalla dallo shale, pronte a raggiungere sempre più i mercati mondiali.
Il progetto Golden Pass LNG in Texas, costruito
originariamente come impianto di importazione di gas, è destinato a entrare in
servizio nel 2024, esporterà 16 milioni di tonnellate di LNG all’anno.
È detenuta al 70 percento da Qatar Petroleum e al 30 percento da Exxon, estendendo una partnership di lunga data tra le due società.
Energy dominance americana? Qualcuno storce il naso. Ma i fatti ad oggi sembrano dire di così