Così come le banche centrali attraverso i tassi regolano il denaro in circolazione, analogamente una sorta di banca centrale petrolifera era in piedi. Aveva lo scopo di ridurre la volatilità garantendo la giusta stabilità per gli investimenti e i consumatori. I garanti di questa stabilità erano tre attori principali: Arabia Saudita e Russia da un lato e USA (produttori shale) dall’altro. In realtà per i produttori shale forse sarebbe corretto parlare del ruolo “giocato” soprattutto dalla Federal Reserve. Come noto lo shale boom è avvenuto sostanzialmente anche grazie al debito e ai tassi bassi dopo la crisi del 2008 (ne ho parlato qui suStart Magazine). L’indebitamento ha coperto le piccole compagnie petrolifere il vero motore del boom, quando i flussi di cassa non erano sufficienti.
Ecco come ha funzionato il meccanismo
novembre 2016, Opec+ annuncia il taglio di 1,8 milioni di barili al giorno (non avveniva dal 2008). A dicembre la Federal Reserve segue alzando i tassi da 0,5 a 0,75%. A marzo 2017 passa da 0,75 a 1%;
maggio 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino al 2018. A giugno la Fed alza i tassi a quota 1.25%;
novembre 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino a giugno 2018 (poi se ne riparla). A dicembre La Fed alza i tassi da 1,25 a 1,5%
Siamo arrivati al 2018. Questo è l’anno della tradewar, il sincronismo Federal Reserve / Opec+ cambia. I precedenti anni sono serviti a “settare il meccanismo”.
qualche giorno fa un tweet del Presidente Trump ha dato uno scossone al prezzo del barile. Il testo contenuto nel brevissimo messaggio diceva in sostanza che i prezzi “stanno diventando troppo alti, che l’OPEC dovrebbe “rilassarsi e prendersela comoda” e che il mondo non può sopportare un aumento dei prezzi, è fragile”
Dopo il tweet il Brent è sceso del 3,1% a 65,02 dollarial barile, mentre West Texas Intermediate del 3,2% a 55,41 dollari. Sembra che i traders avrebbero ipotizzato che i principali produttori, Arabia Saudita in primis, avrebbero seguito il messaggio con un aumento della produzione. Hanno preferito vendere prima. Non si sa mai.
Ma perché il Presidente stressa tanto questo punto?
Per la benzina americana il prezzo del petrolio copre il 53% del totale e il 40% se parliamo di diesel (dati di gennaio secondo la EIA Energy Information Administration). Se diamo uno sguardo ai prezzi della benzina americana notiamo che dopo il picco di ottobre, inizia una fase in discesa (vedi grafico sotto) riducendosi di quasi il 15% negli ultimi 4 mesi. All’epoca non pochi analisti correlarono il focus del presidente a tenere bassi i prezzi della benzina alle imminenti elezioni di mid term. Si tratta di un aspetto pratico se consideriamo quello che i media hanno indicato come l’elettore tipo del presidente, battezzato come forgotten man. Per il forgotten man vedersi ridurre del 15% il prezzo della benzina è una manna dal cielo. Facciamo due conti: un americano che fa 15.000 miglia all’anno utilizzando una berlina da 35 miglia a gallone (un gallone sono 3.8 litri), consuma circa 429 galloni di benzina. All’anno il risparmio è di circa 250 dollari. Non è poco.
Mercato auto
Altro punto critico da considerare e da collegare al prezzo della benzina è il mercato delle auto. State per comprarvi un’auto grazie ad un prestito, il prezzo della benzina è alto, ogni giorno notizie sulla diffusione dell’auto elettrica e di Elon Musk: la comprate ugualmente o rimandate? State pagando le rate della vostra auto e avete qualche difficoltà nei pagamenti, il prezzo della benzina è schizzato. Consigliereste al vostro amico di fare lo stesso o di pensarci meglio? Il grafico sotto mostra il crollo delle vendite auto negli USA durante la crisi di dieci anni fa.
L’aspetto dei prestiti per l’acquisto auto è un fattore importante. Secondo questa nota della Federal Reserve di New York, il trend dei prestiti erogati è in aumento, buon segno, le auto si vendono, ma i prestiti sono associati sempre più a famiglie con livelli di credit score bassi (maggiori rischi).
Il Financial Times recentemente riportava che Il numero di debitoriindietro nei pagamenti nei prestiti auto è salito al massimo del 2018. Più di 7 milioni di americani sono in ritardo di 90 giorni con i pagamenti e ritenuti “seriamente insolventi”. Oltre 1 milione in più rispetto al picco precedente del 2010.
Nel settore credito, l’erogazione prestiti per comprare un’auto è sempre più importante. Ce ne parla anche il Wall Street Journal: gli americani chiedono sempre più prestiti per le auto e meno per case.
Nello scenario qui presentato, riusciamo a contestualizzare maggiormente il messaggio del Presidente. È chiaro che sta cercando di non far raffreddare la macchina dell’economia. In questa stessa ottica va analizzata la decisione della Federal Reserve di allentare la presa sul rialzo dei tassi.
Un colpo alla botte e uno al cerchio
Se da un lato il Presidente manda messaggi all’OPEC chesi sa, vede nell’Arabia Saudita il membro più proattivo, dall’altro la possibilità di vendita tecnologia nucleare ai sauditi sembra quasi un tentativo di bilanciamento.
Da quanto emerge da un recente articolo del Wall Street Journal, un’indagine dei Democratici del Congresso ha rivelato, alcuni funzionari della Casa Bianca stiano spingendo per un piano volto allo sviluppo di un programma di energia nucleare per l’Arabia Saudita per la generazione elettrica. Khalid al Falih, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, prevede di avere due reattori in linea nel prossimo decennio, fino a 16 in servizio nei prossimi 25 anni.
Negli anni ‘50 furono gli Stati Uniti ad avviare il programma nucleare iraniano. Fornirono allo Shah Reza Pahlavi il primo reattoredi ricerca del paese e l’uranio arricchito per alimentarlo. L’intenzione era sempre quella di sostenere un programma civile piuttosto che militare. Poi le cose sono andate diversamente.
Nel 2017, il regno saudita ha inviato una richiesta di informazioni sui reattori nucleari di uso civile. Potrebbe trattarsi di un primo passo verso una gara ufficiale.
Questo articolo di Reuters parla di in trattative con aziende filo governative attive nel nucleare provenienti da Russia, Cina, Francia e Corea del Sud. Anche l’americana Westinghouse è coinvolta: ultimamente non se la passa benissimo.
Gli americani ci pensano, e fanno benissimo.
Intanto il principe Mohamed bin Salman è volato a fine febbraio in Cina in visita ufficiale.
riportiamo questa notizia pubblicata ieri sulFinancial Times.
Parliamo dell’ambizioso piano industriale dell’Arabia Sauditada427 miliardidi dollari. Si tratta di un piano decennale. Il regno saudita cerca di riprendersi dopo il casoKhashoggi. Cerca didimostrare chele cose vanno avanti. Nonostante tutto. Sempre sotto la guida del principe Mohammed binSalman.
Ieri, in una cerimoniadi lancio,funzionari governativi hanno annunciato 66 accordidal valore dicirca50miliardidi dollari. Tra i tanti accordi quella con ilgruppo francese aerospaziale e di difesaThales,eun impianto petrolchimico con Pan-Asia,azienda chimica cinese. Altri dettagli non sono ancora disponibili dai media internazionali.
Una diversificazione dal settore petroliferochecopre circa l’87% delle entrate statali e circa il 40% del PIL.
Con una popolazione di poco inferiore ai 30 milioni e la presenza di circa 6 milioni di espatriati che contribuiscono fortemente all’economia, il Regno fatica a ridurre una disoccupazione che nella fascia tra i 15-24 anni raggiunge il 30%, salendo al 58% per le donne (dati 2016).
Da qui muove la necessità al cambiamento e la spinta innovatrice è guidata dal principe ereditario Mohammed BinSalmanche punta alla liberalizzazione dei settori dell’educazione, del turismo e della salute. La sua Vision al 2030, tuttavia, si scontra con la realtà delle cose e le riforme, quanto più dolorose sono, tanto più necessitano di un forte mandato. Ma l’apparato statale del Regno è ancora giovane e poco robusto, in termini di legittimazione, per portare avanti un processo di riforma così importante: le prime elezioni comunali (a suffragio maschile) si sono tenute “solo” nel 2005.E non stiamo considerando l’incidenteKhashoggi.
In Arabia Saudita, ancora di più che in altri paesi politica, economia, prezzo del barile e geopolitica, sono inevitabilmente legati.
Nel 2016 lo stato arabo ha avuto un deficit di circa 90 miliardi di dollari finanziato con emissione di bond e grazie alle riserve monetarie. Le riforme del regime fiscale sono parte della soluzione ma questo resta per ora un punto delicato. Come la storia insegna, il passaggio da suddito a cittadino non è affatto indolore. Tutti conosciamo il principio del “NoTaxationwithoutRepresentation“.Proprio ad inizio 2018 il Regno (e gli Emirati) introducono per la prima volta l’IVA del 5%. In sole dieci orel’hashtag“Salarynotenoughto coverourneeds”(il salario non permette di coprire le nostre necessità) è diventato un trend sui social media. Un segnale da non sottovalutare.Per chi vuoleapprondiretrova un’analisi di qualche mese fa ma ancora validaqui.
Concludiamocon alcuni spunti di riflessione suquestiaspetti.
Facciamo riferimento ad un interessantearticolo comparso sulWashinghtonPost nel 2017dal titolo:Whereare coupsmostlikelytooccurin 2017?Anticipare quando un colpo di stato avviene è difficile ma questo articolo ci parla di untoolche considerando alcuni elementi riesce adefinire in un certo sensoil livello di rischio. Tra i fattori ad esempio il modello tieneconto daquanto tempo il leader attualeè al potere, seè stato/ascelto democraticamenteeil tipo digoverno in atto.Poi siconsidera anche il PIL,lacrescita economica,la popolazione, la mortalità infantile. Anche dati che riguardano ladiffusione delle tecnologie dicomunicazionecome: l’accesso a Internet,la proprietà del cellularee via dicendo.
Comunque non c’è da preoccuparsi.I modelli di previsionedi cui ci parla il Washington Post si basano molto sudati con riferimento ad un periodo durante il quale si registravano di 5-10 tentativi di golpe all’anno. Mentre dal 2001 le cose sembrano essere un po’ migliorate, siamo tra i 2-4 all’anno. Almeno fino al 2017...
Per chi non lo ancora visitato. A Milano al museo del Novecento, tra le tantebellissimeopere d’arte,trovateanchequesto diPellizzada Volpedo.