Food Security – l’altra faccia della pandemia

Nei paesi equatoriali sono già iniziate le piogge. Ci sono buone speranze per una buona stagione. Ovviamente sarà possibile se i semi arriveranno in tempo.

In una nota del 24 Aprile la FAO ci dice che la pandemia ha innescato restrizioni nei movimenti in tutto il mondo. Nel Sudan del Sud ad esempio ha dovuto trovare nuovi canali per ottenere i semi necessari agli agricoltori in tempo per la prossima stagione di semina. Senza questi semi, le famiglie di agricoltori potrebbero affrontare una crisi alimentare all’interno della crisi sanitaria globale.

Anche l’indebolimento delle valute dei mercati emergenti aumentando il costo delle importazioni per i paesi che dipendono dagli acquisti di prodotti alimentari all’estero crea una pressione in questi paesi più vulnerabili. Inoltre le svalutazioni delle valute dei mercati emergenti inducono ad un aumento del costo del debito per prestiti in dollari, erodendo così la capacità dei paesi di finanziare le importazioni. Gli ultimi numeri della FAO, rivedendo uno studio del 2019 indicano che le vite di 265 milioni di persone nei paesi a basso e medio reddito saranno gravemente minacciati a meno che non vengano intraprese azioni rapide per affrontare la pandemia.

Un recente articolo del Financial Times riporta che durante l’ultimo incontro virtuale tra i ministri dell’agricoltura del G20 delle principali economie sviluppate e in via di sviluppo hanno constatato che secondo gli esperti, la fame e il malcontento potrebbero guidare una nuova ondata di migrazione di massa verso i paesi più ricchi.

Il vicedirettore generale della FAO ha dichiarato: “Due mesi fa nessuno parlava davvero di cibo sicurezza, ma ora è ciò di cui tutti parlano”. E Il capo economista del World Food Program, ha affermato che se le persone non potessero avere accesso al cibo, lo farebbe potrebbe innescare un movimento di massa di rifugiati del tipo che si è verificato in Europa nel 2005 Il 2016.

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Somaliland: una storia da seguire

da Startmag:

Il Somaliland ha una rappresentanza diplomatica in dozzine di paesi in tutto il mondo, incluso il Regno Unito. L’impegno internazionale tra Gran Bretagna e Somaliland è frequente. Come infatti riportato dal Financial Times il dipartimento di sviluppo internazionale del Regno Unito ha speso 25 milioni di sterline tra 2012 e 2018 in un fondo di sviluppo nazionale per migliorare la governance, la responsabilità e la fornitura di servizi pubblici. Tuttavia anche il Regno Unito, come il resto del mondo, non riconosce il Somaliland ufficialmente. Se quest’ultimo non sarà riconosciuto dalla Somalia non potrà ottenere l’indipendenza. Infatti se consideriamo i paesi che hanno raggiunto l’indipendenza, come il Sud Sudan, l’Eritrea e Timor Est, questi hanno sempre ottenuto in precedenza la green light dallo stato a cui appartenevano.

Che il Corno d’Africa sia uno snodo strategico lo si capisce immediatamente quando si guardando lo stretto di Bab el Mandeb, una delle rotte marittime più trafficate, la quarta rotta al mondo per lapproviggionamento energetico. In questa regione l’Etiopia cresce forte, il PIL è aumentato di dieci volte negli ultimi 15 anni a oltre $ 80 miliardi.

Ma l’Etiopia è landlocked (senza sbocco sul mare), dipende da un unico porto in Gibuti. Troppo poco per un paese in espansione, serve ridurre questa dipendenza e perciò Addis Abeba ha deciso di partecipare ai lavori di espansione del porto di Berbera (Somaliland) insieme a DP World e allo stesso governo del Somaliland ovviamente.

Africa e sicurezza: più truppe nel Sahel…

Il Financial Times riporta che la Francia e cinque stati africani hanno annunciato un piano per rilanciare la loro azione militare contro gli islamisti nel Sahel, con il presidente Macron che ha inviato 220 soldati in più per sostenere l’operazione Barkhane in Francia con 4.500 soldati.

Dal sito dell’ Africa Center for Strategic Studies leggiamo che gruppi islamici militanti in Africa hanno partecipato a 3.050 eventi violenti nel 2018, un livello record di attività. Tuttavia, questa cifra è solo leggermente superiore a quella osservata nel 2017 (2.927 eventi), un quasi plateau di quella che era stata una tendenza costantemente al rialzo.

Nel complesso, l’attività dei gruppi islamisti militanti in Africa è raddoppiata dal 2012 (1.402 eventi all’epoca). Negli ultimi 10 anni, c’è stato un aumento di dieci volte da 288 nel 2009 a 3.050 nel 2018.
Quattro i teatri di maggiore attività: Somalia, Bacino del Ciad, il Sahel (Mali centrale e zone di confine) ed Egitto. All’interno di ciascuno di questi teatri, tuttavia, le attività si concentrano su un area più dispersa negli ultimi anni.

Globalizzazione, lavoro e paesi emergenti. Fermi tutti! Ci eravamo sbagliati

Cari lettori di ne-ON e-non,

qui un pezzo dell’analisi pubblicata su Econopoly qui.

In passato l’export caratterizzato da alta intensità di manodopera, è stato essenzialmente la principale spinta per la crescita dei paesi emergenti. Tuttavia le opportunità si vanno riducendo sempre più man mano che le tecnologie di automazione erodono il vantaggio competitivo basato sui bassi salari.

Il lavoro a bassa specializzazione (low skilled labor) sta diventando meno importante come fattore di produzione. Contrariamente alla percezione comune, solo circa il 18% del commercio globale è ad oggi determinato dal differenziale del costo del lavoro.

Nell’ultimo decennio, la quota di scambi determinata dal differenziale dal costo del lavoro è diminuita in molte filiere.

Il grafico sotto è molto chiaro: vediamo la percentuale della produzione globale nel 2005 in grigio e nel 2017 in azzurro. Per i prodotti –labor intensive– si passa dal 55 al 43 percento. Una perdita di 12 punti percentuali: un punto percentuale perso ogni anno e cioè una riduzione del 20% in poco più di dieci anni.

Altro grafico interessante da osservare (sotto), ci mostra una riduzione della trade intensity a partire dal 2007 per molte delle industrie considerate. Ma in particolare notiamo soprattutto per l’ultima riga “textile and apparel” che rappresenta il segmento tra i più labor intensive. La trade intensity è il rapporto tra quanto si esporta rispetto a quanto viene prodotto. Le industrie che ricadono nella categoria “labor intensive” sono quelle che impiegano più dei 2/3 dei loro costi in forza lavoro, di cui la maggior parte si tratta di lavoratori low skilled.

Si tratta di prodotti come abbigliamento, giocattoli, scarpe che nella maggior parte dei casi, avendo dei pesi ridotti sono facilmente commerciabili. Sebbene questo segmento rappresenti nell’immaginario comune il sinonimo di globalizzazione, questi prodotti rappresentano solo il 3% (5 trilioni di dollari) del valore della filiera globale (global value chain stimata pari a 160 trilioni di dollari) che impiegano circa il 3% della forza lavoro (circa 100 milioni di persone). Nei paesi emergenti focalizzati su questo tipo di prodotto finale, il 28% della produzione viene esportato rappresentandone il 62% degli scambi totali.

Molte multinazionali stanno considerando di investire in nuova capacità produttiva in prossimità dei consumatori finali. Questo per rafforzare il coordinamento della loro filiera, puntando alla riduzione dei tempi di spedizione. L’automazione sta giocando un ruolo in primo piano per l’equilibrio del capitale e lavoro.

Un recente articolo del Financial Times riporta alcuni esempi come quello di Lincoln Electric, un produttore di saldatrici con sede in Ohio ed operazioni in Cina il quale ha deciso di espandersi in casa grazie all’automazione. Anche la Adidas ha avviato un redesign delle sue scarpe per renderne la produzione meno laboriosa. Ha inoltre aperto delle cosidette “Speedfactories” ad alto tasso tecnologico con stampa 3D, bracci robotici, e maglieria computerizzata negli Stati Uniti e in Germania. Prima la produzione di calzature era in gran parte offshored a produttori con bassi salari come Cina, Indonesia e Vietnam.



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