Pesce insanguinato, combattuto a colpi di Blockchain e satelliti

Cari lettori di neON e-non, qui un pezzo dell’analisi pubblicata sul blog Econopoly IlSole24Ore.

Ogni giorno acquistiamo prodotti che hanno un impatto sul nostro pianeta. Catene di approvvigionamento opache, ambienti devastanti che compromettono il benessere di persone, animali e comunità. Raramente disponiamo delle informazioni necessarie per fare scelte positive su cosa acquistare.

A quanto pare è Il pesce il settore alimentare ad essere più vulnerabile alle contraffazioni su larga scala. In una delle ultime note del 2018 l’agenzia Europol mostra i dettagli dell’operazione Tarantelo. Un’operazione coordinata dalla Guardia Civil sul pesce venduto illegalmente in Spagna. Pesce che veniva importato attraverso i porti francesi, dopo essere stato catturato nelle acque italiane e maltesi.

Leggiamo nella nota che le frodi più diffuse riguardano la sostituzione o errata etichettatura. Ad esempio merci etichettate come legali quando in realtà non lo sono oppure pesce di allevamento venduto come pescato.

Circa il 20% dei test fatti sulla vendita al dettaglio e ristorazione riguardo ai frutti di mare sono erroneamente etichettati. Un pericolo per la salute pubblica. Nel giugno 2018 fu smantellata un’organizzazione internazionale che gestiva più di 2.000 tonnellate di tonno all’anno. Si trattava di pesce non congelato adeguatamente, trattato con coloranti e venduto come fresco.

Oltre al commercio di merce “non in regola”, le organizzazioni criminali riescono soprattutto a riciclare denaro. Insomma ci guadagnano due volte lungo la filiera, a monte e a valle.

Supply Chain – La Filiera

Il crimine è coinvolto in tutta la filiera su scala internazionale. Dalla pesca a strascico fino al controllo in alcuni casi, dei mercati e dei punti finali di vendita. Magari anche il vostro ristorante di fiducia.

Su scala globale sta emergendo una nuova pratica terrificante: uomini trattenuti su barche, contro la loro volontà, per lavorare circa 20 ore al giorno. Qualcuno purtroppo non torna a terra.

Nel 2015 il Regno Unito ha approvato (il primo) Modern Slavery Act. Richiede alle aziende che fanno affari nel Regno Unito con oltre 36 milioni di sterline in fatturato, di riportare pubblicamente i loro sforzi volti a garantire che le loro filiere siano libere da abusi e, in generale, da casi di lavoro forzato. Anche il governo australiano si sta muovendo in tal senso.

La tecnologia può aiutare molto, anche con le immagini satellitari: ne ho parlato qui su Econopoly. Ma soprattutto sul discorso filiera abbiamo la blockchain che potrebbe fare la differenza: ad esempio la startup Provenance (in italiano vuol dire Provenienza) con sede a Londra, è nata pochi anni fa proprio per occuparsi della filiera di produzione del tonno in Indonesia. È una piattaforma digitale che consente ai marchi di compiere passi verso una maggiore trasparenza. Secondo quanto riportato sul loro sito, il loro software permetterebbe alle aziende di raccogliere e presentare informazioni e storie sui prodotti e le loro catene di approvvigionamento. Ovviamente tutto supportato da dati. Collegando le informazioni ai prodotti in negozio, al pacco e al mercato online potrete scoprirne l’origine.

Concludendo

Migliorare il livello di informazione può consentire una scelta più consapevole.

Fornire cibo e mezzi di sussistenza ad una popolazione di ben oltre 9 miliardi non è semplice. La produzione di pesce nel 2016 ha raggiunto il massimo storico di 171 milioni di tonnellate, di cui l’88% utilizzato per il consumo umano. Un record nel consumo pro capite di 20,3 kg nel 2016.

Una grande sfida, senza alcun dubbio. Ma questo non vuol dire che non possiamo farlo in maniera più equa e responsabile.

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Il valore di tutto. Spunti dal libro di M. Mazzucato

Era il 1925 quando Churchill, diceva: “preferirei vedere la finanza meno fiera e l’industria più contenta”. A quei tempi la finanza era in termini di peso circa il 6.4% dell’economia.

Dopo la seconda guerra mondiale resta più o meno uguale la situazione per circa 30 anni. Poi le cose iniziano a cambiare, gli utili delle società finanziarie raddoppiano portandosi da un 10-15% ad un 20-30%. Dopo la seconda guerra mondiale, la gente inizia a vivere più a lungo, l’aspettativa di vita gradualmente aumenta. Anche l’occupazione. Emerge la necessità di investire i proventi degli accantonamenti per la pensione.  Investimenti che siano ragionevolmente liquidi e a lungo termine, in grado di fronteggiare gli effetti indesiderati dell’inflazione. Il sistema venne poi deregolamentato negli anni settanta, i fondi pensione crebbero molto dando vita a immensi patrimoni. Nacque una nuova figura il Money Manager.

L’economista ci dice che nel 1951 negli USA, i fondi pensione passarono da un “peso” di 3.1 miliardi di dollari a circa 17 trilioni di dollari nel 2015. Allo stesso tempo nel 1963 gli investitori privati detenevano circa il 50% dei titoli azionari e i gruppi assicurativi, fondi pensione e di investimento erano circa il 10%. Dopo circa sessant’ anni, la proprietà individuale delle azioni si è ridotta del 60%. Inoltre solo negli Stati Uniti, il 25% dei fondi controllano il 60% di tutte le azioni detenute da istituzioni finanziare. Il turnover annuale delle azioni americane era del 15% nel 1951; nel 2008 era del 280%, sceso al 250% nel 2011. Se consideriamo anche il tempo medio di possesso degli investimenti azionari, leggiamo che è passato da 4 anni nel 1945 a circa otto mesi nel 2008. Tutto è più veloce, più fluido e dinamico. La visione shortermista ha la meglio. Nel grafico sotto (tratto dal libro) vediamo che questo si traduce anche nella gestione delle imprese. Gli amministratori delegati “durano” meno, si sono portati in media negli ultimi 30 anni da circa dieci anni a poco più di sei. Vediamo anche (scala di destra) il tempo medio di permanenza di un’azienda nell’indice S&P che passa da circa 25 anni a 15. Non è detto che il cambiamento e la velocità siano fattori negativi, assolutamente. Ma la giusta via è nel mezzo.

Altro punto caldo riguarda gli investimenti. Nel libro leggiamo che tra il 2003 e il 2012, 449 aziende della lista S&P spesero 2400 miliardi di dollari nel riacquisto di azioni proprie (buyback), pari a circa il 54% degli utili. A questi da aggiungere i dividendi per circa il 37%, “solo” il 9% veniva reinvestito. Nel grafico qui sotto tratto dal libro, vediamo la percentuale dei flussi di cassa pagati agli azionisti considerando una media di 5 anni e facendo riferimento a società non finanziarie.

Per concludere il quadro leggiamo anche che esiste una certa “reticenza” ad investire legata al differenziale tra i ritorni attesi dai nuovi progetti e i costi del capitale. Nel libro infatti viene citato uno studio della banca d’affari JP Morgan e considerando un costo medio del capitale (WACC) di circa l’8%. Il ritorno atteso per nuovi progetti per le società incluse nell’indice S&P è pari al 18%. Se esiste quindi un differenziale superiore al 10% avviene l’investimento altrimenti no.

In questo ultimo grafico (tratto dal libro) vediamo gli investimenti delle imprese in percentuale del PIL negli Stati Uniti.

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Globalizzazione, lavoro e paesi emergenti. Fermi tutti! Ci eravamo sbagliati

Cari lettori di ne-ON e-non,

qui un pezzo dell’analisi pubblicata su Econopoly qui.

In passato l’export caratterizzato da alta intensità di manodopera, è stato essenzialmente la principale spinta per la crescita dei paesi emergenti. Tuttavia le opportunità si vanno riducendo sempre più man mano che le tecnologie di automazione erodono il vantaggio competitivo basato sui bassi salari.

Il lavoro a bassa specializzazione (low skilled labor) sta diventando meno importante come fattore di produzione. Contrariamente alla percezione comune, solo circa il 18% del commercio globale è ad oggi determinato dal differenziale del costo del lavoro.

Nell’ultimo decennio, la quota di scambi determinata dal differenziale dal costo del lavoro è diminuita in molte filiere.

Il grafico sotto è molto chiaro: vediamo la percentuale della produzione globale nel 2005 in grigio e nel 2017 in azzurro. Per i prodotti –labor intensive– si passa dal 55 al 43 percento. Una perdita di 12 punti percentuali: un punto percentuale perso ogni anno e cioè una riduzione del 20% in poco più di dieci anni.

Altro grafico interessante da osservare (sotto), ci mostra una riduzione della trade intensity a partire dal 2007 per molte delle industrie considerate. Ma in particolare notiamo soprattutto per l’ultima riga “textile and apparel” che rappresenta il segmento tra i più labor intensive. La trade intensity è il rapporto tra quanto si esporta rispetto a quanto viene prodotto. Le industrie che ricadono nella categoria “labor intensive” sono quelle che impiegano più dei 2/3 dei loro costi in forza lavoro, di cui la maggior parte si tratta di lavoratori low skilled.

Si tratta di prodotti come abbigliamento, giocattoli, scarpe che nella maggior parte dei casi, avendo dei pesi ridotti sono facilmente commerciabili. Sebbene questo segmento rappresenti nell’immaginario comune il sinonimo di globalizzazione, questi prodotti rappresentano solo il 3% (5 trilioni di dollari) del valore della filiera globale (global value chain stimata pari a 160 trilioni di dollari) che impiegano circa il 3% della forza lavoro (circa 100 milioni di persone). Nei paesi emergenti focalizzati su questo tipo di prodotto finale, il 28% della produzione viene esportato rappresentandone il 62% degli scambi totali.

Molte multinazionali stanno considerando di investire in nuova capacità produttiva in prossimità dei consumatori finali. Questo per rafforzare il coordinamento della loro filiera, puntando alla riduzione dei tempi di spedizione. L’automazione sta giocando un ruolo in primo piano per l’equilibrio del capitale e lavoro.

Un recente articolo del Financial Times riporta alcuni esempi come quello di Lincoln Electric, un produttore di saldatrici con sede in Ohio ed operazioni in Cina il quale ha deciso di espandersi in casa grazie all’automazione. Anche la Adidas ha avviato un redesign delle sue scarpe per renderne la produzione meno laboriosa. Ha inoltre aperto delle cosidette “Speedfactories” ad alto tasso tecnologico con stampa 3D, bracci robotici, e maglieria computerizzata negli Stati Uniti e in Germania. Prima la produzione di calzature era in gran parte offshored a produttori con bassi salari come Cina, Indonesia e Vietnam.



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Benzina in America: il potenziale impatto sul mercato auto

Caro lettore di neON e-non,

ci ricolleghiamo al precedente post. Qui una parte dell’ analisi completa pubblicata qui su Startmag.

Il prezzo della benzina può avere anche un impatto sulla vendita delle stesse auto. Una nota pubblicata dall’ EIA di qualche mese fa mostrava che in realtà nonostante l’aumento del prezzo, le vendite non erano state (ancora) colpite dal fenomeno. Anche se più o meno tutte le case automobilistiche americane si aspettano un 2019 abbastanza flat nel mercato domestico.

Nel seguente grafico notiamo che la vendita delle macchine di piccola taglia sono in continua diminuzione mentre aumentano i CUV. Il CUV acronimo di crossover utility vehicle, è simile ad un SUV (stessa altezza) ma differisce per le forme della carrozzeria, più simili ad una berlina e station wagon. Si tratta quindi di un segmento intermedio tra la berlina e il SUV vero e proprio.

Occorre inoltre precisare che sebbene i CUV e le berline siano costruite su piattaforme simili, i primi hanno spesso una spesa di carburante maggiore rispetto alle loro equivalenti berline. Questo vale anche quando il confronto tra CUV e berlina viene fatto considerando lo stesso motore e la stessa trasmissione.

La nota della EIA conclude che: <<la variabilità dei costi annuali del carburante non è stata sufficiente a modificare le tendenze di acquisto nello stesso modo in cui i consumatori hanno scambiato SUV a basso consumo di carburante per auto e CUV nel picco della recessione nel 2009>>.

Non si può escludere che l’aumento di prezzo della benzina possa avere un impatto in futuro. Questo per due motivi: il primo legato all’aumento della percentuale delle auto che hanno maggiori consumi (i CUV appunto), quindi più sensibili agli aumenti dei prezzi della benzina. Il secondo motivo riguarda invece il maggiore rischio che il comparto auto sta osservando a seguito dei ritardi nei pagamenti nei prestiti per l’acquisto di una nuova vettura.

Secondo questa nota della Federal Reserve di New York, il trend dei prestiti erogati è in aumento. Le auto si vendono, ma i prestiti sono associati sempre più a famiglie con livelli di credit score bassi, quindi rischi più alti.

Il Financial Times recentemente riportava che il numero di debitori indietro nei pagamenti nei prestiti auto è salito al massimo del 2018. Più di 7 milioni di americani sono in ritardo di 90 giorni con i pagamenti e ritenuti “seriamente insolventi”. Oltre 1 milione in più rispetto al picco precedente del 2010.

Nel settore credito, l’erogazione prestiti per comprare un’auto è sempre più importante. Ne parla anche il Wall Street Journal:  gli americani chiedono sempre più prestiti per le auto e meno per case.

Concludendo: La Federal Reserve

L’innalzamento dei tassi della Federal Reserve ha un impatto ovviamente sul costo del debito e in particolare sui nuovi prestiti. Questo si ricollega anche con quanto detto riguardo ai prestiti auto. Tassi più alti implicano prestiti più costosi, rate più costose. Quindi in uno scenario di tassi in rialzo anche un prezzo della benzina in salita non è favorevole. A risentirne soprattutto le fasce più deboli, quelle in difficoltà e con credit score basso. Quindi la gran parte dell’elettorato del Presidente.

Altro importante aspetto da non trascurare riguarda il debito delle società petrolifere statunitensi. Secondo questa nota della EIA, nel 2018 le società petrolifere americane quotate hanno emesso la più bassa quantità di nuovi finanziamenti dal 2013, recuperando dal mercato14 miliardi di dollari di debito e 2 miliardi di dollari dai mercati azionari.

Nella nota si legge: <<Diversi fattori probabilmente contribuito a ridurre l’attività di finanziamento nel 2018 rispetto agli anni precedenti. Prima il livello relativamente più elevato dei tassi di interesse nel 2018 ha contribuito a un costo più elevato di emissione di debito>>.  Il tasso dei fondi federali statunitensi è stato in media dell’1,8% a 2018, il più alto dal 2008.

Se la Federal Reserve alza i tassi e le compagnie petrolifere americane vanno in sofferenza, avranno meno soldi per finanziare le loro operazioni. Tradotto: meno petrolio americano sul mercato, quindi maggiore volatilità e prezzi più alti.

Il consumatore americano quindi verrebbe colpito due volte, la prima con un aumento dei costi dei prestiti auto, la seconda con un rincaro dei prezzi della benzina.

Molto probabilmente questi sono i motivi per i quali il Presidente pone molta attenzione a cosa fa l’OPEC (prezzo del barile) e la Federal Reserve (tassi di interesse).



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Un gigante di nome Walmart

500 miliardi di dollari di fatturato, quasi 12000 stores, 270 milioni di clienti in 28 paesi. 2.3 milioni di dipendenti anche detti “associates”. Stiamo parlando di Walmart. Per dare un’idea, il PIL dell’Egitto nel 2017 è stato di poco sotto i 250 miliardi di dollari.

La storia

Walmart viene registrata nel Delaware nell’ottobre del 1969. I fondatori iniziarono nel 1945 quando Sam M. Walton aprì un negozio in franchising Ben Franklin in Arkansas. Nel 1946, suo fratello, James L. Walton, aprì un negozio simile nel Missouri. Fino al 1962, l’attività dei fondatori era interamente dedicata alle operazioni di piccoli shopper retail. In quell’anno, la prima Wal-Mart Discount City (un negozio di discount) fu aperta a Rogers, in Arkansas. Nel 1988 il primo supermercato e nel 1989 il primo mercato di quartiere. Nel 1991 il primo passo fuori dagli states: una joint venture in Messico. Oggi il giro d’affari interessa 28 paesi.

2019

In generale, il settore retail statunitese è stato sostenuto l’anno scorso dalla forte economia americana, alta occupazione e aumento dei salari. Anche se gli ultimi dati del governo pubblicati la scorsa settimana hanno mostrato le vendite di dicembre di negozi, ristoranti e online in calo rispetto a novembre: il più grande declino mensile da settembre 2009.

Walmart è il primo importante rivenditore statunitense a presentare i risultati del quarto trimestre. A gennaio, anche Target e Costco Wholesale (altri giganti del retail) hanno dichiarato forti vendite durante le vacanze, le più forti da anni. Ma altri, tra cui Macy’s e Kohl’s, hanno riportato una crescita più lenta. Amazon intanto ha registrato un profitto trimestrale record: le entrate sono aumentate del 20% anche se è in realtà il più piccolo “salto” trimestrale registrato dal 2015.

Walmart ha superato le aspettative degli analisti grazie alle forti vendite di generi alimentari, ordini online e acquisti per le vacanze compresi i giocattoli.

Più della metà delle entrate statunitensi di Walmart proviene da alimenti e altri prodotti di base il cui rivenditore si trova entro 10miglia nel 90% ha riportato la compagnia agli analisti e le vendite di e-commerce sono aumentate del 43% a l’ultimo trimestre e il 40% per l’intero anno fiscale, un settore importante per il futuro della società.

I numeri

Le Net Sales crescono a 495 miliardi di dollari e oltre il 70% sono targate USA.

Ma dobbiamo stare attenti all’ Operating Income che si abbassa negli ultimi 5 anni. Cosa vuol dire? Significa la società fa più fatica a generare revenues. I costi operativi aumentano. Secondo il Wall Street Journal a seguito di una percentuale più elevata delle sue vendite provenienti da ordini di e-commerce a margine inferiore, aumento dei costi di trasporto e investimenti online. Tradotto: Walmart sta investendo e lotta per il lungo periodo.

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Un occhio al mattone targato USA. E non solo

Cari lettori di neON e-non,

settanta anni di costante apprezzamento dei prezzi delle case, uniti ad una crescita ridotti dei salari reali, hanno creato negli Stati Uniti situazioni di disequilibrio. Nel grafico sotto basta confrontare la pendenza delle curva di crescita dei prezzi delle case e quelli dei redditi per capire di cosa stiamo parlando.

Nel 1950, il prezzo medio della casa era 2,2 volte il reddito medio annuo. Circa 70 anni dopo (crisi incorporata), 3,7 volte il reddito medio. In gran parte, questo differenziale di costo è stato assorbito da un maggiore debito privato. Tra il 1949 e il 2018, il debito ipotecario in percentuale del PIL è cresciuto dal 15% all’80%.

Di questo aspetto del debito ce ne parla anche l’economista M. Mazzucato nel suo libro: “Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’ economia globale”. L’economista ci dice infatti che, dopo la Seconda guerra mondiale per mantenere gli standard di vita avuti fino agli anni ottanta, i lavoratori assunsero livelli maggiori di indebitamento. C’è anche da dire che questo nel quadro economico complessivo, ha rappresentato anche uno stimolo alla domanda quindi alle vendite delle imprese.

Il debito delle famiglie è aumentato considerevolmente tra il 1995 al 2005, del 42% negli Stati Uniti e 54% nel Regno Unito. Condividiamo dal libro la seguente:

<<Negli StatiUniti i mutui erano la principale fonte di indebitamento delle famiglie, in parte riflettendo la propensione delle famiglie a estrarre denaro (extract equity) dal crescente valore delle loro case>>.

L’aumento costante dei prezzi delle case creava una sorta di “effetto ricchezza” ipotesi per la quale si ritiene che, se aumentano i prezzi delle case, la gente sarebbe psicologicamente più propensa a spendere! Un’ipotesi avvalorata anche dall’ufficio del bilancio del Congresso americano. Un’ ipotesi che qualcun altro chiama bolla.

Negli Stati Uniti infatti l’aumento dei prezzi delle case sta spingendo sempre più i nuovi acquirenti a chiedere aiuto ai loro genitori per i pagamenti.

Sebbene il ritmo della crescita rallentato, i prezzi comunque continuano ad aumentare anno dopo anno. Anche se i tassi ipotecari più alti stanno redendo il mercato più stringente.

Una situazione difficile per gli acquirenti di prima casa che in molti casi hanno difficoltà a recuperare il contante necessario per gli acconti, tra indebitamento degli studi e altri fattori. La scarsa crescita dei salari e la crescita stessa dei prezzi delle case. Il tasso di proprietà della famiglia tra quelli di età sotto ai 35 anni ha ceduto 8 punti percentuali dal 2004 al 35% nel 2017 secondo Freddie Mac.

Per quanto riguarda l’Italia, paese di risparmiatori, il discorso indebitamento privato rappresenta un rischio minore che negli USA. Qui tuttavia dobbiamo tenere in considerazione dei Mega trend in atto che potrebbero ridurre il valore del patrimonio immobiliare.

Se leggiamo l’ultimo rapporto ISTAT, abbiamodue cose da considerare: calo delle nascite e anche riduzione numero medio dei componenti a famiglia

Questi due trend si traducono in una minore richiesta del numero di alloggi e anche delle dimensioni degli alloggi.

Notiamo il trend di richiesta delle nuove case negli ultimi sette anni. Dopo il minimo raggiunto nel 2016 abbiamo una lieve ripresa. Ma siamo ancora lontani dei livelli raggiunti in precedenza. Possiamo capire che a lungo termine lo scenario non è dei migliori, incrociando i trend demografici e sociali di lungo termine con quelli finanziari (tassi) di breve medio periodo. Sebbene quelli finanziari potrebbero essere ciclici quelli socioeconomici potrebbero non esserlo.

Per approfondire sul tema debito americano e settore immobiliare, l’analisi completa è disponibile qui.

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Latte in Sardegna Un problema di (over) capacity?

Dal rapporto annuale ISTAT vediamo che la Lombardia ed Emilia-Romagna sono ai primi posti per la produzione nazionale del latte di vacca coprendo circa il 60%. Mentre la Toscana e la Sardegna rappresentano circa l’80 % del latte da pecora. la Sardegna da sola, pesa per il 67% della produzione italiana.

La Sardegna nell’ultimo decennio, ha avuto una fortissima crescita nel settore lattiero-caseario, divenendone il leader. Il numero dei produttori sardi è cresciuto da 593 nel 2006 a circa 16 mila nel 2016. Nel grafico sotto notiamo in giallo il numero di produttori nel 2006, in blu il numero di produttori nel 2016.

Ad oggi la Sardegna si colloca tra le regioni con il maggior numero di allevamenti: circa 16 mila strutture nel 2016, il 40 % del totale nazionale. A seguire Lombardia ed Emilia-Romagna nell’ordine del 10% ciascuno.

Il Pecorino Romano rappresenta il principale prodotto finale che si ricava dal latte sardo. Come riportato qui, tra il 2017/2018, la produzione di latte di pecora ha registrato una forte crescita tra il 10-15%. Lo stesso è accaduto per il Pecorino Romano, aumentato del 24%. Il problema è dovuto essenzialmente alla contrazione delle esportazioni del pecorino crollate del -33%, soprattutto quelle nord americane, dove il calo ha raggiunto -44%.

Diamo un occhio ai prezzi.

Dall’ultimo rapporto annuale Assolatte, le vendite complessive di pecorini (romano/sardo/toscano) hanno realizzato un +2,7% in volume nel 2017. Per il Pecorino Romano DOP la crescita è stata a due cifre, superiore al 12%. Ma si è assistito ad un calo i prezzi medi di vendita (-7,4%), scesi a 14,57 euro/kg per il peso fisso e a 12,26 euro/kg per il peso variabile.

Come riportato da Assolatte (pag. 19) il calo del prezzo ha spinto a produrre di più quindi creando un’ulteriore spinta al ribasso del prezzo dei prodotti finiti.

Già a metà luglio 2018 si legge:

<<la compressione del prezzo del latte ha risvegliato alcuni contrasti con il mondo degli allevatori, sopiti negli ultimi anni dall’alta remunerazione ricevuta. Le tensioni, molto più forti in Sardegna – essendo il prezzo della materia prima legato a doppio filo con l’andamento del Pecorino Romano – si sono, poi, stemperate a seguito di contributi erogati dall’Europa e ad un pacchetto di misure a carattere finanziario predisposte dalla Regione per aiutare il settore>>

A quanto pare dalla nota Assolatte si legge anche che Il Consorzio del Pecorino Romano abbia cercato di trovare una soluzione a questo scenario prezzo, proponendo un piano per modulare l’offerta. Il piano avrebbe avuto lo scopo di allineare l’offerta produttiva all’effettiva domanda di mercato. Nella nota si legge anche con riferimento al piano: << tuttavia, necessita ancora di un po’ di tempo per una completa operatività, ma siamo fiduciosi e auspichiamo che nel prossimo anno la programmazione possa portare i frutti attesi>>

Concludendo

A quanto pare esisterebbe un problema di sovraccapacità legata anche ad una congiuntura sfavorevole: ridotto export verso il Nord America.

La similitudine che ci viene in mente riguarda il cartello dell’OPEC e la Russia. In particolare a quanto accaduto col il crollo del prezzo del barile nel 2014. Ma questa è un’altra storia.

Arredamento, design e lifestile. Gli ultimissimi trend

Si chiama Made, è una start-up con sede nel Regno Unito che vende mobili e oggetti di fascia medio-alta per la casa commissionati direttamente dai designer. Circa il 60% delle sue entrate ad oggi è ancora legato al mercato inglese ma nel 2019 prevede di aprire punti in Portogallo, Italia, Danimarca e Svezia. I suoi show-room sono già presenti a Parigi Berlino e Amsterdam.

Il Financial Times riporta per il 2018 un aumento delle vendite 37% a quota 173 milioni di sterline (127 milioni nel 2017, 91 nel 2016).

Made nasce dal desiderio di mobili di buona qualità. Ma soprattutto vuole semplificare le cose, lavorare direttamente con i produttori e sdoganare design & lifestyle di fascia alta a tutti, ovunque e ad un prezzo equo.

Adesso focalizziamoci sul segmento cucine. Ne avevamo parlato qui di altri cambiamenti in atto (più o meno lentamente). Nuovi trend in corso come quelli delle dark kitchen collegati all’homedelivery. Anche questi trend in arrivo dalla City.

Le dark kitchen abbinate all’automazione potrebbero abbattere i costi di preparazione mentre i droni icosti della logistica. Tra qualche anno potrebbe convenire di più l’homedelivery che cucinare a casa. Ergo l’uso della cucina potrebbe cambiare.

Ma diamo uno sguardo al comparto. FederLegnoArredoriporta che il settore cucine italiano ha chiuso il 2017 con un fatturato allaproduzione di 2.2 miliardi di euro con un forte impulso dalle esportazioni,pari a 779 milioni. Un trend positivo che conferma quello del 2016 grazie ancheuna forte crescita interna per il bonusmobili. Lato esportazioni il 2016 ha visto una crescita del 22% sul mercatoUSA e quasi il 17% su quello cinese.

Le cucine sono una parte del comparto arredamento e illuminazione che nel 2017 haraggiunto un fatturato di quasi 42 miliardi di euro, 14 dei quali legatiall’export in ordine in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Cina.

L’Inghilterra in particolare nel 2017 ha visto un trend in decrescita del -3.4%, probabilmente per il deprezzamento della sterlina e, allo stesso tempo, una maggiore penetrazione di prodotti cinesi (più economici). Mentre la Cina invece rappresenta per l’Italia un mercato in forte espansione (+36%).

L’abbattimento dei costi: un driver sempre più importante per l’arredo, capiamo perché…

FederLegnoArredo e Pambianco in una recente ricerca si sono focalizzati anche sul segmento Millennials (nati tra 1980 e 2000). Un segmento di circa gli 11 milioni in Italia.

Emergono spunti interessanti come (tema noto) il senso di “maggiore precarietà” dei Millennials, della loro maggiore sensibilità ai temi ambientali, l’interpretazione del lusso come “esperienza e autenticità” non come capacità di avere “cose costose”. Il mobile non è per sempre come probabilmente era per la precedente generazione (gli Adults). La rete rappresenta il mezzo più utilizzato per conoscere i prodotti.

Concludiamo con un focus sull’ e-commerce. In Italia ha raggiunto il 90% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni: circa 43 milioni di persone generando nel 2017 un fatturato di 35 miliardi di euro. Tra i diversi settori, quello casa e arredamento è cresciuto del 19% rispetto al 2017. Al quinto posto dietro salute e bellezza, moda, alimentare, elettronica. Ikea ha lanciato la app Ikea Place dove vedere un mobile attraverso la realtà aumentata, Amazon con la vetrina Made in Italy promuove i prodotti degli artigiani italiani. Un tema quello del made in italy (che ha enormi potenzialità). Che potrebbe essere valorizzato sempre più grazie alla blockchain per garantire l’autenticità del prodotto.

Miracolo economico tedesco. Alcune considerazioni

Cari lettori di neON e-non,

qui vi parliamo della locomotiva tedesca. Con il surplus commerciale più grande al mondo e la più bassa disoccupazione dell’eurozona, la Germania rappresenta un modello per l’Europa. Dalla crisi del 2008 la disoccupazione è diminuita costantemente, scendendo sotto il 5% nel 2018. La Germania ha raggiunto così il secondo posto in Europa in termini di tasso occupazione.

Tuttavia dobbiamo fare alcune considerazioni.

La Germania è anche il posto dove si osserva un problema di bassi salari come riportato in questo articolo del Financial Times. Anche la povertà ha raggiunto il massimo dal momento della riunificazione come leggiamo qui.

Diamo qualche numero. Guardiamo le sezioni Jobs e Society nella seguente figura (dal sito dell’ OECD). Cosa notiamo?

Per agevolare il lettore diamo alcune istruzioni per lettura dei grafici. Nella parte destra della figura, nella colonna Ranking, in colore rosso, notate il posizionamento della Germania in confronto agli altri paesi OECD. Nella colonna Trend invece, riuscite a capire con un colpo d’occhio come sta andando praticamente negli ultimi 20 anni (dati dal 1996 al 2017).

Vediamo che i salari medi in effetti sono cresciuti. Bene. Notiamo anche che il tasso di occupazione è aumentato. Ottimo. E notiamo infine che le ore lavorate invece si sono ridotte. Molto bene. Quindi se il tasso di occupazione è aumentato e le ore lavorate si sono ridotte, oltre ad un fenomeno di produttività potremmo considerare che magari lavorano un po’ tutti, un po’ meno

Fermiamoci sulle ore lavorate, chiediamoci come è andata la Germania rispetto agli altri in termini di ore lavorate.

Sempre sul sito OECD abbiamo recuperato questi trend (figura sotto) molto immediati. Quello che notiamo è che, tutti in tutti i paesi vediamo un trend di diminuzione delle ore lavorate (i dati partono dal 1982). Ma è la Germania ad avere il valore più basso a 1356.

Un recente articolo (qui disponibile), sostiene che il miracolo economico tedesco è legato alla riduzione delle ore lavorate causata da un allargamento del bacino di lavoratori. E cioè una maggiore partecipazione al lavoro di donne e anziani e del part time.

Abbiamo recuperato il seguente grafico per quanto riguarda la partecipazione al lavoro nella fascia d’età tra 55-64 anni. Notiamo ancora una volta il trend comune più o meno a tutti i paesi considerati. Eppure si nota anche che la Germania ha avuto una fortissima partecipazione della fascia di età tra 55 e 64 anni. Seconda solo al Giappone. Guardate la pendenza della curva colore azzurro della Germania (quella nera è la media OECD). Si nota che è tedesca la crescita più rapida.

Recuperiamo altri dati. Questa volta riferiti allasezione Society. Guardiamo la sezione Trend, la quarta riga a partire dall’alto e cioè: Poverty rate. A quanto pare il trend in aumento c’è. Osserviamo inoltre che il trend è simile a quello della curva: Permanent immigrantion flows. Non possiamo affermare se e quanta correlazione ci sia tra i due fenomeni, ma non possiamo non notare una similarità. Ma per ora trascuriamo questo punto che non è oggetto della nostra breve analisi.

Per concludere affrontiamo anche il punto del lavoro part time e in effetti notiamo come la Germania abbia avuto una forte accelerazione per i contratti di lavoro part time negli ultimi anni.

Abbiamo visto che parlare del successo tedesco basandoci sul basso tasso di disoccupazione non spiega tutta la storia. Di come ad esempio sia distribuita la ricchezza, i dati visti sembrano anche indicare un fenomeno in crescita di “lavoratori poveri” e di un miracolo economico che ha ancora importanti aspetti da considerare.

Apple-calypse: grosso guaio a ChinaDown

Cari lettori di neON e-non,

siamo a Cupertino, California. Traduciamo per voi i risultati della trimestrale del 2018, disponibile qui.

 

Apple ha annunciato ieri i risultati finanziari di chiusura trimestre 2018. La società ha registrato entrate trimestrali per 84,3 miliardi di dollari, un calo del 5% rispetto allo stesso trimestre del 2017. Le vendite internazionali hanno rappresentato il 62% delle entrate del trimestre.

Le entrate garantire dall’ iPhone sono diminuite del 15% rispetto all’anno precedente, mentre le entrate totali di tutti gli altriprodotti e servizi sono aumentate del 19%. Le entrate dei servizi hanno raggiunto il massimo storico di 10,9 miliardi di dollari, in aumento del 19 % rispetto all’anno precedente. I ricavi di Mace Wearables, Home e Accessori hanno raggiunto anche i massimi storici, con una crescita del 9% e del 33%,rispettivamente, e le entrate di iPad sono cresciute del 17%.

Il punto è che raggiungere i massimi è importante ma è superarli che lo è ancora di più per un’azienda che ha abituato all’effetto WOW, restare in vetta diventa difficile se non impossibile.

Il CEO commenta così:

“Anche se è stato deludente perdere il nostro target divendite, gestiamo Apple per il lungo termine, e i risultati di questo trimestre dimostrano che la forza della nostra attività aziendale è molto ampia”. “Lanostra base di dispositivi attivi installati ha raggiunto il massimo storico di1,4 miliardi nel primo trimestre, in crescita in ciascuno dei nostri segmenti geografici. Questo è un grande attestato di soddisfazione e lealtà dei nostri clienti, e sta portando la nostra attività di servizi a nuovi record grazie al nostro ampio ecosistema  e in rapida crescita”.

Sarà come dice lui… E abbiamo dato un occhio al Financial Statement (tabella qui in basso). Nella parte destra abbiamo il trimestre di chiusura anno del 2017, in quella di sinistra del 2018.

Due problemi. Il primo si chiama iPhone, che passa da 61a 51 miliardi di dollari, (circa il 20% di perdita). Notiamo che l’iPhone “pesava” nel 2017 circa il 75% delle revenues.

Il secondo problema si chiama Greater China: perde quasi 30% anno per anno.

Farà bene il CEO ad essere ottimista sui servizi come dice, ma i numeri per ora dicono altro.

Apple genera un gross profit margin sui servizi del 63% quasi il doppio rispetto all’hardware(34 %). D’accordo. Ma molti li vendi grazie agli iPhone ergo…

China-Down

La scorsa settimana il mondo ha appreso che l’economiacinese è cresciuta del 6,6 % lo scorso anno. Il tasso di crescita più basso diquasi tre decenni.

Nel 2017 un articolo del FinancialTimes individuava nel settore delle infrastrutture un forte elemento di traino per l’economia. Caterpillar, azienda che non ha bisogno dipresentazioni, colosso del settore, dice che si aspetta una crescita “modesta” a livello mondiale e una non-crescita in Cina per un brusco calo di quello cheè stato un “booming market” negli ultimi 2 anni.

Caterpillar non è la sola. È un coro che cresce purtroppo come riportato qui: case automobilistiche e altri gruppi industriali ridimensionano le aspettative. Alcoa, il colosso dell’alluminio, ha detto di recente che si aspetta una debole domanda mondiale un tasso di crescita più basso dalla crisi finanziaria.

Intanto riportiamo le ultime sul fronte Europeo.

La Germania va avanti entrando nel suo decimo anno consecutivo di crescita. Disoccupazione bassa, salari e pensioni stanno salendo. Ma la crescita avviene a tasso più lento e forse sono segnali di fatica. Lo scorso anno ha rallentato all’1.5% dal 2.2 % del 2017. Per il prossimo anno si prevede l’1 %. Insomma non una bellissima prospettiva.

Mentre buone notizie dal fronte francese, il Pil cresce più delle aspettative nonostante i gilet gialli.