Volare. Dopo la pandemia?

Nel 1970, i consumatori americani hanno guidato per circa 1,76 trilioni di km e gli aerei di linea nazionali hanno volato per circa 3,2 miliardi di km. Nello stesso anno, il consumo di petrolio degli Stati Uniti era di 14,7 milioni di barili al giorno. Quarant’anni dopo, nel 2010, gli americani hanno guidato per oltre 4.6 trilioni di km e le compagnie aeree nazionali hanno volato per 9.4 miliardi di km. Quell’anno, gli Stati Uniti consumavano una media di 19,1 milioni di barili di petrolio al giorno. Così, in un periodo di quattro decenni, gli americani hanno quasi triplicato il numero di miglia percorse e le compagnie aeree nazionali hanno quasi triplicato il numero di km volate; tuttavia il consumo interno di petrolio è aumentato solo del 30% in quel periodo di tempo.

La domanda è come cambierà il trasporto aereo dopo la pandemia?

Sotto un grafico da IATA-Bernstein-Financial Times

Paradigm shift before crisis…

Only few months ago, Bloomberg titled: Exxon Poised to Drop From S&P 500’s Top 10 for First Time Ever. After being 90 years on the list, the oil giants are leaving place to the technological titans, now on a permanent basis in the top 10 of the US stock market.

An article by Prof. Kenji E. Kushida of Standford University focus this point: “New Apple and Google players abruptly redefined the industry, bringing a wave of commoditization […]”. In addition to the commoditization effect, the new businesses are also customer-centric. They try to expand at max the consumption experiences: consumption is more accessible, more usable.

We have to think something similar to the -spare capacity- concept applied in the manufacturing from B2B (business to business)…

How will it change?

Germania e Aziende – chi conterà di più ?

Le ultime elezioni in Germania hanno mostrato chiaramente chi sono gli stakeholder emergenti. In un Paese dove anche Tesla ha difficoltà ad aprire uno stabilimento e dove si scende in piazza anche contro le pale eoliche, la gestione e la partecipazione di questi portatori di interesse diventa critica. Sarà lo stesso dopo il coronavirus?

La direzione politica in Germania pone al centro il tema ambientale: nuove sfide emergono per il legame politica e lavoro. Alcune osservazioni sulla Corporate Governance Tedesca forniscono una chiave di lettura interessante delle dinamiche in corso.

A differenza di quella di stampo anglosassone, la Corporate Governace Tedesca è fortemente orientata verso gli stakeholder, più che agli shareholder. Primo elemento di differenziazione. Nel sistema tedesco le corporations sono organizzate intorno ad una struttura a doppio consiglio. Esiste un consiglio di amministrazione che dirige le operazioni quotidiane ed un Supervisory Board incaricato delle principali decisioni e di policy.

Un’ulteriore particolarità tedesca riguarda la composizione del consiglio di sorveglianza. Praticamente quasi sin dagli albori il diritto societario ha conferito uno status speciale agli interessi della forza lavoro, prevedendo la metà dei seggi del proprio Supervisory Board ai propri lavoratori.

La “condivisione di power” potrebbe però “spaventare” gli azionisti e secondo alcuni sarebbe il motivo per cui le società tedesche siano diventate fortemente dipendenti dalle banche per l’accesso al capitale.

Spunti tratti dal post pubblicato su Econopoly – ilSole24Ore: Aziende, chi comanda in Germania: tra politica, sindacati e stakeholder

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Coronavirus – Come cambierà la sharing economy ?

Sul Financial Times Yuval Noah Harari in un suo lungo articoli ci parla di: the world after coronavirus

Articolo da leggere tutto. Qui abbiamo tradotto solo le prime righe. Ci poniamo una domanda alla fine…

[…] L’umanità sta affrontando una crisi globale. Forse la più grande crisi della nostra generazione. Le decisioni prese da persone e governi nelle prossime settimane probabilmente modellerà il mondo per gli anni a venire. Non daranno forma solo alla nostra assistenza sanitaria ma anche la nostra economia, politica e cultura. Dobbiamo agire rapidamente e con decisione. Dovremmo anche tenere conto delle conseguenze a lungo termine della nostra Azioni. Quando si sceglie tra le alternative, dovremmo chiederci non solo come superare la minaccia immediata, ma anche in che tipo di mondo abiteremo una volta che la tempesta passa. Sì, la tempesta passerà, l’umanità sopravviverà, la maggior parte di noi sarà ancora vivo, ma abiteremo in un mondo diverso.

Come cambierà la sharing economy ?

Si ringrazia AM per gli spunti

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USA – auto. Coronavirus colpisce un settore già in sofferenza…

Continuiamo a parlare di auto e USA

Honda chiuderà temporaneamente una dozzina di fabbriche in US Canada e Messico, continuando a pagare i 27600 dipendenti. Anche GM, Ford e FCA avevano annunciato in precedenza lo stesso, circa 150000 dipendenti.

Negli USA il settore auto in precedenza “minacciato” dalla una crisi esistenziale legata alla sua prossima evoluzione verso l’auto elettrica o quella a guida autonoma. Ma anche il consumatore era in crisi.

Chi comprava l’auto, i consumatori, e in generale gli altri stakeholder come venditori e finanziatori avevano un approccio molto simile a quello con le case durante la crisi dei subprime: accumulando debito in alcuni casi in misura tale da superare spesso il valore dell’auto. Se i mutuatari sono inadempienti, i finanziatori generalmente rientrano in possesso delle auto e cercano di rivenderle, tuttavia, spesso, non è sufficiente a coprire il saldo non pagato del debitore.

È vero che negli Stati Uniti questo trend è andato avanti per decenni: prendendo in prestito per comprare auto, ma il debito automobilistico si è gonfiato dalla crisi subprime. I consumatori statunitensi alla fine di giugno detenevano un record di 1,3 trilioni di dollari di debito legato alle loro automobili secondo i dati della Federal Reserve di New York, in aumento da circa $ 740 miliardi di decennio prima. Due delle tre grandi case automobilistiche statunitensi hanno ricevuto salvataggi governativi e hanno ristrutturato il loro debito, l’industria in sostanza ha usato i bassi tassi per sopravvivere.

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Usa & Politica e quel legame con l’AUTO…

A fine 2019 la International Monetary Funds in un suo report outlook Global Manufacturing Downturn, Rising Trade Barriers, ha proposto un’analisi nella quale emerge quanto sia statisticamente rilevante il legame tra disoccupazione e la chiusura di fabbriche d’auto. Un successivo studio del Journal of the American Medical Association, rivelava una percentuale drammaticamente più alta di decessi per overdose da oppiacei (+85%) proprio nelle aree in cui uno stabilimento auto ha chiuso nei precedenti 5 anni.

Quando si parla di auto negli USA, è impossibile non sconfinare sul piano politico.

Nella slide allegata (foto in basso a sinistra), è possibile osservare come sono cambiati i “distretti” democratici (blu) e quelli repubblicani (rossi) negli ultimi 10 anni.

Sul tema polarizzazione economica e politica ne ha parlato anche il Wall Street JournaI con riferimento ad un’analisi del think thank Brooking, rivelando che nei distretti che hanno votato rappresentanti democratici alla camera, sono più numerosi i titoli di studio e i lavori high-skill. In questi distretti anche l’economia è in crescita e il reddito familiare medio è aumentato. Nei distretti repubblicani invece, si nota una quota crescente di posti di lavoro nel settore manifatturiero e lavori low skill come nell’agricoltura e il minerario, che offrono anche retribuzioni inferiori. Secondo Brooking  inoltre dal 2008, la quota dei lavori high skill e digital dei distretti democratici è passata dal 64% al 71%, mentre la loro parte nelle attività manifatturiere ed estrattive si è ridotto dal 54% al 44% e dal 46% al 39%. Al contrario, nei distretti repubblicani – non riuscendo a guadagnare trazione tra i nuovi settori, si è tornati a quelli più “tradizionali”. Qui infatti la percentuale di professionisti high skill / digital è scesa dal 36% al 29% del totale in soli 10 anni. La percentuale nei settori agricoltura-minerario sono aumentate dal 46% al 56% e dal 54% al 61%, rispettivamente.

Ma per inquadrare meglio il legame auto e politica occorre guardare l’immagine a destra della slide allegata.

Si vedono quali stati sono legati all’economia dell’auto. Il Michigan, l’Ohio e l’Indiana beneficiano in modo significativo della produzione automobilistica, anche la Carolina del Sud e l’Alabama si distinguono per una forte presenza dell’industria auto.

Questi spunti sopra sono stati recuperati dall’analisi completa pubblicata su Econopoly –il Sole24Ore

Si trasmette de uomo a uomo

Esattamente due anni fa leggiamo riguardo a WUHAN  (da agenzia stampa Xinhua)

Wuhan, capitale della provincia di Hubei, si costruirà una vera e propria “città dell’idrogeno” a.

La città costruirà fino a 20 stazioni di rifornimento di idrogeno dal 2018 al 2020 per supportare la gestione di circa 3.000 veicoli alimentati a celle a combustibile a idrogeno.

Wuhan dovrebbe diventare una città mondiale dell’idrogeno entro il 2025, con 3-5 aziende leader a livello mondiale e 30-100 stazioni di rifornimento di idrogeno. Il valore della produzione annuale di celle a combustibile a idrogeno supererà i 100 miliardi di yuan (circa 15.6 miliardi di dollari USA dell’epoca).

Purtroppo Wuhan non sarà ricordata per l’idrogeno (per ora) ma per l’epidemia innescata del nuovo coronavirus che inizia a tenere tutti con il fiato sospeso…

Dal sito del ministero della Salute:

L’Italia (aeroporto di Roma Fiumicino) ha tre voli diretti con Wuhan, e numerosi voli non diretti, il cui traffico di passeggeri dovrebbe aumentare in occasione del capodanno cinese. Come previsto dal Regolamento Sanitario Internazionale (2005) (RSI), presso l’aeroporto di Fiumicino è in vigore una procedura sanitaria, gestita dall’USMAF SASN, per verificare l’eventuale presenza a bordo degli aeromobili provenienti da Wuhan di casi sospetti sintomatici e il loro eventuale trasferimento in bio-contenimento all’Istituto Nazionale Malattie Infettive.

Insomma un capodanno che non parte con il piede giusto.

Alphabet raggiunge i 13 zeri. Ma la notizia è un’altra…

Aphabet è diventata la quarta Big Tech a raggiungere una capitalizzazione di mercato di un trilione di dollari. Apple fu la prima a raggiungere il traguardo, nel 2018. Poi Amazon, che però è tornata sotto la soglia dei 13 zeri e infine Microsoft hanno superato la soglia.

Ma la notizia della settimana è un’altra: il prezzo delle azioni in rialzo di Tesla …

Tesla sarebbe in trattativa con Glencore per rafforzarsi sulla supply chain della batteria: serve cobalto per il suo nuovo stabilimento a Shanghai. L’impianto di Shangai che produrrà il modello 3 del mercato di massa, inizialmente utilizzerà batterie del produttore coreano LG Chem.

Anche la Volkswagen si muove nella stessa direzione: starebbe per acquistare una partecipazione nella società cinese di batterie Guoxuan. La casa automobilistica tedesca, che ha già una partnership strategica con la più grande compagnia di batterie cinese Contemporary Amperex Technology (CATL), è in trattative avanzate per acquistare fino a un quinto di Guoxuan, secondo il Financial Times.

Il gruppo FCA non resta a guardare. All’ orizzonte e il produttore taiwanese di microprocessori Hon Hai Precision – gruppo Foxconn.

Il contratto non è stato ancora firmato, ma le due parti sono intenzionate a concludere al più presto le trattative, che sono in corso da 7 o 8 mesi, prima dell’accordo fra FCA e Psa.

Foxconn dipende da Apple per quasi il 50% dei suoi ricavi e cerca di diversificare in un segmento che potrebbe vedere una forte espansione.

Med… guardare ad Est quando si parla di Ovest

dal Wall Street journal:

<<Gas da Israele in Egitto. La notizia giunge dopo anni di incertezze sul fatto che il progetto potesse sopravvivere a una serie di sfide politiche, di sicurezza e burocratiche.

Un accordo stimato di circa 20 miliardi di dollari siglato tra le compagnie israeliane, statunitensi ed egiziane circa due anni fa tra Noble Energy e Delek Drilling , fornirà 85 miliardi di metri cubi di gas naturale per 15 anni dai campi israeliani di Tamar e Leviathan alla Egypt’s Dolphinus Holdings>>.

Un accordo puramente commerciale anziché tra governi: così Egitto e Giordania descrivono gli accordi sul gas con Israele, minimizzando qualsiasi elemento politico. Anche se sono le uniche due nazioni arabe a firmare un accordo di pace con Israele.

Non solo gas. La nuova base

L’Egitto ha inaugurato la base militare di Berenice sul Mar Rosso, descritta dal Daily News Egypt come la più grande nel Mar Rosso, la più grande base navale in Medio Oriente e Nord Africa e la seconda nel suo genere in Egitto.

La base si trova sulla costa del Mar Rosso vicino ai confini meridionali dell’Egitto, ad est di Assuan. Durante l’inaugurazione tra le varie personalità hanno partecipato il principe ereditario di Abu Dhabi Mohamed bin Zayed, il presidente armeno Armen Sarkissian, il vice ministro della difesa saudita Khalid bin Salman, il primo ministro della Bulgaria Boyko Borissov.

Di fronte a Berenice, dall’altro lato del Mar Rosso c’è Yanbu centro di raffinazione dell’Arabia Saudita. A Yanbu arriva anche l’oleodotto che collega la costa del Golfo Persico al Mar Rosso, ideato anche per ridurre i rischi in caso di tensioni nel Golfo Persico (Iran).

La storia che ritorna?

Berenice I, è stata una regina macedone antica, consorte del faraone Tolomeo, primo re dell’Egitto tolemaico. Prima di sposare Tolomeo era stata sposa di Filippo, ufficiale dell’esercito macedone dal quale ebbe tre figli. Tra i figli di Berenice si annovera Magas, futuro re di Cirene.

Oggi c’è chi immagina nuovi re in Cirenaica…

Lavoro, IPO e ILO … alcuni spunti

Cari lettori di neON e-non,

Uber è scivolato scendendo del 7,6% al di sotto del prezzo di offerta. Secondo il Wall Street Journal un triste debutto per la startup americana: le azioni hanno chiuso il primo giorno di negoziazione a $ 41,57, un raro calo iniziale per un titolo di alto profilo. Ciò fornisce a Uber una valutazione di circa $ 76 miliardi. Solo otto delle 53 società quotate negli Stati Uniti che valevano almeno $ 10 miliardi quando sono diventate pubbliche sono calate il primo giorno secondo Dealogic, i cui dati risalgono al 1991.

Dalla IPO alla ILO.

Il 2019 è un anno importante per la ILO International Labour Organization: compie 100 anni.

Sul tema lavoro riproponiamo questi spunti provocatori dal blog Econopoly – IlSole24Ore quasi un anno fa. L’analisi completa è qui disponibile.

Labor is not a commodity. Un po’ di storia…Nel 1944 la (ILO), agenzia ONU che promuove la giustizia sociale e i diritti umani sul lavoro, introdusse questa massima trai i principi fondamentali, anche se in realtà essa fu coniata dall’economista irlandese John Kells Ingrams (fine ottocento). Parte delle idee e spunti di Ingrams possono riconoscersi anche nell’articolo 23 (sul lavoro) della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Ma immaginiamo che il lavoro sia una commodity e trattiamolo così (per un po’). Applichiamo il metodo delle 5 Forze di Porter usato da manager e strateghi aziendali quando hanno nel mirino un’industria/mercato.

1- Power of Supplier. I fornitori del “prodotto lavoro” ossia i lavoratori. Se consideriamo il trade union density (numero di lavoratori iscritti a sindacati sul totale lavoranti) disponibile dal sito ILO (2), dal 2001 al 2013 abbiamo una riduzione a livello medio globale, dal 32% al 23%. Anche il numero di scioperi registrati (ILO) è calato: nel 2004, ne abbiamo 13 000 contro i 4 000 del 2016. Una generale riduzione di peso.

2- Power of Customer. Chi “compra il lavoro”? Consideriamo appunto le aziende.

Business Insider di recente ha riportato che il valore dei primi 10 mercati azionari è passato da 23 a 51 trilioni di dollari negli ultimi 13 anni (vedi tabella). Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che facendo così non abbiamo informazioni delle aziende non quotate ma solo a scopo di “orientamento” assumiamo che vada bene.

3- Threat of New Entrants. Conoscete la teoria delle “Flying Geese” (anatre volanti)? Ci dice che il processo di industrializzazione in un paese inizia con prodotti a basso valore aggiunto, poi l’arrivo delle fabbriche sviluppa l’economia e i salari. Ad un certo punto o ci si sposta pù in alto nella catena del valore, oppure si delocalizza in posti in cui i salari (e/o altri fattori) sono ancora bassi. Praticamente la crescita dei salari cinesi sta spingendo a delocalizzare. Dal sito della ILO abbiamo prelevato i dati annuali dei salari, fattore chiave per l’industria manifatturiera, inseriti nei seguenti due grafici: notiamo la forte crescita nell’area Asia/Pacifico.

Comprendiamo che le barriere di ingresso al mercato lavoro si sono abbassate: la competizione non avviene più su scala nazionale…

La World Bank indica che il numero di persone sotto la soglia di povertà nell’Asia dell’Est e del Pacifico è passato da 966 milioni nel 1990 a 71 milioni nel 2013. Capiamo il perché.

4- Threat of Substitute. Automazione. Bloomberg indica che per i lavori che richiedono un livello di istruzione sotto a quello di scuola superiore e con un salario sotto ai 30.000 dollari annui, l’80 % potrebbe essere automatizzato. Si libereranno altri posti con maggiore valore aggiunto come suggerisce sempre Econopoly in un altro post: sarà necessario un programma adeguato di formazione, questo è certo.

5- Intensive rivalry. La competizione è intensa e su scala globale. Soprattutto per manifatturiero e industria a basso valore aggiunto. Cioè, dove compete la piccola e media impresa.

Alcuni spunti.

Ci rendiamo conto di quanto sia rischioso avere una classe politica e sindacale impreparata alle dinamiche in atto (globalizzazione, rivoluzioni tecnologiche)? Anche perché le velocità di cambiamento sono ormai esponenziali. Un’azienda (dipende dal settore), anche un colosso, in 7-10 anni può non esistere più, vedi Nokia e Motorola. Sindacati troppo local corrono il rischio di essere marginalizzati nel dialogo delle parti. La stessa ILO stressa il fatto dell’importanza dei contratti nazionali, utile a bilanciare l’industria. Proviamo ad immaginare ad un contratto multinazionale quanto peso possa avere.