Apple-calypse: grosso guaio a ChinaDown

Cari lettori di neON e-non,

siamo a Cupertino, California. Traduciamo per voi i risultati della trimestrale del 2018, disponibile qui.

 

Apple ha annunciato ieri i risultati finanziari di chiusura trimestre 2018. La società ha registrato entrate trimestrali per 84,3 miliardi di dollari, un calo del 5% rispetto allo stesso trimestre del 2017. Le vendite internazionali hanno rappresentato il 62% delle entrate del trimestre.

Le entrate garantire dall’ iPhone sono diminuite del 15% rispetto all’anno precedente, mentre le entrate totali di tutti gli altriprodotti e servizi sono aumentate del 19%. Le entrate dei servizi hanno raggiunto il massimo storico di 10,9 miliardi di dollari, in aumento del 19 % rispetto all’anno precedente. I ricavi di Mace Wearables, Home e Accessori hanno raggiunto anche i massimi storici, con una crescita del 9% e del 33%,rispettivamente, e le entrate di iPad sono cresciute del 17%.

Il punto è che raggiungere i massimi è importante ma è superarli che lo è ancora di più per un’azienda che ha abituato all’effetto WOW, restare in vetta diventa difficile se non impossibile.

Il CEO commenta così:

“Anche se è stato deludente perdere il nostro target divendite, gestiamo Apple per il lungo termine, e i risultati di questo trimestre dimostrano che la forza della nostra attività aziendale è molto ampia”. “Lanostra base di dispositivi attivi installati ha raggiunto il massimo storico di1,4 miliardi nel primo trimestre, in crescita in ciascuno dei nostri segmenti geografici. Questo è un grande attestato di soddisfazione e lealtà dei nostri clienti, e sta portando la nostra attività di servizi a nuovi record grazie al nostro ampio ecosistema  e in rapida crescita”.

Sarà come dice lui… E abbiamo dato un occhio al Financial Statement (tabella qui in basso). Nella parte destra abbiamo il trimestre di chiusura anno del 2017, in quella di sinistra del 2018.

Due problemi. Il primo si chiama iPhone, che passa da 61a 51 miliardi di dollari, (circa il 20% di perdita). Notiamo che l’iPhone “pesava” nel 2017 circa il 75% delle revenues.

Il secondo problema si chiama Greater China: perde quasi 30% anno per anno.

Farà bene il CEO ad essere ottimista sui servizi come dice, ma i numeri per ora dicono altro.

Apple genera un gross profit margin sui servizi del 63% quasi il doppio rispetto all’hardware(34 %). D’accordo. Ma molti li vendi grazie agli iPhone ergo…

China-Down

La scorsa settimana il mondo ha appreso che l’economiacinese è cresciuta del 6,6 % lo scorso anno. Il tasso di crescita più basso diquasi tre decenni.

Nel 2017 un articolo del FinancialTimes individuava nel settore delle infrastrutture un forte elemento di traino per l’economia. Caterpillar, azienda che non ha bisogno dipresentazioni, colosso del settore, dice che si aspetta una crescita “modesta” a livello mondiale e una non-crescita in Cina per un brusco calo di quello cheè stato un “booming market” negli ultimi 2 anni.

Caterpillar non è la sola. È un coro che cresce purtroppo come riportato qui: case automobilistiche e altri gruppi industriali ridimensionano le aspettative. Alcoa, il colosso dell’alluminio, ha detto di recente che si aspetta una debole domanda mondiale un tasso di crescita più basso dalla crisi finanziaria.

Intanto riportiamo le ultime sul fronte Europeo.

La Germania va avanti entrando nel suo decimo anno consecutivo di crescita. Disoccupazione bassa, salari e pensioni stanno salendo. Ma la crescita avviene a tasso più lento e forse sono segnali di fatica. Lo scorso anno ha rallentato all’1.5% dal 2.2 % del 2017. Per il prossimo anno si prevede l’1 %. Insomma non una bellissima prospettiva.

Mentre buone notizie dal fronte francese, il Pil cresce più delle aspettative nonostante i gilet gialli.

 

Petropolitica, tradizione e innovazione: spunti d’Arabia

Cari lettori di neON, e-non,

riportiamo questa notizia pubblicata ieri sul Financial Times.

Parliamo dell’ambizioso piano industriale dell’Arabia Saudita da 427 miliardi di dollari. Si tratta di un piano decennale. Il regno saudita cerca di riprendersi dopo il caso Khashoggi. Cerca di dimostrare che le cose vanno avanti. Nonostante tutto. Sempre sotto la guida del principe Mohammed bin Salman.

Ieri, in una cerimonia di lancio, funzionari governativi hanno annunciato 66 accordi dal valore di circa 50 miliardi di dollari. Tra i tanti accordi quella con il gruppo francese aerospaziale e di difesa Thales, e un impianto petrolchimico con Pan-Asia, azienda chimica cinese. Altri dettagli non sono ancora disponibili dai media internazionali.

Una diversificazione dal settore petrolifero che copre circa l’87% delle entrate statali e circa il 40% del PIL.

Con una popolazione di poco inferiore ai 30 milioni e la presenza di circa 6 milioni di espatriati che contribuiscono fortemente all’economia, il Regno fatica a ridurre una disoccupazione che nella fascia tra i 15-24 anni raggiunge il 30%, salendo al 58% per le donne (dati 2016).

Da qui muove la necessità al cambiamento e la spinta innovatrice è guidata dal principe ereditario Mohammed Bin Salman che punta alla liberalizzazione dei settori dell’educazione, del turismo e della salute. La sua Vision al 2030, tuttavia, si scontra con la realtà delle cose e le riforme, quanto più dolorose sono, tanto più necessitano di un forte mandato. Ma l’apparato statale del Regno è ancora giovane e poco robusto, in termini di legittimazione, per portare avanti un processo di riforma così importante: le prime elezioni comunali (a suffragio maschile) si sono tenute “solo” nel 2005. E non stiamo considerando l’incidente Khashoggi.

In Arabia Saudita, ancora di più che in altri paesi politica, economia, prezzo del barile e geopolitica, sono inevitabilmente legati.

Nel 2016 lo stato arabo ha avuto un deficit di circa 90 miliardi di dollari finanziato con emissione di bond e grazie alle riserve monetarie. Le riforme del regime fiscale sono parte della soluzione ma questo resta per ora un punto delicato. Come la storia insegna, il passaggio da suddito a cittadino non è affatto indolore. Tutti conosciamo il principio del “No Taxation withoutRepresentation“. Proprio ad inizio 2018 il Regno (e gli Emirati) introducono per la prima volta l’IVA del 5%. In sole dieci ore l’hashtag  Salary not enough to cover our needs (il salario non permette di coprire le nostre necessità) è diventato un trend sui social media. Un segnale da non sottovalutare. Per chi vuole approndire trova un’analisi di qualche mese fa ma ancora valida qui.

Concludiamo con alcuni spunti di riflessione su questi aspetti.

Facciamo riferimento ad un interessante articolo comparso sul Washinghton Post nel 2017 dal titolo: Where are coups most likelyto occur in 2017? Anticipare quando un colpo di stato avviene è difficile ma questo articolo ci parla di un tool che considerando alcuni elementi riesce a definire in un certo senso il livello di rischio. Tra i fattori ad esempio il modello tiene conto da quanto tempo il leader attuale è al potere, se è stato/a scelto democraticamente e il tipo di governo in atto. Poi si considera anche il PIL, la crescita economica, la popolazione, la mortalità infantile. Anche dati che riguardano la diffusione delle tecnologie di comunicazione come: laccesso a Internet, la proprietà del cellulare e via dicendo.

Comunque non c’è da preoccuparsi. I modelli di previsione di cui ci parla il Washington Post si basano molto su dati con riferimento ad un periodo durante il quale si registravano di 5-10 tentativi di golpe all’anno. Mentre dal 2001 le cose sembrano essere un po’ migliorate, siamo tra i 2-4 all’anno. Almeno fino al 2017...

Per chi non lo ancora visitato. A Milano al museo del Novecento, tra le tante bellissime opere d’arte, trovate anche questo di Pellizza da Volpedo.

Cosa succede in Venezuela? Salto a dieci mesi fa…

Cari lettori di neON, e-non,

non potevamo non cominciare con l’oro nero. Il fronte caldo di questi giorni è il Venezuela. 

Tra i padri fondatori dell’OPEC troviamo un venezuelano, Juan Pablo Pérez Alfonso. Nato a Caracas, morto a Washington. Aveva definito il petrolio come “sterco del diavolo“. Quello che sta accadendo in questi giorni ci ricorda questo. Sembra un paradosso che il Venezuela con le più grandi riserve di petrolio (proved) si trovi in tali condizioni socio-economiche.

La produzione di olio era ridotta a 1,5 milioni di barili al giorno a dicembre,dal picco di quasi 3,5 milioni di barili al giorno raggiunti nel 1998 prima Chávez è salito al potere.

 

Ecco cosa avevamo scritto quasi un anno fa. Allora il petrolio viaggiava alto a 70 dollari. Riprendiamo da questo post disponibile qui.

A quanto pare il Venezuela è il primo stato ad avere una propria criptomoneta sovrana: il Petro, sostenuta dall’olio e che è andata ufficialmente in vendita (Initial Coin Offering – ICO) giovedì 23 Marzo. L’agenzia di stampa cinese Xinhua riporta che il Petro ha raccolto circa 5 miliardi di dollari durante la fase di pre-vendita.

 

Casualmente il giorno dopo la ICO del Petro, il Financial Times (FT) ha informato di un possibile embargo statunitense sul Venezuela, sulle importazioni ed esportazioni di greggio e derivati. Contrariamente a quello che si pensa, a fare più paura è il secondo pezzo dell’embargo: quello che riguarda le esportazioni verso il Venezuela. Sì perché sembrerebbe che le esportazioni statunitensi di petrolio e derivati siano quasi al massimo storico. Le raffinerie americane del golfo sono gli “ultimi” fornitori di “diluente” che restano. Con il termine “diluente” si indica la nafta o il greggio leggero necessario a quello pesante venezuelano per essere trasportato e poter quindi raggiungere il mercato.

 

Gli altri possibili fornitori stranieri di diluente hanno abbandonato il mercato venezuelano a causa dei mancati pagamenti: il Venezuela resta pesantemente legato alla supplychain americana.

 

In sostanza le raffinerie americane scambiano navi di nafta pesante per “DCO” venezuelano: greggio pesante con circa il 25% di diluente aggiunto per diluirlo. Il diluente viene estratto durante il processo di raffinazione e rispedito in Venezuela per produrre più DCO.

 

Secondo il FT le raffinerie americane del Golfo del Messico, “settate” sul DCO venezuelano possono di certo gestire altri crudi, ma con margini e profitti minori. Il punto critico è rappresentato dal fattore tempo perché da un lato l’industria della raffinazione vorrebbe 3-4 mesi per prepararsi ai nuovi crudi, mentre c’è chi (tra i falchi di Trump) pensa che 3-4 mesi siano troppi e servano solo a recuperare altro diluente allungando la vita al regime. I “falchi” pensano infatti che se domani mattina il Presidente Trump decretasse l’embargo verso il Venezuela, per Maduro resterebbe un mese o al massimo due con il cash disponibile: in questo scenario probabilmente le raffinerie indiane e cinesi e altri attori non avrebbero tanta voglia di investire in un sistema quasi giunto al collasso dei pagamenti. Sarebbe un colpo durissimo.

 

 

Concludiamo con questo dipinto. Siamo ancora lì, tra Stati Uniti LatinAmerica. Siamo negli anni 30. Diego Rivera, artista messicano che realizzò questo murales al Rockefeller Center di New York. Il tempio del capitalismo di allora. Un piccolo problema, nel dipinto iniziale c’era la faccia di Lenin. Una faccia che non andava tanto giù a chi aveva commissionato il lavoro... Il murales fu distrutto e poi realizzato in Messico di nuovo si trova oggi a Palacio de Bellas Artes di Città del Messico.

Guardatevi anche questo video (in inglese) di come hanno immaginato la storia.