OPEC e nucleare: relax and take it easy!

Cari lettori di neON e-non,

qualche giorno fa un tweet del Presidente Trump ha dato uno scossone al prezzo del barile. Il testo contenuto nel brevissimo messaggio diceva in sostanza che i prezzi “stanno diventando troppo alti,  che l’OPEC dovrebbe “rilassarsi e prendersela comoda” e che il mondo non può sopportare un aumento dei prezzi, è fragile”


Dopo il tweet il Brent è sceso del 3,1% a 65,02 dollarial barile, mentre West Texas Intermediate del 3,2% a 55,41 dollari. Sembra che i traders avrebbero ipotizzato che i principali produttori, Arabia Saudita in primis, avrebbero seguito il messaggio con un aumento della produzione. Hanno preferito vendere prima. Non si sa mai.

Non è la prima volta che il presidente si rivolge all’OPEC via tweet ne ho parlato qui qualche mese fa.

Ma perché il Presidente stressa tanto questo punto?

Per la benzina americana il prezzo del petrolio copre il 53% del totale e il 40% se parliamo di diesel (dati di gennaio secondo la EIA Energy Information Administration). Se diamo uno sguardo ai prezzi della benzina americana notiamo che dopo il picco di ottobre, inizia una fase in discesa (vedi grafico sotto) riducendosi di quasi il 15% negli ultimi 4 mesi. All’epoca non pochi analisti correlarono il focus del presidente a tenere bassi i prezzi della benzina alle imminenti elezioni di mid term. Si tratta di un aspetto pratico se consideriamo quello che i media hanno indicato come l’elettore tipo del presidente, battezzato come forgotten man. Per il forgotten man vedersi ridurre del 15% il prezzo della benzina è una manna dal cielo. Facciamo due conti: un americano che fa 15.000 miglia all’anno utilizzando una berlina da 35 miglia a gallone (un gallone sono 3.8 litri), consuma circa 429 galloni di benzina. All’anno il risparmio è di circa 250 dollari. Non è poco.

Mercato auto

Altro punto critico da considerare e da collegare al prezzo della benzina è il mercato delle auto. State per comprarvi un’auto grazie ad un prestito, il prezzo della benzina è alto, ogni giorno notizie sulla diffusione dell’auto elettrica e di Elon Musk: la comprate ugualmente o rimandate? State pagando le rate della vostra auto e avete qualche difficoltà nei pagamenti, il prezzo della benzina è schizzato. Consigliereste al vostro amico di fare lo stesso o di pensarci meglio? Il grafico sotto mostra il crollo delle vendite auto negli USA durante la crisi di dieci anni fa.

L’aspetto dei prestiti per l’acquisto auto è un fattore importante. Secondo questa nota della Federal Reserve di New York, il trend dei prestiti erogati è in aumento, buon segno, le auto si vendono, ma i prestiti sono associati sempre più a famiglie con livelli di credit score bassi (maggiori rischi).

Il Financial Times recentemente riportava che Il numero di debitoriindietro nei pagamenti nei prestiti auto è salito al massimo del 2018. Più di 7 milioni di americani sono in ritardo di 90 giorni con i pagamenti e ritenuti “seriamente insolventi”. Oltre 1 milione in più rispetto al picco precedente del 2010.

Nel settore credito, l’erogazione prestiti per comprare un’auto è sempre più importante. Ce ne parla anche il Wall Street Journal:  gli americani chiedono sempre più prestiti per le auto e meno per case.

Nello scenario qui presentato, riusciamo a contestualizzare maggiormente il messaggio del Presidente. È chiaro che sta cercando di non far raffreddare la macchina dell’economia. In questa stessa ottica va analizzata la decisione della Federal Reserve di allentare la presa sul rialzo dei tassi.

Un colpo alla botte e uno al cerchio

Se da un lato il Presidente manda messaggi all’OPEC chesi sa, vede nell’Arabia Saudita il membro più proattivo, dall’altro la possibilità di vendita tecnologia nucleare ai sauditi sembra quasi un tentativo di bilanciamento.

Da quanto emerge da un recente articolo del Wall Street Journal, un’indagine dei Democratici del Congresso ha rivelato, alcuni funzionari della Casa Bianca stiano spingendo per un piano volto allo sviluppo di un programma di energia nucleare per l’Arabia Saudita per la generazione elettrica. Khalid al Falih, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, prevede di avere due reattori in linea nel prossimo decennio, fino a 16 in servizio nei prossimi 25 anni.

Negli anni ‘50 furono gli Stati Uniti ad avviare il programma nucleare iraniano. Fornirono allo Shah Reza Pahlavi il primo reattoredi ricerca del paese e l’uranio arricchito per alimentarlo. L’intenzione era sempre quella di sostenere un programma civile piuttosto che militare. Poi le cose sono andate diversamente.

Nel 2017, il regno saudita ha inviato una richiesta di informazioni sui reattori nucleari di uso civile. Potrebbe trattarsi di un primo passo verso una gara ufficiale.

Questo articolo di Reuters parla di in trattative con aziende filo governative attive nel nucleare provenienti da Russia, Cina, Francia e Corea del Sud. Anche l’americana Westinghouse è coinvolta: ultimamente non se la passa benissimo.

Gli americani ci pensano, e fanno benissimo.

Intanto il principe Mohamed bin Salman è volato a fine febbraio in Cina in visita ufficiale.

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Andate e moltiplicatevi. Per due

Cari lettori di neON e-non,

Record di emigrazioni per l’Italia. Secondo un recente articolo del Financial Times gli italiani emigrano sempre più mentre le nascite hanno raggiunto nel 2018 il livello più basso degli ultimi cento anni.

La scarsa crescita demografica aggiunge altra carne al fuoco ai problemi di crescita e debito. La popolazione si è ridotta di 90.000 abitanti nel 2018, il quarto anno consecutivo di declino, raggiungendo (stimati) 60,4 milioni. Le nascite sono scese a 449.000, circa 128.000 in meno rispetto al 2008.

Nel 2018 circa 160.000 italiani si sono trasferiti all’estero, il numero più alto dal 1981 e in crescita del  3% se comparato con il precedente anno.

Quasi il 23 % della popolazione ha più di 65 anni. Il livello più alto mai registrato. Il secondo più alto del mondo dopo il Giappone.

Sono numeri che si commentano da soli.

 

Mediterraneo

Adesso attraversiamo il Mediterraneo. Ci troviamo in un altro Paese, anche loro hanno un problema con le nascite.

Gli egiziani preferiscono le famiglie numerose, ma questo ormai sta diventando economicamente impossibile non solo per le stesse famiglie ma per lo stesso paese. Per controllare il numero delle nascite in qualche modo, il governo ha lanciato il programma “Two Are Enough” (“due sono abbastanza”). Ogni 15 secondi c’è una nascita in Egitto, 2,5 milioni di bambini ogni anno.

La forte natalità in Egitto pone dei problemi di carattere sociale, basti pensare agli impatti sulle scuole e istruzione, sulla sanità, sull’ accesso all’acqua e al cibo. A dicembre la popolazione egiziana ha raggiunto 98 milioni come dichiarato dall’assistente del ministro della solidarietà sociale al Financial Times.

Secondo quanto riportato dal giornale inglese, il governo egiziano considera il forte aumento della popolazione, tra le più grandi minacce che affliggono il paese insieme al terrorismo.

Il programma di pianificazione familiare prevede campagne pubblicitarie, televisive, supporto di visite a domicilio di assistenti sociali. Ma anche una forte cooperazione con cliniche sul territorio per la distribuzione di contraccettivi. Il governo avrebbe deciso di fermare i sussidi alle famiglie povere oltre il secondo figlio.

Sussidi

Restiamo sul tema sussidi e torniamo in Europa. Questa volta ad Est: alcuni paesi hanno offerto incentivi per aumentare il tasso di natalità.

In Polonia, vengono riconosciuti 500 zloty (1 zloty è pari a circa 0.23 euro) che corrispondono a circa un terzo del salario minimo netto, per ogni secondo figlio e successivi.

Anche altri paesi dell’Europa dell’est hanno offerto incentivi per aumentare il tasso di natalità.

Ungheria, Slovenia, Croazia, Slovacchia e Serbia, hanno alcuni dei più bassi tassi di fertilità del mondo. Oltre a questo anche loro sono colpiti da fuga di cervelli che vanno ad ovest alla ricerca di salari più alti più. Dagli ultimi dati ONU quasi tutti i paesi con la contrazione più rapida di popolazione sono in Europa orientale. Ad esempio l’Ungheria è proiettata a ridursi in termini di popolazione del 15% entro il 2050, da 9,7 milioni del 2017 a circa 8,3 milioni.

Ha fatto discutere l’ultima riforma approvata dal parlamento a lo scorso dicembre 2018. La legge detta anche la “legge sugli schiavi” che permette ai datori di lavoro di richiedere fino a 400 ore di straordinario, praticamente un giorno lavorativo supplementare per settimana.

Sul tema delle ore lavorate e della produttività ne avevamo parlato su neON qui.

Si parlava di Germania. La riduzione delle ore lavorate era un trend in corso in tutto il mondo come dicevamo. Qui il problema era l’opposto, l’abbassamento delle ore lavorate era legato ad un allargamento della fascia di lavoratori. In Ungheria è il contrario, le ore lavorate aumentano perché la gente diminuisce.

La Germania, ha anche avuto un gran supporto dall’immigrazione. Ma questa è un’altra storia.

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Un gigante di nome Walmart

500 miliardi di dollari di fatturato, quasi 12000 stores, 270 milioni di clienti in 28 paesi. 2.3 milioni di dipendenti anche detti “associates”. Stiamo parlando di Walmart. Per dare un’idea, il PIL dell’Egitto nel 2017 è stato di poco sotto i 250 miliardi di dollari.

La storia

Walmart viene registrata nel Delaware nell’ottobre del 1969. I fondatori iniziarono nel 1945 quando Sam M. Walton aprì un negozio in franchising Ben Franklin in Arkansas. Nel 1946, suo fratello, James L. Walton, aprì un negozio simile nel Missouri. Fino al 1962, l’attività dei fondatori era interamente dedicata alle operazioni di piccoli shopper retail. In quell’anno, la prima Wal-Mart Discount City (un negozio di discount) fu aperta a Rogers, in Arkansas. Nel 1988 il primo supermercato e nel 1989 il primo mercato di quartiere. Nel 1991 il primo passo fuori dagli states: una joint venture in Messico. Oggi il giro d’affari interessa 28 paesi.

2019

In generale, il settore retail statunitese è stato sostenuto l’anno scorso dalla forte economia americana, alta occupazione e aumento dei salari. Anche se gli ultimi dati del governo pubblicati la scorsa settimana hanno mostrato le vendite di dicembre di negozi, ristoranti e online in calo rispetto a novembre: il più grande declino mensile da settembre 2009.

Walmart è il primo importante rivenditore statunitense a presentare i risultati del quarto trimestre. A gennaio, anche Target e Costco Wholesale (altri giganti del retail) hanno dichiarato forti vendite durante le vacanze, le più forti da anni. Ma altri, tra cui Macy’s e Kohl’s, hanno riportato una crescita più lenta. Amazon intanto ha registrato un profitto trimestrale record: le entrate sono aumentate del 20% anche se è in realtà il più piccolo “salto” trimestrale registrato dal 2015.

Walmart ha superato le aspettative degli analisti grazie alle forti vendite di generi alimentari, ordini online e acquisti per le vacanze compresi i giocattoli.

Più della metà delle entrate statunitensi di Walmart proviene da alimenti e altri prodotti di base il cui rivenditore si trova entro 10miglia nel 90% ha riportato la compagnia agli analisti e le vendite di e-commerce sono aumentate del 43% a l’ultimo trimestre e il 40% per l’intero anno fiscale, un settore importante per il futuro della società.

I numeri

Le Net Sales crescono a 495 miliardi di dollari e oltre il 70% sono targate USA.

Ma dobbiamo stare attenti all’ Operating Income che si abbassa negli ultimi 5 anni. Cosa vuol dire? Significa la società fa più fatica a generare revenues. I costi operativi aumentano. Secondo il Wall Street Journal a seguito di una percentuale più elevata delle sue vendite provenienti da ordini di e-commerce a margine inferiore, aumento dei costi di trasporto e investimenti online. Tradotto: Walmart sta investendo e lotta per il lungo periodo.

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Un occhio al mattone targato USA. E non solo

Cari lettori di neON e-non,

settanta anni di costante apprezzamento dei prezzi delle case, uniti ad una crescita ridotti dei salari reali, hanno creato negli Stati Uniti situazioni di disequilibrio. Nel grafico sotto basta confrontare la pendenza delle curva di crescita dei prezzi delle case e quelli dei redditi per capire di cosa stiamo parlando.

Nel 1950, il prezzo medio della casa era 2,2 volte il reddito medio annuo. Circa 70 anni dopo (crisi incorporata), 3,7 volte il reddito medio. In gran parte, questo differenziale di costo è stato assorbito da un maggiore debito privato. Tra il 1949 e il 2018, il debito ipotecario in percentuale del PIL è cresciuto dal 15% all’80%.

Di questo aspetto del debito ce ne parla anche l’economista M. Mazzucato nel suo libro: “Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’ economia globale”. L’economista ci dice infatti che, dopo la Seconda guerra mondiale per mantenere gli standard di vita avuti fino agli anni ottanta, i lavoratori assunsero livelli maggiori di indebitamento. C’è anche da dire che questo nel quadro economico complessivo, ha rappresentato anche uno stimolo alla domanda quindi alle vendite delle imprese.

Il debito delle famiglie è aumentato considerevolmente tra il 1995 al 2005, del 42% negli Stati Uniti e 54% nel Regno Unito. Condividiamo dal libro la seguente:

<<Negli StatiUniti i mutui erano la principale fonte di indebitamento delle famiglie, in parte riflettendo la propensione delle famiglie a estrarre denaro (extract equity) dal crescente valore delle loro case>>.

L’aumento costante dei prezzi delle case creava una sorta di “effetto ricchezza” ipotesi per la quale si ritiene che, se aumentano i prezzi delle case, la gente sarebbe psicologicamente più propensa a spendere! Un’ipotesi avvalorata anche dall’ufficio del bilancio del Congresso americano. Un’ ipotesi che qualcun altro chiama bolla.

Negli Stati Uniti infatti l’aumento dei prezzi delle case sta spingendo sempre più i nuovi acquirenti a chiedere aiuto ai loro genitori per i pagamenti.

Sebbene il ritmo della crescita rallentato, i prezzi comunque continuano ad aumentare anno dopo anno. Anche se i tassi ipotecari più alti stanno redendo il mercato più stringente.

Una situazione difficile per gli acquirenti di prima casa che in molti casi hanno difficoltà a recuperare il contante necessario per gli acconti, tra indebitamento degli studi e altri fattori. La scarsa crescita dei salari e la crescita stessa dei prezzi delle case. Il tasso di proprietà della famiglia tra quelli di età sotto ai 35 anni ha ceduto 8 punti percentuali dal 2004 al 35% nel 2017 secondo Freddie Mac.

Per quanto riguarda l’Italia, paese di risparmiatori, il discorso indebitamento privato rappresenta un rischio minore che negli USA. Qui tuttavia dobbiamo tenere in considerazione dei Mega trend in atto che potrebbero ridurre il valore del patrimonio immobiliare.

Se leggiamo l’ultimo rapporto ISTAT, abbiamodue cose da considerare: calo delle nascite e anche riduzione numero medio dei componenti a famiglia

Questi due trend si traducono in una minore richiesta del numero di alloggi e anche delle dimensioni degli alloggi.

Notiamo il trend di richiesta delle nuove case negli ultimi sette anni. Dopo il minimo raggiunto nel 2016 abbiamo una lieve ripresa. Ma siamo ancora lontani dei livelli raggiunti in precedenza. Possiamo capire che a lungo termine lo scenario non è dei migliori, incrociando i trend demografici e sociali di lungo termine con quelli finanziari (tassi) di breve medio periodo. Sebbene quelli finanziari potrebbero essere ciclici quelli socioeconomici potrebbero non esserlo.

Per approfondire sul tema debito americano e settore immobiliare, l’analisi completa è disponibile qui.

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Petrolio, Gas e blockchain. Le ultime news

Cari lettori di neON e-non,

partiamo con un aggiornamento dal Venezuela. Il governo targato Guaidó sta cercando di assumere il controllo delle entrate petrolifere attraverso un consiglio di amministrazione provvisorio per la società petrolifera statale PDVSA e la raffineria statunitense Citgo (la cui maggioranza delle quote appartiene a PDVSA). Maduro, ha affermato che non permetterà a Citgo di essere “rubata”. Intanto gli Stati Uniti e altri 50 paesi hanno già riconosciuto il signor Guaidó come presidente legittimo del Venezuela. Per ora Maduro mantiene il controllo dell’esercito e delle principali istituzioni statali.

Le difficoltà del Paese aumentano anche a causa delle sanzioni USA di fine gennaio che hanno avuto un forte impatto sulle esportazioni di petrolio.

Da alcune immagini satellitari dei serbatoi dei terminali petroliferi, si è osservato un aumento dei livelli. È un segnale delle difficoltà per la compagnia di stato PDVSA a trovare un rapido sostituto agli Stati Uniti e le sue raffinerie del Golfo.

Il tempo stringe

La crescita degli dei livelli non potrà avvenire all’infinito. Le misure e analisi delle foto satellitari di circa il 70% dei sei terminal petroliferi del paese, fa emergere proprio l’effetto delle sanzioni. La stima della produzione venezuelana post-sanzioni è di quasi il 50% in meno, se confrontate con la settimana precedente alle sanzioni e di circa il 40% in meno se confrontate con il dato di novembre (mese con dati ufficiali finali). La chiusura del mercato americano ha tuttavia aperto nuove rotte verso l’India.

Considerando l’attuale capacità di stoccaggio e la produzione attuale, secondo alcuni esperti, tra circa un mese si potrebbe raggiungere la condizione di pieno stoccaggio. Questo vorrebbe significare l’arresto dell’intera produzione.

Anche se siamo ottimisti per la ricerca di una soluzione, questo scenario potrebbe letteralmente far schizzare il prezzo del barile.

Blockchain

Si chiama Vakt, la piattaforma petrolifera blockchain nata verso fine 2018. Supportata dalle compagnie petrolifere BP e Royal Dutch Shell, Chevron e Total daitrader Mercuria e Gunvor e dalle banche ING, ABN Amro e Société Générale. Come amministratore delegato abbiamo Etienne Amic, ex amministratore delegato di Mercuria e JPMorgan.

Una piattaforma, nata per modernizzare il commercio di materie prime usando la tecnologia blockchain. Vakt creato a novembre ha come scopo un modo per accelerare le negoziazioni e ridurre i costi eliminando il processo di trading “cartaceo”.

GAS

La Germania ha annunciato la costruzione di almeno due terminali di gas naturale liquefatto (GNL). Si apre la strada alle esportazioni americane verso uno dei più grandi mercati europei.

Ne parlavo qui qualche mese fa di come Il Presidente Trump “spingesse” da un lato Cancelliera Merkel a non supportare il progetto del gasdotto Nord Stream 2, dall’altro di comprare -GAS targato USA-. Anche se, come ribadivamo ai tempi, Il gas liquefatto (LNG) americano era tuttavia economicamente meno vantaggioso: quello russo costerebbe circa il 20% in meno.

All’epoca questi “segnali” daparte degli Stati Uniti furono interpretati anche come una mossa per riequilibrareun trade umbalance presente. Sono note le dichiarazioni del Presidente Trump che ha criticato più di una volta il disavanzo commerciale tedesco in Europa.

Intervistato dal Financial Times, Dan Brouillette, il vice segretario all’energia degli Stati Uniti, si è detto “molto eccitato” della mossa tedesca: “potenzialmente una grande opportunità per il GNL americano”.

Medioriente

L’Arabia Saudita sta considerando di sviluppare attività di Exploration & Production all’estero. È la prima volta. Il ministro per l’energia e presidente della compagnia petrolifera statale Saudi Aramco, Khalid al Falih, ha dichiarato al Financial Times che l’espansione sarebbe una parte fondamentale del futuro dell’azienda: “andando avanti, il mondo sarà il campo di gioco dell’Arabia Saudita”, ha affermato Falih.

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Latte in Sardegna Un problema di (over) capacity?

Dal rapporto annuale ISTAT vediamo che la Lombardia ed Emilia-Romagna sono ai primi posti per la produzione nazionale del latte di vacca coprendo circa il 60%. Mentre la Toscana e la Sardegna rappresentano circa l’80 % del latte da pecora. la Sardegna da sola, pesa per il 67% della produzione italiana.

La Sardegna nell’ultimo decennio, ha avuto una fortissima crescita nel settore lattiero-caseario, divenendone il leader. Il numero dei produttori sardi è cresciuto da 593 nel 2006 a circa 16 mila nel 2016. Nel grafico sotto notiamo in giallo il numero di produttori nel 2006, in blu il numero di produttori nel 2016.

Ad oggi la Sardegna si colloca tra le regioni con il maggior numero di allevamenti: circa 16 mila strutture nel 2016, il 40 % del totale nazionale. A seguire Lombardia ed Emilia-Romagna nell’ordine del 10% ciascuno.

Il Pecorino Romano rappresenta il principale prodotto finale che si ricava dal latte sardo. Come riportato qui, tra il 2017/2018, la produzione di latte di pecora ha registrato una forte crescita tra il 10-15%. Lo stesso è accaduto per il Pecorino Romano, aumentato del 24%. Il problema è dovuto essenzialmente alla contrazione delle esportazioni del pecorino crollate del -33%, soprattutto quelle nord americane, dove il calo ha raggiunto -44%.

Diamo un occhio ai prezzi.

Dall’ultimo rapporto annuale Assolatte, le vendite complessive di pecorini (romano/sardo/toscano) hanno realizzato un +2,7% in volume nel 2017. Per il Pecorino Romano DOP la crescita è stata a due cifre, superiore al 12%. Ma si è assistito ad un calo i prezzi medi di vendita (-7,4%), scesi a 14,57 euro/kg per il peso fisso e a 12,26 euro/kg per il peso variabile.

Come riportato da Assolatte (pag. 19) il calo del prezzo ha spinto a produrre di più quindi creando un’ulteriore spinta al ribasso del prezzo dei prodotti finiti.

Già a metà luglio 2018 si legge:

<<la compressione del prezzo del latte ha risvegliato alcuni contrasti con il mondo degli allevatori, sopiti negli ultimi anni dall’alta remunerazione ricevuta. Le tensioni, molto più forti in Sardegna – essendo il prezzo della materia prima legato a doppio filo con l’andamento del Pecorino Romano – si sono, poi, stemperate a seguito di contributi erogati dall’Europa e ad un pacchetto di misure a carattere finanziario predisposte dalla Regione per aiutare il settore>>

A quanto pare dalla nota Assolatte si legge anche che Il Consorzio del Pecorino Romano abbia cercato di trovare una soluzione a questo scenario prezzo, proponendo un piano per modulare l’offerta. Il piano avrebbe avuto lo scopo di allineare l’offerta produttiva all’effettiva domanda di mercato. Nella nota si legge anche con riferimento al piano: << tuttavia, necessita ancora di un po’ di tempo per una completa operatività, ma siamo fiduciosi e auspichiamo che nel prossimo anno la programmazione possa portare i frutti attesi>>

Concludendo

A quanto pare esisterebbe un problema di sovraccapacità legata anche ad una congiuntura sfavorevole: ridotto export verso il Nord America.

La similitudine che ci viene in mente riguarda il cartello dell’OPEC e la Russia. In particolare a quanto accaduto col il crollo del prezzo del barile nel 2014. Ma questa è un’altra storia.

Arredamento, design e lifestile. Gli ultimissimi trend

Si chiama Made, è una start-up con sede nel Regno Unito che vende mobili e oggetti di fascia medio-alta per la casa commissionati direttamente dai designer. Circa il 60% delle sue entrate ad oggi è ancora legato al mercato inglese ma nel 2019 prevede di aprire punti in Portogallo, Italia, Danimarca e Svezia. I suoi show-room sono già presenti a Parigi Berlino e Amsterdam.

Il Financial Times riporta per il 2018 un aumento delle vendite 37% a quota 173 milioni di sterline (127 milioni nel 2017, 91 nel 2016).

Made nasce dal desiderio di mobili di buona qualità. Ma soprattutto vuole semplificare le cose, lavorare direttamente con i produttori e sdoganare design & lifestyle di fascia alta a tutti, ovunque e ad un prezzo equo.

Adesso focalizziamoci sul segmento cucine. Ne avevamo parlato qui di altri cambiamenti in atto (più o meno lentamente). Nuovi trend in corso come quelli delle dark kitchen collegati all’homedelivery. Anche questi trend in arrivo dalla City.

Le dark kitchen abbinate all’automazione potrebbero abbattere i costi di preparazione mentre i droni icosti della logistica. Tra qualche anno potrebbe convenire di più l’homedelivery che cucinare a casa. Ergo l’uso della cucina potrebbe cambiare.

Ma diamo uno sguardo al comparto. FederLegnoArredoriporta che il settore cucine italiano ha chiuso il 2017 con un fatturato allaproduzione di 2.2 miliardi di euro con un forte impulso dalle esportazioni,pari a 779 milioni. Un trend positivo che conferma quello del 2016 grazie ancheuna forte crescita interna per il bonusmobili. Lato esportazioni il 2016 ha visto una crescita del 22% sul mercatoUSA e quasi il 17% su quello cinese.

Le cucine sono una parte del comparto arredamento e illuminazione che nel 2017 haraggiunto un fatturato di quasi 42 miliardi di euro, 14 dei quali legatiall’export in ordine in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Cina.

L’Inghilterra in particolare nel 2017 ha visto un trend in decrescita del -3.4%, probabilmente per il deprezzamento della sterlina e, allo stesso tempo, una maggiore penetrazione di prodotti cinesi (più economici). Mentre la Cina invece rappresenta per l’Italia un mercato in forte espansione (+36%).

L’abbattimento dei costi: un driver sempre più importante per l’arredo, capiamo perché…

FederLegnoArredo e Pambianco in una recente ricerca si sono focalizzati anche sul segmento Millennials (nati tra 1980 e 2000). Un segmento di circa gli 11 milioni in Italia.

Emergono spunti interessanti come (tema noto) il senso di “maggiore precarietà” dei Millennials, della loro maggiore sensibilità ai temi ambientali, l’interpretazione del lusso come “esperienza e autenticità” non come capacità di avere “cose costose”. Il mobile non è per sempre come probabilmente era per la precedente generazione (gli Adults). La rete rappresenta il mezzo più utilizzato per conoscere i prodotti.

Concludiamo con un focus sull’ e-commerce. In Italia ha raggiunto il 90% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni: circa 43 milioni di persone generando nel 2017 un fatturato di 35 miliardi di euro. Tra i diversi settori, quello casa e arredamento è cresciuto del 19% rispetto al 2017. Al quinto posto dietro salute e bellezza, moda, alimentare, elettronica. Ikea ha lanciato la app Ikea Place dove vedere un mobile attraverso la realtà aumentata, Amazon con la vetrina Made in Italy promuove i prodotti degli artigiani italiani. Un tema quello del made in italy (che ha enormi potenzialità). Che potrebbe essere valorizzato sempre più grazie alla blockchain per garantire l’autenticità del prodotto.

Energia: elettroni e molecole. Ultime news

Cari lettori di neON e-non,

ecco le ultime dal fronte. Cominciamo dagli elettroni…

La Tesla ha concluso un accordo da 218 milioni di dollari per rilevare la Maxwell Technologies. Società con sede in California che sviluppa batterie elettriche e che vanta tra i suoi clienti Lamborghini e General Motors.

L’acquisizione della Maxwell rientra nella strategia di potenziamento del segmento battery, sul quale la Tesla sta puntando molto. L’obiettivo è cercare un vantaggio competitivo sulle prestazioni e spiazzare gli altri produttori di auto elettriche. Ma non solo prestazioni, l’abbattimento dei costi è una sorgente di vantaggio competitivo.

Maxwell ha un processo brevettato per la fabbricazione di elettrodi utilizzati nelle batterie al litio. Produce elettrodi senza l’uso di solventi (tecnologia a elettrodi a batteria secca). È proprio questo processo a quanto pare, a dare slancio alle prestazioni e abbattere i costi.

Il costante miglioramento della produzione delle batterie è diventato un fattore chiave per Tesla per competerete con gli altri newcomers nel business delle auto elettriche. Musk aveva di recente affermato di essere super competitivo sui costi per quanto riguarda la produzione di batterie. Durante l’ultima trimestrale della compagnia, agli investitori ha  presentato i forti sforzi volti all’abbattimento del costo, puntando sulla logistica e standardizzazione.

Restiamo sul fronte elettroni ma andiamo più a monte. Parliamo di materie prime. Cobalto.

Il metallo ha raggiunto il valore più basso degli ultimi in due anni dopo un’impennata della fornitura da parte della Repubblica Democratica del Congo. Un po’ di respiro per le case automobilistiche che stanno puntando al mercato elettrico.

Come riportato dal Financial Times, il prezzo del metallo chiave della batteria elettrica è sceso di oltre il 40% da metà novembre grafico qui sotto.

Dopo i timori sulla sicurezza delle forniture del metallo le grandi case automobilistiche sono sollevati. Anche se ricordiamolo, quasi due terzi dei quali provengono dal Congo, uno dei paesi più poveri del mondo. La produzione è cresciuta del 44% lo scorso anno a circa 106 mila tonnellate, secondo la Federazione delle imprese congolesi.

Passiamo adesso alle molecole. Di olio

Gli Stati Uniti sono diventati il ​​più grande esportatore di petrolio nel Regno Unito per la prima volta dopo il picco del 1957. Fu l’allora presidente Eisenhower ad autorizzare 300.000 barili di esportazioni necessarie dopo la chiusura del Canale di Suez. A quanto pare in cambio in parte dell’impegno di Regno Unito e Francia al ritiro delle truppe secondo un recente articolo del Financial Times.

Quasi un barile su quattro del petrolio raffinato in Gran Bretagna a gennaio veniva dagli Stati Uniti. Questo dimostra il ruolo sempre maggiore che il petrolio americano ha ora nel mix energetico della Gran Bretagna.

ExxonMobil e Valero sono state le due società impegnate in queste esportazioni, proprietarie di due delle sei raffinerie di petrolio ancora operative nel Regno Unito. Lo stabilimento di Exxon a Fawley, la più grande raffineria di petrolio del Regno Unito, ha ricevuto a gennaio più di 4,3 milioni di barili a quanto pare provenienti dall’olio prodotto dallo shale texano.

Nel 2018 la stessa Exxon aveva dichiarato una possibile spesa di 500 milioni di sterline per l’impianto da 270.000 barili al giorno al fine di estenderne la vita utile.

Chiudiamo con il gas

ExxonMobil e Qatar Petroleum hanno dato il via libera a un progetto da 10 miliardi di dollari per esportare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Si apre una nuova rotta per risorse sbloccate dalla dallo shale, pronte a raggiungere sempre più i mercati mondiali.

Il progetto Golden Pass LNG in Texas, costruito originariamente come impianto di importazione di gas, è destinato a entrare in servizio nel 2024, esporterà 16 milioni di tonnellate di LNG all’anno.

È detenuta al 70 percento da Qatar Petroleum e al 30 percento da Exxon, estendendo una partnership di lunga data tra le due società.

Energy dominance americana? Qualcuno storce il naso. Ma i fatti ad oggi sembrano dire di così

Uno sguardo alla nota della Fed New York sul debito delle famiglie USA

Caro lettore di neON e-non,

Ecco quanto emerge dalla nota trimestrale pubblicata dalla Federal Reserve di New York di novembre (con riferimento al terzo trimestre).

Il debito aggregato delle famiglie americane è aumentato per il 17° trimestre consecutivo. Ha superato di $ 837 miliardi il precedente picco di $ 12,68 trilioni del terzo trimestre del 2008. Degno di nota l’incremento dei prestiti auto, attestatosi a $ 158 miliardi: il più alto osservato dal 2004. Un trend, quello dei prestiti auto, che va avanti da circa nove anni.

Se guardiamo invece i tassi di mancato pagamento, vediamo che nel terzo trimestre del 2018 sono un po’ peggiorati. Infatti al 30 settembre, il 4,7% del debito in essere era in qualche modo in fase di mancato pagamento. Il più grande in 7 anni.

Espandendo il dato, notiamo che dei $ 638 miliardi di debito in fase di mancato pagamento, $ 415 miliardi sono debiti con almeno 90 giorni di ritardo. La nota della Fed New York ci dice infatti che tale aumento è legato sostanzialmente ai prestiti per gli studenti. Nell’ultimo trimestre del 2018, l’11,5% del debito complessivo degli studenti aveva un ritardo di pagamenti di almeno 90 ​​giorni che risultavano insoluti o in stato di default. Un aumento sostanziale rispetto al trimestre precedente.

Grafico 1

Nel secondo grafico invece vengono riportati i mutui generati a seconda della classe di credito. Ricordiamo che sotto i 680 si è ritenuti cattivo pagatore (sotto 620 è subprime per intenderci). Il punteggio medio di credito dei nuovi richiedenti prestito è rimasto sostanzialmente invariato. Questa è una buona notizia.

Grafico 2

Cosa diversa se guardiamo il reparto auto (grafico n3): un trend di aumento degli individui con subprime. I punteggi hanno ricevuto una quota sostanziale di prestiti auto di nuova origine.

Grafico 3

Soffermiamoci sul dato dei prestiti auto. In questo quarto grafico invece vediamo che abbiamo un 25 percentile (curva rossa) sotto i 650 punti, ossia un quarto dei nuovi prestiti attivati, ha un credit score basso. È un trend importante perché ci fa capire l’alto rischio a cui è esposto il settore auto. Se confrontiamo infatti il settore auto con quello casa (il grafico è disponibile qui), troviamo dei percentili molto più ridotti nell’area “cattivi pagatori”. Cioè un numero molto più basso rispetto al comparto auto.

Grafico 4

Sebbene i prestiti per auto siano in aumento e associati ad un credit score basso, altro dato da guardare riguarda i ritardi nei pagamenti (più di 90 giorni). Sono gli studenti, curva rossa (nel grafico 5) quelli messi peggio, sebbene anche per il settore auto (curva verde) si registra un trend in aumento da qualche anno. Infine ritornando agli studenti (curva rossa) ho investigato sul picco tra 2012 al 2013 che vediamo. Sarebbe dovuto, secondo questa nota della Federal Reserve di Saint Louis, ad una crescita dei costi di iscrizione alle università.

Grafico 5

A breve torniamo sull’argomento per capire l’impatto sul settore immobiliare.

Restate sintonizzati su neON.

Miracolo economico tedesco. Alcune considerazioni

Cari lettori di neON e-non,

qui vi parliamo della locomotiva tedesca. Con il surplus commerciale più grande al mondo e la più bassa disoccupazione dell’eurozona, la Germania rappresenta un modello per l’Europa. Dalla crisi del 2008 la disoccupazione è diminuita costantemente, scendendo sotto il 5% nel 2018. La Germania ha raggiunto così il secondo posto in Europa in termini di tasso occupazione.

Tuttavia dobbiamo fare alcune considerazioni.

La Germania è anche il posto dove si osserva un problema di bassi salari come riportato in questo articolo del Financial Times. Anche la povertà ha raggiunto il massimo dal momento della riunificazione come leggiamo qui.

Diamo qualche numero. Guardiamo le sezioni Jobs e Society nella seguente figura (dal sito dell’ OECD). Cosa notiamo?

Per agevolare il lettore diamo alcune istruzioni per lettura dei grafici. Nella parte destra della figura, nella colonna Ranking, in colore rosso, notate il posizionamento della Germania in confronto agli altri paesi OECD. Nella colonna Trend invece, riuscite a capire con un colpo d’occhio come sta andando praticamente negli ultimi 20 anni (dati dal 1996 al 2017).

Vediamo che i salari medi in effetti sono cresciuti. Bene. Notiamo anche che il tasso di occupazione è aumentato. Ottimo. E notiamo infine che le ore lavorate invece si sono ridotte. Molto bene. Quindi se il tasso di occupazione è aumentato e le ore lavorate si sono ridotte, oltre ad un fenomeno di produttività potremmo considerare che magari lavorano un po’ tutti, un po’ meno

Fermiamoci sulle ore lavorate, chiediamoci come è andata la Germania rispetto agli altri in termini di ore lavorate.

Sempre sul sito OECD abbiamo recuperato questi trend (figura sotto) molto immediati. Quello che notiamo è che, tutti in tutti i paesi vediamo un trend di diminuzione delle ore lavorate (i dati partono dal 1982). Ma è la Germania ad avere il valore più basso a 1356.

Un recente articolo (qui disponibile), sostiene che il miracolo economico tedesco è legato alla riduzione delle ore lavorate causata da un allargamento del bacino di lavoratori. E cioè una maggiore partecipazione al lavoro di donne e anziani e del part time.

Abbiamo recuperato il seguente grafico per quanto riguarda la partecipazione al lavoro nella fascia d’età tra 55-64 anni. Notiamo ancora una volta il trend comune più o meno a tutti i paesi considerati. Eppure si nota anche che la Germania ha avuto una fortissima partecipazione della fascia di età tra 55 e 64 anni. Seconda solo al Giappone. Guardate la pendenza della curva colore azzurro della Germania (quella nera è la media OECD). Si nota che è tedesca la crescita più rapida.

Recuperiamo altri dati. Questa volta riferiti allasezione Society. Guardiamo la sezione Trend, la quarta riga a partire dall’alto e cioè: Poverty rate. A quanto pare il trend in aumento c’è. Osserviamo inoltre che il trend è simile a quello della curva: Permanent immigrantion flows. Non possiamo affermare se e quanta correlazione ci sia tra i due fenomeni, ma non possiamo non notare una similarità. Ma per ora trascuriamo questo punto che non è oggetto della nostra breve analisi.

Per concludere affrontiamo anche il punto del lavoro part time e in effetti notiamo come la Germania abbia avuto una forte accelerazione per i contratti di lavoro part time negli ultimi anni.

Abbiamo visto che parlare del successo tedesco basandoci sul basso tasso di disoccupazione non spiega tutta la storia. Di come ad esempio sia distribuita la ricchezza, i dati visti sembrano anche indicare un fenomeno in crescita di “lavoratori poveri” e di un miracolo economico che ha ancora importanti aspetti da considerare.