Russia-Turchia: nuovo scenario di scontro?

Le tensioni Russia Turchia apparentemente si spostano ora in un nuovo scenario teatro di scontri: Libia.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal alcuni funzionari libici avrebbero identificato nei paramilitari russi del gruppo Wagner, una società collegata al Cremlino, per il quasi continuo bombardamento di Tripoli. Affermano inoltre che a maggio il governo russo sempre attraverso il gruppo Wagner, abbia espanso il suo supporto militare per le operazioni di Haftar. Mosca nega. In una dichiarazione al Wall Street Journal, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato: “Non abbiamo alcuna informazione sul gruppo che citate o sulle sue attività in Libia, nonché in altri paesi”.

La Turchia ha quindi appesantito il suo sostegno al governo di Tripoli. Le truppe governative che utilizzano unità di difesa aerea fornite dalla Turchia oltre ai droni e al supporto dell’intelligence dell’esercito turco hanno respinto l’avanzata di Haftar riprendendo il controllo di una base aerea fondamentale secondo il governo libico.

La Turchia ha l’obiettivo di proteggere i propri interessi commerciali in Libia e di ostacolare le potenze rivali nel Mediterraneo orientale. Si tratta dei giacimenti di gas del Mediterraneo orientale. Sotto la mappa proposta a inizio 2020 per la cooperazione Libico-Turca di una zona economica esclusiva tra i due Paesi.

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https://www.startmag.it/energia/petrolio-i-giochi-geopolitici-di-russia-arabia-usa-iran-e-turchia/Leggi di più qui su StartMag

Petrolio. Russia e Turchia in Siria

Il mancato accordo del prezzo di marzo tra Russia e Sauditi ha avuto ripercussioni sull’industria petrolifera americana. Apparentemente i Russi non avrebbero avuto motivi per far saltare quel meccanismo stabilizzante del prezzo che era in corso tra sauditi americani e russi. Sul fronte geopolitico il loro impegno in Siria ha avuto successo.

Da fine 2015 hanno guadagnato basi navali e l’accesso allo spazio aereo siriano. Hanno supportato Assad che dal 2016 al 2018 ha guadagnato terreno e restato al potere. La Russia quindi ha guadagnato da un lato l’accesso al Mediterraneo orientale (leggasi partita gas) e dall’altro lo spazio aereo siriano. A fine febbraio 2020 poco prima del meeting Opec+ la Russia viene accusata da Ankara di essere coinvolta in un air strike siriano contro le truppe turche. A queste accuse i russi hanno risposto lamentando che in realtà è stata Ankara ad aver schierato senza aver “citofonato” la loro posizione. Tensione che sale, non si raggiungeva tale livello da quando un jet da combattimento russo vicino al Confine siriano nel 2015 fu abbattuto dai turchi…

Ad inizio marzo 2020 Erdogan era a Mosca per incontrare Putin. Tre giorni prima che i Russi incontrassero i sauditi per parlare del prezzo del petrolio. Sauditi e turchi non vanno molto d’accordo nonostante siano entrambi sunniti ma la Russia dialoga con entrambi.

Leggio qui l’analisi completa su StartMag

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Opec+ come ha funzionato

Così come le banche centrali attraverso i tassi regolano il denaro in circolazione, analogamente una sorta di banca centrale petrolifera era in piedi. Aveva lo scopo di ridurre la volatilità garantendo la giusta stabilità per gli investimenti e i consumatori. I garanti di questa stabilità erano tre attori principali: Arabia Saudita e Russia da un lato e USA (produttori shale) dall’altro. In realtà per i produttori shale forse sarebbe corretto parlare del ruolo “giocato” soprattutto dalla Federal Reserve. Come noto lo shale boom è avvenuto sostanzialmente anche grazie al debito e ai tassi bassi dopo la crisi del 2008 (ne ho parlato qui su Start Magazine). L’indebitamento ha coperto le piccole compagnie petrolifere il vero motore del boom, quando i flussi di cassa non erano sufficienti.

Ecco come ha funzionato il meccanismo

  • novembre 2016, Opec+ annuncia il taglio di 1,8 milioni di barili al giorno (non avveniva dal 2008). A dicembre la Federal Reserve segue alzando i tassi da 0,5 a 0,75%. A marzo 2017 passa da 0,75 a 1%;
  • maggio 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino al 2018. A giugno la Fed alza i tassi a quota 1.25%;
  • novembre 2017, Opec+ decide di estendere i tagli fino a giugno 2018 (poi se ne riparla). A dicembre La Fed alza i tassi da 1,25 a 1,5%

Siamo arrivati al 2018. Questo è l’anno della tradewar, il sincronismo Federal Reserve / Opec+ cambia. I precedenti anni sono serviti a “settare il meccanismo”.

L’analisi completa è disponibile qui da StartMag

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Tubopolitics

La pipeline Keystone XL si farà. L’annuncio arriva dopo 11 anni dalla prima proposta. Una manna dal cielo per l’industria petrolifera canadese. Il greggio canadese pesante è sceso intorno ai 4 dollari al barile a fine marzo a causa del collasso globale causato dalla pandemia di coronavirus e dalla guerra dei prezzi tra sauditi e russi.

La pipeline costerà circa 8 miliardi di dollari, inizierà da Hardisty in Alberta (Canada) che è il punto di riferimento per il benchmark canadese Western Canadian Select (WCS) e arriverà in Nebraska (USA), dove si collegherà alla rete esistente per poi arrivare alla Costa del Golfo. È stata l’amministrazione Trump a riprendere la pipeline bloccata in precedenza ma il merito è anche dello stato dell’Alberta che contribuirà al finanziamento con un miliardo di dollari.

Ricordiamo che in Canada Il primo ministro Trudeau aveva dato la green light in Aprile 2019 alla Trans Mountain Pipeline. La regione dell’Alberta ricca di petrolio era stata fortemente penalizzata dallo sviluppo del mercato americano: questa linea permetterebbe l’esportazione oltreoceano. Ad Aprile l’Alberta aveva lanciato un chiarissimo messaggio politico votando il conservatore Jason Kenney.

Facendo un salto indietro nel 2018… abbiamo un’altra pipeline la Dakota Access Pipeline. La nuova linea che ha permesso ai produttori delle Shale di accedere a mercati su cui vendere il loro greggio a prezzi più vantaggiosi. D’altro lato l’apertura della linea ha ridotto le forniture di petrolio a buon prezzo trasportate via camion alla raffineria PES in Pennsylvania, che andò in chapter 11 per scongiurare la bancarotta e poi tornataci dopo l’incedente avvenuto in giugno 2019. La Dakota Access Pipeline permise di agganciarsi al network che raggiungeva il Golfo del Messico, per raffinare e vendere poi anche fuori dagli USA al migliore offerente.

Food Security – l’altra faccia della pandemia

Nei paesi equatoriali sono già iniziate le piogge. Ci sono buone speranze per una buona stagione. Ovviamente sarà possibile se i semi arriveranno in tempo.

In una nota del 24 Aprile la FAO ci dice che la pandemia ha innescato restrizioni nei movimenti in tutto il mondo. Nel Sudan del Sud ad esempio ha dovuto trovare nuovi canali per ottenere i semi necessari agli agricoltori in tempo per la prossima stagione di semina. Senza questi semi, le famiglie di agricoltori potrebbero affrontare una crisi alimentare all’interno della crisi sanitaria globale.

Anche l’indebolimento delle valute dei mercati emergenti aumentando il costo delle importazioni per i paesi che dipendono dagli acquisti di prodotti alimentari all’estero crea una pressione in questi paesi più vulnerabili. Inoltre le svalutazioni delle valute dei mercati emergenti inducono ad un aumento del costo del debito per prestiti in dollari, erodendo così la capacità dei paesi di finanziare le importazioni. Gli ultimi numeri della FAO, rivedendo uno studio del 2019 indicano che le vite di 265 milioni di persone nei paesi a basso e medio reddito saranno gravemente minacciati a meno che non vengano intraprese azioni rapide per affrontare la pandemia.

Un recente articolo del Financial Times riporta che durante l’ultimo incontro virtuale tra i ministri dell’agricoltura del G20 delle principali economie sviluppate e in via di sviluppo hanno constatato che secondo gli esperti, la fame e il malcontento potrebbero guidare una nuova ondata di migrazione di massa verso i paesi più ricchi.

Il vicedirettore generale della FAO ha dichiarato: “Due mesi fa nessuno parlava davvero di cibo sicurezza, ma ora è ciò di cui tutti parlano”. E Il capo economista del World Food Program, ha affermato che se le persone non potessero avere accesso al cibo, lo farebbe potrebbe innescare un movimento di massa di rifugiati del tipo che si è verificato in Europa nel 2005 Il 2016.

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Andiamo a mietere il grano

In Russia a fine Marzo una tonnellata di petrolio Urals è arrivata a costare meno che una tonnellata di grano. Prima della pandemia su scala mondiale quasi il 50% del consumo di petrolio era consumato per il trasporto su gomma e aviazione. Con quasi 3 miliardi di persone in lockdown ad oggi è chiaro cosa accade: la gente resta a casa, si muove meno e quindi meno petrolio. Ma restando a casa cucina di più. I prezzi di queste materie prime aumentano. Nel caso del grano ad esempio il problema non è la disponibilità, il punto è la difficoltà a spostare il grano tra i paesi oltre i confini. C’è poi anche da gestire i picchi di domanda creati da questa nuova condizione e dagli acquisti impulsivi. Il grano c’è ma portarlo nei posti giusti si sta dimostrando un problema.

L’Egitto, il più grande importatore di grano al mondo, sta aumentando le riserve alimentari. Anche la Turchia ha fatto un grosso acquisto a fine Marzo. Questo fenomeno fa riemergere quanto accaduto nel 2010 con le primavere Arabe quando la siccità e il forte calo del rublo spinsero la Russia (il più grande esportatore di grano) a bloccare le esportazioni.

Germania e Aziende – chi conterà di più ?

Le ultime elezioni in Germania hanno mostrato chiaramente chi sono gli stakeholder emergenti. In un Paese dove anche Tesla ha difficoltà ad aprire uno stabilimento e dove si scende in piazza anche contro le pale eoliche, la gestione e la partecipazione di questi portatori di interesse diventa critica. Sarà lo stesso dopo il coronavirus?

La direzione politica in Germania pone al centro il tema ambientale: nuove sfide emergono per il legame politica e lavoro. Alcune osservazioni sulla Corporate Governance Tedesca forniscono una chiave di lettura interessante delle dinamiche in corso.

A differenza di quella di stampo anglosassone, la Corporate Governace Tedesca è fortemente orientata verso gli stakeholder, più che agli shareholder. Primo elemento di differenziazione. Nel sistema tedesco le corporations sono organizzate intorno ad una struttura a doppio consiglio. Esiste un consiglio di amministrazione che dirige le operazioni quotidiane ed un Supervisory Board incaricato delle principali decisioni e di policy.

Un’ulteriore particolarità tedesca riguarda la composizione del consiglio di sorveglianza. Praticamente quasi sin dagli albori il diritto societario ha conferito uno status speciale agli interessi della forza lavoro, prevedendo la metà dei seggi del proprio Supervisory Board ai propri lavoratori.

La “condivisione di power” potrebbe però “spaventare” gli azionisti e secondo alcuni sarebbe il motivo per cui le società tedesche siano diventate fortemente dipendenti dalle banche per l’accesso al capitale.

Spunti tratti dal post pubblicato su Econopoly – ilSole24Ore: Aziende, chi comanda in Germania: tra politica, sindacati e stakeholder

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Coronavirus – Come cambierà la sharing economy ?

Sul Financial Times Yuval Noah Harari in un suo lungo articoli ci parla di: the world after coronavirus

Articolo da leggere tutto. Qui abbiamo tradotto solo le prime righe. Ci poniamo una domanda alla fine…

[…] L’umanità sta affrontando una crisi globale. Forse la più grande crisi della nostra generazione. Le decisioni prese da persone e governi nelle prossime settimane probabilmente modellerà il mondo per gli anni a venire. Non daranno forma solo alla nostra assistenza sanitaria ma anche la nostra economia, politica e cultura. Dobbiamo agire rapidamente e con decisione. Dovremmo anche tenere conto delle conseguenze a lungo termine della nostra Azioni. Quando si sceglie tra le alternative, dovremmo chiederci non solo come superare la minaccia immediata, ma anche in che tipo di mondo abiteremo una volta che la tempesta passa. Sì, la tempesta passerà, l’umanità sopravviverà, la maggior parte di noi sarà ancora vivo, ma abiteremo in un mondo diverso.

Come cambierà la sharing economy ?

Si ringrazia AM per gli spunti

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Siria e Medioriente e la questione sfollati. Prima o poi ripartirà…

Testo recuperato integralmente da La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti, che si rende al Parlamento a mente dell’art. 38 della legge 124/2007.

Il Paese, in buona parte riconquistato militarmente dal regime di Assad, ha conosciuto picchi di instabilità e insicurezza: nella provincia di Idlib, dove l’opposizione armata, perlopiù riferibile alla galassia qaidista, ha mantenuto la propria roccaforte e dove l’assedio delle forze di Damasco ha concorso ad aggravare le condizioni umanitarie di centinaia di migliaia di profughi e sfollati; nell’area della Capitale, dove – nel vivo della contrapposizione tra Israele e Iran – in novembre, in risposta al lancio di razzi verso il Golan, è intervenuto il raid di Tel Aviv contro postazioni siriane e iraniane; nelle zone ad est dell’Eufrate, ai confini con la Turchia, dove Ankara ha consolidato la propria influenza sferrando, in ottobre, l’offensiva “Sorgente di Pace”, dichiaratamente volta a blindare la fascia frontaliera e a contrastare la presenza delle formazioni curdo-siriane.

Il dato di maggior spessore geostrategico che emerge ad oggi dalle ceneri del conflitto siriano è il consolidamento del ruolo della Russia, che, forte della capacità di interloquire con tutti i player regionali a vario titolo coinvolti nella crisi, ha promosso con Turchia ed Iran e in sintonia con Damasco, nell’ambito del cd. Processo di Astana, l’avvio dei lavori del Comitato Costituzionale siriano, chiamato a favorire – a oltre cento mesi dall’inizio della crisi – il dialogo tra regime e opposizioni.

Il percorso di stabilizzazione della Siria resta peraltro fortemente connesso non solo al perseguimento di concreti avanzamenti sul piano politico intra-siriano, ma anche all’adozione di soluzioni concertate a livello internazionale per il superamento della situazione di emergenza umanitaria e il rientro degli sfollati

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USA – auto. Coronavirus colpisce un settore già in sofferenza…

Continuiamo a parlare di auto e USA

Honda chiuderà temporaneamente una dozzina di fabbriche in US Canada e Messico, continuando a pagare i 27600 dipendenti. Anche GM, Ford e FCA avevano annunciato in precedenza lo stesso, circa 150000 dipendenti.

Negli USA il settore auto in precedenza “minacciato” dalla una crisi esistenziale legata alla sua prossima evoluzione verso l’auto elettrica o quella a guida autonoma. Ma anche il consumatore era in crisi.

Chi comprava l’auto, i consumatori, e in generale gli altri stakeholder come venditori e finanziatori avevano un approccio molto simile a quello con le case durante la crisi dei subprime: accumulando debito in alcuni casi in misura tale da superare spesso il valore dell’auto. Se i mutuatari sono inadempienti, i finanziatori generalmente rientrano in possesso delle auto e cercano di rivenderle, tuttavia, spesso, non è sufficiente a coprire il saldo non pagato del debitore.

È vero che negli Stati Uniti questo trend è andato avanti per decenni: prendendo in prestito per comprare auto, ma il debito automobilistico si è gonfiato dalla crisi subprime. I consumatori statunitensi alla fine di giugno detenevano un record di 1,3 trilioni di dollari di debito legato alle loro automobili secondo i dati della Federal Reserve di New York, in aumento da circa $ 740 miliardi di decennio prima. Due delle tre grandi case automobilistiche statunitensi hanno ricevuto salvataggi governativi e hanno ristrutturato il loro debito, l’industria in sostanza ha usato i bassi tassi per sopravvivere.

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