Cari lettori di neON e-non,
Uber è scivolato scendendo del 7,6% al di sotto del prezzo di offerta. Secondo il Wall Street Journal un triste debutto per la startup americana: le azioni hanno chiuso il primo giorno di negoziazione a $ 41,57, un raro calo iniziale per un titolo di alto profilo. Ciò fornisce a Uber una valutazione di circa $ 76 miliardi. Solo otto delle 53 società quotate negli Stati Uniti che valevano almeno $ 10 miliardi quando sono diventate pubbliche sono calate il primo giorno secondo Dealogic, i cui dati risalgono al 1991.
Dalla IPO alla ILO.
Il 2019 è un anno importante per la ILO International Labour Organization: compie 100 anni.
Sul tema lavoro riproponiamo questi spunti provocatori dal blog Econopoly – IlSole24Ore quasi un anno fa. L’analisi completa è qui disponibile.
Labor is not a commodity. Un po’ di storia…Nel 1944 la (ILO), agenzia ONU che promuove la giustizia sociale e i diritti umani sul lavoro, introdusse questa massima trai i principi fondamentali, anche se in realtà essa fu coniata dall’economista irlandese John Kells Ingrams (fine ottocento). Parte delle idee e spunti di Ingrams possono riconoscersi anche nell’articolo 23 (sul lavoro) della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Ma immaginiamo che il lavoro sia una commodity e trattiamolo così (per un po’). Applichiamo il metodo delle 5 Forze di Porter usato da manager e strateghi aziendali quando hanno nel mirino un’industria/mercato.
1- Power of Supplier. I fornitori del “prodotto lavoro” ossia i lavoratori. Se consideriamo il trade union density (numero di lavoratori iscritti a sindacati sul totale lavoranti) disponibile dal sito ILO (2), dal 2001 al 2013 abbiamo una riduzione a livello medio globale, dal 32% al 23%. Anche il numero di scioperi registrati (ILO) è calato: nel 2004, ne abbiamo 13 000 contro i 4 000 del 2016. Una generale riduzione di peso.
2- Power of Customer. Chi “compra il lavoro”? Consideriamo appunto le aziende.
Business Insider di recente ha riportato che il valore dei primi 10 mercati azionari è passato da 23 a 51 trilioni di dollari negli ultimi 13 anni (vedi tabella). Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che facendo così non abbiamo informazioni delle aziende non quotate ma solo a scopo di “orientamento” assumiamo che vada bene.
3- Threat of New Entrants. Conoscete la teoria delle “Flying Geese” (anatre volanti)? Ci dice che il processo di industrializzazione in un paese inizia con prodotti a basso valore aggiunto, poi l’arrivo delle fabbriche sviluppa l’economia e i salari. Ad un certo punto o ci si sposta pù in alto nella catena del valore, oppure si delocalizza in posti in cui i salari (e/o altri fattori) sono ancora bassi. Praticamente la crescita dei salari cinesi sta spingendo a delocalizzare. Dal sito della ILO abbiamo prelevato i dati annuali dei salari, fattore chiave per l’industria manifatturiera, inseriti nei seguenti due grafici: notiamo la forte crescita nell’area Asia/Pacifico.
Comprendiamo che le barriere di ingresso al mercato lavoro si sono abbassate: la competizione non avviene più su scala nazionale…
La World Bank indica che il numero di persone sotto la soglia di povertà nell’Asia dell’Est e del Pacifico è passato da 966 milioni nel 1990 a 71 milioni nel 2013. Capiamo il perché.
4- Threat of Substitute. Automazione. Bloomberg indica che per i lavori che richiedono un livello di istruzione sotto a quello di scuola superiore e con un salario sotto ai 30.000 dollari annui, l’80 % potrebbe essere automatizzato. Si libereranno altri posti con maggiore valore aggiunto come suggerisce sempre Econopoly in un altro post: sarà necessario un programma adeguato di formazione, questo è certo.
5- Intensive rivalry. La competizione è intensa e su scala globale. Soprattutto per manifatturiero e industria a basso valore aggiunto. Cioè, dove compete la piccola e media impresa.
Alcuni spunti.
Ci rendiamo conto di quanto sia rischioso avere una classe politica e sindacale impreparata alle dinamiche in atto (globalizzazione, rivoluzioni tecnologiche)? Anche perché le velocità di cambiamento sono ormai esponenziali. Un’azienda (dipende dal settore), anche un colosso, in 7-10 anni può non esistere più, vedi Nokia e Motorola. Sindacati troppo local corrono il rischio di essere marginalizzati nel dialogo delle parti. La stessa ILO stressa il fatto dell’importanza dei contratti nazionali, utile a bilanciare l’industria. Proviamo ad immaginare ad un contratto multinazionale quanto peso possa avere.
