Cosa succede in Venezuela? Salto a dieci mesi fa…

Cari lettori di neON, e-non,

non potevamo non cominciare con l’oro nero. Il fronte caldo di questi giorni è il Venezuela. 

Tra i padri fondatori dell’OPEC troviamo un venezuelano, Juan Pablo Pérez Alfonso. Nato a Caracas, morto a Washington. Aveva definito il petrolio come “sterco del diavolo“. Quello che sta accadendo in questi giorni ci ricorda questo. Sembra un paradosso che il Venezuela con le più grandi riserve di petrolio (proved) si trovi in tali condizioni socio-economiche.

La produzione di olio era ridotta a 1,5 milioni di barili al giorno a dicembre,dal picco di quasi 3,5 milioni di barili al giorno raggiunti nel 1998 prima Chávez è salito al potere.

 

Ecco cosa avevamo scritto quasi un anno fa. Allora il petrolio viaggiava alto a 70 dollari. Riprendiamo da questo post disponibile qui.

A quanto pare il Venezuela è il primo stato ad avere una propria criptomoneta sovrana: il Petro, sostenuta dall’olio e che è andata ufficialmente in vendita (Initial Coin Offering – ICO) giovedì 23 Marzo. L’agenzia di stampa cinese Xinhua riporta che il Petro ha raccolto circa 5 miliardi di dollari durante la fase di pre-vendita.

 

Casualmente il giorno dopo la ICO del Petro, il Financial Times (FT) ha informato di un possibile embargo statunitense sul Venezuela, sulle importazioni ed esportazioni di greggio e derivati. Contrariamente a quello che si pensa, a fare più paura è il secondo pezzo dell’embargo: quello che riguarda le esportazioni verso il Venezuela. Sì perché sembrerebbe che le esportazioni statunitensi di petrolio e derivati siano quasi al massimo storico. Le raffinerie americane del golfo sono gli “ultimi” fornitori di “diluente” che restano. Con il termine “diluente” si indica la nafta o il greggio leggero necessario a quello pesante venezuelano per essere trasportato e poter quindi raggiungere il mercato.

 

Gli altri possibili fornitori stranieri di diluente hanno abbandonato il mercato venezuelano a causa dei mancati pagamenti: il Venezuela resta pesantemente legato alla supplychain americana.

 

In sostanza le raffinerie americane scambiano navi di nafta pesante per “DCO” venezuelano: greggio pesante con circa il 25% di diluente aggiunto per diluirlo. Il diluente viene estratto durante il processo di raffinazione e rispedito in Venezuela per produrre più DCO.

 

Secondo il FT le raffinerie americane del Golfo del Messico, “settate” sul DCO venezuelano possono di certo gestire altri crudi, ma con margini e profitti minori. Il punto critico è rappresentato dal fattore tempo perché da un lato l’industria della raffinazione vorrebbe 3-4 mesi per prepararsi ai nuovi crudi, mentre c’è chi (tra i falchi di Trump) pensa che 3-4 mesi siano troppi e servano solo a recuperare altro diluente allungando la vita al regime. I “falchi” pensano infatti che se domani mattina il Presidente Trump decretasse l’embargo verso il Venezuela, per Maduro resterebbe un mese o al massimo due con il cash disponibile: in questo scenario probabilmente le raffinerie indiane e cinesi e altri attori non avrebbero tanta voglia di investire in un sistema quasi giunto al collasso dei pagamenti. Sarebbe un colpo durissimo.

 

 

Concludiamo con questo dipinto. Siamo ancora lì, tra Stati Uniti LatinAmerica. Siamo negli anni 30. Diego Rivera, artista messicano che realizzò questo murales al Rockefeller Center di New York. Il tempio del capitalismo di allora. Un piccolo problema, nel dipinto iniziale c’era la faccia di Lenin. Una faccia che non andava tanto giù a chi aveva commissionato il lavoro... Il murales fu distrutto e poi realizzato in Messico di nuovo si trova oggi a Palacio de Bellas Artes di Città del Messico.

Guardatevi anche questo video (in inglese) di come hanno immaginato la storia.

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